L’educazione alla sessualità

L’educazione alla sessualità

1. La visione olistica dell’educazione sessuale

La legge 104/2026, nella quale, dall’anno scolastico 2026/2027, è prevista la partecipazione degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado a eventuali attività riguardanti la sessualità, può rappresentare per dirigenti e docenti un’opportunità di approfondimento e confronto in relazione agli orientamenti assunti in questi decenni da organismi internazionali, quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ONU, l’UNESCO, Save the Children.

Nel 2010 l’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS ha elaborato, con il contributo di esperti di molti Paesi, il documento dal titolo Standards per l’Educazione Sessuale in Europa: Un quadro di riferimento per i decisori politici, le autorità educative e sanitarie e gli specialisti, prospettando una visione olistica della sessualità e sottolineando che essa è parte dell’educazione generale. Una corretta educazione sessuale influenza positivamente lo sviluppo della personalità infantile e contribuisce a migliorare la qualità della vita, la salute e il benessere delle bambine e dei bambini.

Nel documento, rivolto ai professionisti (medici, psicologi, educatori, ecc.), si afferma che i temi legati alla sessualità vengono affrontati, in misura consistente, al di fuori dell’educazione formale e questo comporta il rafforzamento di pregiudizi e comportamenti sbagliati che, una volta acquisiti, diventa difficile estirpare.

Nel documento sugli Standards viene adottata una definizione allargata di educazione sessuale, che

 

non include solo gli aspetti fisici, emotivi e relazionali della sessualità e dei contatti sessua­li, ma anche una gamma di altri aspetti come l’amicizia o i sentimenti di sicurezza, protezione e attrazione. Adottan­do questo concetto più esteso, diviene più comprensibile che in svariati paesi l’educazione sessuale abbia inizio nella scuola primaria. Laddove inizia ufficialmente nella scuola secondaria, solitamente è utilizzata una definizione di edu­cazione sessuale molto più ristretta.

 

Questa differenza nelle definizioni spiega anche la ragione per la quale in alcuni Paesi al termine «educazione sessua­le» si preferisce la denominazione di «educazione sessuale e relazionale».

Nel documento, il primo principio che viene sottolineato è che l’educazione sessuale sia «adeguata rispetto all’età e allo sviluppo».

Un bambino di quattro anni potrebbe chiedere da dove vengono i bambini e una risposta come «dalla pancia della mamma» è di solito sufficiente ed è, appunto, «adeguata all’età». Se però lo stesso bambino subito dopo chiede: «Come ci arrivano i bambini nella pancia della mamma?», occorre rispondere correttamente in relazione al suo sviluppo. È, infatti, sbagliato rispondere: «Sei troppo piccolo per queste cose!». Il concetto di «adeguatezza rispetto all’età» spiega perché nell’educazione sessuale sia necessario introdurre il principio di personalizzazione, che presuppone, in certi casi, un’attenzione particolare tra gli adulti e la singola bambina o il singolo bambino.

Nel documento sugli Standards vengono indicati alcuni pilastri dell’«educazione sessuale olistica».

Innanzi tutto, l’approccio educativo e informativo non deve mai essere giudicante; al contrario, va promossa una condizione di benessere e di positività verso i temi che si affrontano.

Un requisito importante è poi il rispetto della privacy: alunne e alunni devono sentirsi al sicuro e i loro confini personali devono essere rispettati, stabilendo un clima di ascolto e di fiducia.

Inoltre bambini e ragazzi devono essere messi nella condizione di partecipare alle discussioni, agendo attivamente, anche attraverso attività di piccolo gruppo, in modo che l’educazione sessuale sia orientata ai bisogni effettivi e non segua semplicemente un’agenda prestabilita dagli educatori. Va, pertanto, attuata in modo interattivo tra gli insegnanti/formatori, da un lato, e gli alunni, dall’altro.

Particolarmente importante poi è l’adeguatezza del linguaggio utilizzato.

La comunicazione, si sottolinea nel documento,

 

ha un ruolo centrale nell’educazione sessuale; all’atto pratico ciò significa che il formatore deve rinunciare alla sua posizione centrale e comportarsi, invece, più come un facilitatore per per­mettere una comunicazione significativa tra gli allievi e stimolare la discussione. In questo modo gli allievi sono messi in grado di formarsi un proprio punto di vista e riflettere sui propri atteggiamenti.

 

Una posizione analoga è espressa anche dalla Direttrice delle Relazioni Istituzionali e Public Affairs di Save the Children Italia, Giorgia D’Errico, la quale sottolinea che

 

l’obiettivo di informare le famiglie e rafforzare il dialogo con la scuola è condivisibile ma l’introduzione di un obbligo generalizzato di consenso per percorsi educativi su affettività e sessualità rischia di accentuare i divari educativi e culturali già esistenti, penalizzando soprattutto le ragazze e i ragazzi che avrebbero maggiore bisogno di strumenti informativi e di confronto.

 

Subordinare, infatti, l’accesso a percorsi riguardanti temi legati alla sessualità ad un’autorizzazione preventiva da parte dei genitori, come prevede la legge 104/2026, rischia di riservare questa opportunità a poche famiglie, anziché configurare un presidio educativo tra docenti e genitori, con il rischio di aumentare le disuguaglianze educative.

2. L’Agenda ONU 2030

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. È stata sottoscritta il 25 settembre del 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU. L’Agenda è costituita da 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile.

I 17 obiettivi sono inquadrati all’interno di un programma d’azione costituito da 169 target o traguardi, a essi associati, da raggiungere in ambito ambientale, economico, sociale e istituzionale entro il 2030.

Tali obiettivi riguardano e coinvolgono tutti i Paesi e le componenti della società, dalle imprese private al settore pubblico e prendono in considerazione tre dimensioni dello sviluppo sostenibile — economica, sociale, ecologica — e mirano a costruire società basate sul rispetto dei diritti umani.

Nell’Agenda 2030 l'educazione sessuale può essere ricondotta all'Obiettivo 5 Parità di genere. Viene infatti considerata uno strumento fondamentale per la salute, la riduzione della violenza e la promozione dell'uguaglianza. Nonostante nel nostro Paese l'educazione sessuale non sia obbligatoria a scuola, l’ONU, l'UNESCO e altre organizzazioni promuovono la sua adozione come diritto umano essenziale per lo sviluppo sostenibile.

Nell’Obiettivo 5 Parità di genere, viene elencata una serie di obiettivi relativi ai seguenti punti chiave:

 

  • Porre fine a ogni forma di discriminazione nei confronti di tutte le donne, bambine e ragazze in ogni parte del mondo

  • Eliminare ogni forma di violenza contro tutte le donne, bambine e ragazze nella sfera pubblica e privata, incluso il traffico a fini di prostituzione, lo sfruttamento sessuale e altri tipi di sfruttamento.

  • Eliminare tutte le pratiche nocive, come il matrimonio delle bambine, forzato e combinato, e le mutilazioni dei genitali femminili.

  • Garantire l'accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti riproduttivi.

 

Il Gruppo di lavoro per la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC), approvata nel 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sostiene da tempo la necessità di introdurre l’educazione all’affettività e alla sessualità nei curricula scolastici.

Educare all’affettività e alla sessualità significa smontare pregiudizi, stereotipi e ruoli, fortemente radicati nella società e nel pensiero comune, che inconsciamente tendono a perpetrare le disuguaglianze e la violenza di genere.

3. Le Linee guida dell’Unesco

Nel 2018 l’Unesco ha diffuso le Linee guida sull’educazione alla sessualità con l’obiettivo di assistere insegnanti, educatori, medici, psicologi e altre autorità nello sviluppo e nell’attuazione di programmi di educazione alla sessualità e all’affettività a scuola e al di fuori della scuola.

Si tratta di un documento che riveste un’immediata rilevanza per i ministri dell’istruzione in Europa e nel mondo, compreso quello italiano.

Le Linee guida indicano otto punti chiave attorno ai quali dovrebbero essere costruiti curricoli di Comprehensive Sexuality Education (CSE):

  • le relazioni;

  • valori, diritti, cultura e sessualità;

  • genere;

  • violenza e come proteggersi;

  • competenze per la salute e il benessere;

  • il corpo umano e il suo sviluppo;

  • sessualità e comportamento sessuale;

  • salute sessuale e riproduttiva.

Nella prefazione alle Linee guida si sottolinea che

 

troppi giovani compiono ancora il passaggio dall'infanzia all'età adulta ricevendo informazioni imprecise, incomplete o basate su giudizi ideologici che influenzano il loro sviluppo fisico, sociale ed emotivo. 

 

Questo analfabetismo alimenta la vulnerabilità dei bambini e dei giovani delle fasce sociali più povere ed emarginate e rappresenta il fallimento di una società e dei decisori politici nei confronti degli obblighi che si devono alle future generazioni.

È ora, si legge nella prefazione, che i governi

 

supportino i giovani nello sviluppo delle conoscenze, abilità, i valori etici e attitudini di cui hanno bisogno per fare scelte consapevoli, salutari e rispettose su relazioni, sesso e riproduzione.

 

L’Unesco individua un bisogno urgente di CSE e rileva come, a causa delle resistenze culturali e ideologiche dei governi nazionali, questa scopertura lasci privi di guida molti giovani in una delle fasi più delicate della loro crescita psicologica. 

Ad accrescere il disorientamento di ragazze e ragazzi, sottolinea l'agenzia ONU,

 

sono spesso le pressioni del cyberbullismo, fenomeno in crescita ma anche la grande quantità di materiale reperibile in rete di qualità variabile, spesso dubbia.

4. L’educazione sessuale in Italia

Dal 1975, quando il deputato comunista Giorgio Bini presentò la prima proposta in merito all’obbligatorietà dell’educazione sessuale, sono stati depositati sedici disegni di legge per introdurre tale educazione nelle scuole italiane. Nessuno di questi è mai stato approvato. Nel frattempo, le regioni e le istituzioni scolastiche si sono mosse autonomamente, creando un’elevata frammentarietà.

Un'indagine Ipsos (Institut Public de Sondage d'Opinion Secteur) per Save the children su 800 adolescenti tra i 14 e 18 anni, pubblicata a febbraio 2025, mostra che solo il 47% ha ricevuto un'educazione sessuale a scuola. Al sud e nelle isole la percentuale crolla al 37%.

Il dato più sorprendente dell'indagine però è che il 91% dei genitori intervistati ha affermato che vorrebbe l'educazione sessuale diventasse obbligatoria a scuola.

Il confronto con molti Paesi dell’Unione europea rende ancora più evidente l’isolamento dell’Italia che, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania, non ha programmi obbligatori di educazione sessuale. La Svezia li ha addirittura inseriti negli anni Sessanta!

Le ricerche internazionali, condotte dall’ONU e dall’Unesco, hanno documentato una serie di concreti benefici relativi alla salute sessuale, quali un uso più consapevole dei contraccettivi, una riduzione delle infezioni sessualmente trasmissibili e un maggior rispetto della parità di genere.

La legge 107/2015 («Buona Scuola») ha previsto all’articolo 1, comma 16 che il PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) assicuri

 

l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.

 

Sul significato del comma 16 è intervenuta la circolare del MIUR (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca), n. 1972 del 15 settembre 2015 (Chiarimenti e riferimenti normativi a supporto dell’art. 1, comma 16 legge 107/2015), in cui si afferma che, nell’ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, riveste una particolare rilevanza la lotta a ogni tipo di discriminazione.

Nella nota viene ribadito che

 

tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo.

 

Si precisa altresì che il comma 16 della 107/2015 si ispira ai documenti europei e alle carte internazionali, ma in particolare all’articolo 30 della Costituzione che riconosce ai genitori il dovere e il diritto di «mantenere, istruire, educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio». 

Inoltre, è opportuno sottolineare che le norme citate non fanno altro che recepire in sede nazionale quanto si è deciso nell’arco di anni, con il consenso di tutti i Paesi, in sede Europea, attraverso le Dichiarazioni, e in sede Internazionale mediante le Carte.

Di fatto, però, non si è andati oltre documenti, linee guida, direttive che non si sono tradotti in azioni concrete. Nella stessa legge 92/2019, che ha introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’educazione civica nella scuola italiana, non ha trovato collocazione adeguata l’educazione sessuale.

Il 24 novembre 2023 il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato la direttiva n. 83, che disciplina un programma per le scuole in tema di «educazione alle relazioni» al fine di sviluppare una cultura di rispetto reciproco e contrastare ogni forma di violenza, in particolare maschile sulle donne. Il progetto, destinato alle scuole secondarie di secondo grado, è finalizzato a sviluppare tematiche di natura affettiva in orario extra-curricolare, con un impegno di 30 ore annue.

L’educazione all’affettività e alla sessualità implica la promozione del benessere psico-fisico e la valorizzazione delle individualità delle bambine e dei bambini. Pertanto, deve iniziare molto precocemente in collaborazione con le famiglie, la rete di servizi sanitari, educativi e sociali del territorio.

5. La legge 104/2026 sul consenso informato

Con l’inizio dell’anno scolastico 2026/2027, una delle novità più significative per docenti, genitori e studenti è contenuta nella legge 9 giugno 2026, n. 104 Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 142 del 22 giugno 2026 ed entrata in vigore il 7 luglio 2026. La legge introduce la possibilità di effettuare nelle scuole secondarie di primo e secondo grado attività inerenti ai temi della sessualità.

A questo proposito, nell’articolo 1 si afferma che

 

le istituzioni scolastiche sono tenute a richiedere il consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti, se maggiorenni, per la partecipazione a eventuali attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità, nonché ad acquisire tale consenso previa messa a disposizione, per opportuna visione, del materiale didattico che intendono utilizzare per le attività medesime.

 

I dirigenti scolastici e gli organi collegiali adegueranno in tal senso il Patto educativo di corresponsabilità, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno1998, n. 249, al provvedimento sopra richiamato.

Le attività inerenti ai temi sessuali dovranno tenersi in orario extracurricolare e il consenso informato preventivo dovrà essere redatto per iscritto da parte dei genitori e degli studenti, se maggiorenni. Tale consenso sarà richiesto entro il settimo giorno antecedente alla data prevista per lo svolgimento delle attività, in cui si esplicitano

 

le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti, i temi e le modalità di svolgimento delle attività di cui al primo periodo, oltreché l’eventuale presenza di esperti esterni o di rappresentanti di enti o di associazioni a vario titolo coinvolti.

 

Le famiglie firmeranno il consenso preventivo solo dopo essere state informate sugli argomenti specifici che verranno affrontati. L’acquisizione del consenso informato dei genitori — o degli stessi studenti se maggiorenni — diventa obbligatoria. Lo stesso materiale didattico utilizzato durante gli incontri formativi deve essere reso disponibile ai genitori per una preventiva visione.

La legge interviene, inoltre, sulla regolamentazione del coinvolgimento di soggetti esterni. La deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio di istituto rappresentano i due passaggi necessari per autorizzare la partecipazione di esperti esterni. Spetta al collegio dei docenti definire i criteri di selezione di tale personale, valutando i titoli, la comprovata esperienza professionale, scientifica o accademica, la coerenza del loro intervento con le finalità educative del progetto e l’adeguatezza all’età degli studenti.

Nel caso di mancata adesione alle proposte dell’istituzione scolastica, agli alunni dovrà essere data la possibilità di frequentare attività alternative, che devono essere organizzate utilizzando gli strumenti di flessibilità e autonomia didattica già a disposizione della scuola, inserite nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa.

La scuola dell’infanzia e primaria sono escluse da qualsiasi attività attinenti all’ambito della sessualità. Per questi ordini scolastici, dunque, il divieto è assoluto. Teni riguardanti la sessualità non possono essere affrontati in alcuna forma. Sono consentiti i soli contenuti previsti nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, dove, nella parte relativa alle Scienze, si fa un cenno alla «struttura e funzioni del corpo umano, funzioni riproduttive». Nel curricolo di istituto potranno trovare spazio anche temi legati all’educazione civica (legge 98/2019) su temi riguardanti il rispetto, l’empatia, le relazioni tra le persone, senza però trattazioni specifiche sulla sessualità.

6. Un po’ di chiarezza

In merito ai temi riguardanti la sfera sessuale, spesso si fa confusione con i termini utilizzati. Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Il termine «sesso» si riferisce ai tratti sessuali biologici (organi genitali, cromosomi, caratteristiche fisiche, voce, ecc.) utilizzati per classificare una persona di sesso maschile o femminile. Il sesso, dunque, viene assegnato alla nascita sulla base degli organi genitali esterni; pertanto, è legato esclusivamente alle nostre caratteristiche anatomiche.

La sfera del «genere» riguarda, invece, tutti quegli elementi culturali e sociali che determinano l’essere uomo o l’essere donna. Ad esempio, alle femmine si associa il colore rosa, ai maschi il blu. Di solito, le donne portano i capelli lunghi, i maschi no. L’elenco è lungo e investe molti aspetti della vita quotidiana (abbigliamento, posture, trucco,ecc.).

L’«identità di genere» riguarda la percezione di noi stessi come maschi o femmine.

Nelle Linee guida, approvate dalla Società Italiana di Psicoterapia per lo studio delle identità sessuali (Sispis), si afferma che tale processo identitario inizia molto presto, attorno ai tre anni. Dunque, quando si parla di identità di genere si intende l’adesione profonda di ciascuno di noi al ruolo di donna o uomo: «mi sento femmina» o «mi sento maschio». Tutto ciò non significa che eventuali «trattamenti» terapeutici debbano iniziare in tenera età. Occorre, infatti, prendere atto che, secondo studi psicoevolutivi,

 

le strutture neurocognitive dei bambini e delle bambine sono immature, acerbe, in una condizione profondamente diversa rispetto alla linearità dell’età adulta. In particolar modo durante tutta l’infanzia, ossia fino ai 10-11 anni, il pensiero magico prevale abbondantemente. Come ci ha insegnato Jean Piaget, il maggior esperto del Novecento, e come hanno ribadito anche le ricerche neuroscientifiche, la corteccia prefrontale non è ancora attiva in modo sistematico nel controllo razionale della realtà (Novara, 2026).

 

Secondo il pedagogista Daniele Novara, dunque, le bambine e i bambini, nei primi dieci anni di vita, esprimono pensieri che non coincidono ancora con le loro intenzioni future.

Nello specifico, Novara critica duramente la guida Oltre lo sguardo, pubblicata nel giugno 2026 dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri.

Ci sono poi altri due termini che vanno chiariti: «cisgender» e «transgender».

«Cisgender» è chi si riconosce nel genere corrispondente al proprio sesso. Chi nasce femmina, in questo caso, si sente donna e si comporta come una donna. Lo stesso dicasi per chi nasce il maschio.

«Transgender», invece, è colui o colei che si identifica nel genere opposto. Questa condizione comporta uno «scollamento» tra il corpo posseduto e la propria identità e può causare un grave disagio, chiamato «disforia di genere», elencata nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), manuale pubblicato dall'American Psychiatric Association nel 2013.

La diagnosi di «disforia di genere» deve essere molto accurata e rappresenta il primo passo per avviare un eventuale percorso di transizione.

Un’ulteriore attenzione. Non bisogna confondere «transgender» con «transessuale». Quest’ultimo termine fa riferimento a un percorso farmacologico e chirurgico che culmina con l'intervento di ricostruzione degli organi genitali. Non tutte le persone transgender lo fanno o vogliono farlo.

Definita l’identità di genere, un’altra parola chiave della ricerca sessuologica è l'«orientamento sessuale», che si riferisce alle nostre relazioni con gli altri, in particolar modo all’attrazione sessuale.

L’orientamento sessuale può essere declinato sotto vari aspetti:

  • eterosessuale: attrazione verso persone di sesso o genere diverso;

  • omosessuale: attrazione verso persone dello stesso sesso o genere;

  • bisessuale: attrazione verso più di un genere;

  • asessuale: assenza di attrazione sessuale verso gli altri.

Infine, con l’espressione «coming out» si definisce un percorso personale con il quale i giovani omosessuali o LGBTQIA rivelano pubblicamente e intenzionalmente il loro orientamento sessuale, da non confondere con l’«outing», cioè la rivelazione di tale orientamento, non consensuale, da parte di altri, che rappresenta una forma di violenza e bullismo.

7. Gli studi di genere (gender studies) e la «teoria gender»

Il tema dell’identità di genere a cui una persona sente di appartenere è caratterizzato spesso da orientamenti e convinzioni contrastanti tra loro. Anche in questo ambito occorre fare un po’ di chiarezza.

Gli studi di genere (gender studies) si occupano dei significati socio-culturali legati all’identità di genere e sono trasversali a diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. Sono il frutto di un approccio multidisciplinare sulla sessualità, nato negli anni Settanta e Ottanta in Nord America, che si è diffuso in Europa a opera dei movimenti omosessuali (gay e lesbiche).

La «teoria gender» («ideologia gender»), invece, è un termine coniato negli anni Novanta da ambienti cattolici per denunciare gli studi di genere, incentrati sulla distinzione tra «sesso» e «genere». Come già sottolineato, il sesso comprende caratteristiche biologiche, mentre il genere rappresenta una costruzione culturale che definisce comportamenti associati alla femminilità e alla mascolinità.

Gli studiosi di genere sostengono che, a differenza del sesso, il genere non sia innato ma appreso. Di conseguenza, i concetti di maschilità e femminilità sono dinamici, non possono cioè essere determinati esclusivamente dagli organi genitali.

Dunque, secondo i propugnatori del gender studies, la nostra identità è un complesso mosaico di categorie, comprendenti sesso, genere, ruolo di genere, orientamento sessuale, ecc. Una realtà, dunque, in continua evoluzione.

Al contrario, secondo i sostenitori della «teoria gender», il sesso biologico è l’unica cosa che conta: non può esistere una identità di genere diversa dal sesso biologico.

Anche papa Francesco nell'esortazione apostolica Amoris Laetitia (2016), fa un riferimento all'ideologia «genericamente chiamata gender», affermando che essa

 

induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un'identità personale e un'intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L'identità umana viene consegnata ad un'opzione individualistica, anche mutevole nel tempo.

 

L'esortazione del pontefice argentino recepisce, però, uno dei principi fondanti degli studi di genere, ossia la distinzione tra «sesso» e «genere». Afferma:

 

Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender) si possono distinguere, ma non separare.

 

Spesso la «teoria gender» viene rappresentata come una forma di indottrinamento delle bambine e dei bambini con l’obiettivo di alterare il loro orientamento sessuale.

In realtà occorre prendere atto che, in determinati casi, classificare le persone come maschio o femmina in base alle caratteristiche fisiche, principalmente genitali, sia limitante.

Nella legge 104/2026 il legislatore ha assunto una posizione decisamente critica verso l’ideologia gender. Per tale ragione, si prevede che eventuali attività inerenti alla sessualità debbano avvenire solo nella scuola secondaria di primo e secondo grado e solo con il consenso dei genitori o degli studenti, se maggiorenni. 

Tale provvedimento è avversato da associazioni e forze di opposizione che hanno proposto la raccolta di almeno 500.000 firme per un referendum abrogativo. In particolare, si contesta alla legge una limitazione dell’autonomia scolastica e l’esclusione dei temi legati all’identità di genere.

Lo scontro riguarda, da un lato, il bilanciamento tra il diritto dei genitori di autorizzare percorsi educativi inerenti ai temi della sessualità e, dall’altro, la necessità, sostenuta dai critici della legge, di assicurare a tutti gli studenti la possibilità di accedere universalmente all’educazione sessuale.

 

Bibliografia di riferimento

Novara D. (2026), Non dobbiamo aver paura della disforia di genere, ma di chi pensa che un bambino sappia già decidere, «Avvenire».

Papa Francesco (2016), Amoris Laetitia, Edizioni San Paolo.

Save the Children (2026), Scuole: il consenso informato rischia di aumentare le disuguaglianze educative, comunicato stampa.

UNESCO (2018), International Technical Guidance on Sexuality education: An Evidence-Informed Approach, 2nd Revised Edition, Paris.