La Magnifica Humanitas: nuovi orizzonti educativi

La Magnifica Humanitas: nuovi orizzonti educativi

1. L’enciclica che guarda al futuro

In un mondo in cui prevalgono incertezza e disorientamento, la Magnifica Humanitas (MH) di Leone XIV, pubblicata il 25 maggio 2026, si pone come guida di vita sia per i credenti sia per coloro che non professano alcun credo religioso.

Il papa si rivolge ai primi ascoltando le loro domande e indicando una precisa strada da seguire: la custodia della persona umana. Ai laici, come sottolinea Lucio Caracciolo, l’enciclica «appare manifesto politico» per i richiami alla pace, alla protezione del Pianeta, alla dignità del lavoro e ai rischi dell’universo digitale.

La difesa dei valori della persona e dell’affermazione di un pensiero critico, non sottoposto a logiche algoritmiche, è sostenuta in questo primo documento dell’attuale pontefice, che viene diffuso, non a caso, nella ricorrenza del 135° anniversario della Rerum Novarum (Nuove questioni).

Se Leone XIII con la Rerum Novarum del 1891 difendeva le ragioni dei lavoratori e le richieste del mondo operaio,

 

Prevost si schiera per chi opera contro l’idolatria della finanza. Denuncia il culto dell’algoritmo che vorrebbe ridurre la morale a computazione, lo Stato ai tecno-teologi d’accatto […] e il mercato a misura di tutte le cose (Caracciolo, 2026).

 

Papa Leone richiama tutti alla promozione di un’etica dell’umano: non permettere che lo sviluppo tecnologico riduca l’uomo a un semplice numero di sistemi sempre più sofisticati.

Già il suo predecessore Francesco aveva denunciato il rischio che, in un mondo globalizzato, si affermasse in misura crescente il paradigma tecnocratico, governato dalla logica dello sfruttamento e del profitto. Leone XIV, in continuità con l’insegnamento di papa Bergoglio, esprime la necessità che la «ricchezza» digitale si pieghi a un nuovo quadro spirituale, etico e politico, evitando che l’umanità diventi vittima delle sue stesse conquiste.

La Magnifica Humanitas, in continuità con le grandi encicliche sociali del Novecento e dei primi decenni del Duemila, solleva temi e questioni della vita personale e comunitaria che interessano tutti, indipendentemente dal credo religioso professato.

Nello specifico, si afferma che le tecnologie offrono l’opportunità di conseguire una migliore qualità della vita. Allo stesso tempo, però, posseggono un drammatico potere di spingere in direzione negativa la concezione che l’uomo ha di se stesso, degli altri e dell’intera umanità. Il destinatario dell’enciclica è l’uomo in quanto uomo, chiamato a ritrovare un riferimento antropologico morale, educativo e politico, partendo dal valore inalienabile di ogni persona e dei suoi diritti.

I principi rilanciati da Leone XIV sono quelli (non negoziabili) del bene comune, della sussidiarietà, della giustizia sociale, del valore del lavoro, della custodia del pianeta, della civiltà dell’amore, ecc.

Per questo, sarebbe riduttivo rubricarla come l’«enciclica dell’Intelligenza Artificiale» (IA). Rappresenta, infatti, un richiamo per tutti coloro che

 

credono nella bellezza e nei valori dell’umanità e di una civiltà che si misura dalla cura e non dalla potenza […]. Il papa ricorda che la grandezza dell’uomo non risiede nella capacità di dominare o manipolare il mondo, ma nel proteggere la dignità della persona (Anelli, 2026).

 

In un certo senso, la Magnifica Humanitas può essere considerata un documento che si pone nell’orizzonte della contro-modernità, che denuncia il rischio di ridurre tutto a consumo, a sviluppo (costi quel che costi), criticando in modo radicale un capitalismo globale, che utilizza sempre più la guerra contro e a scapito della vita degli innocenti.

2. Edificare la città dell’uomo

La Rerum Novarum nel 1891 aveva aperto un orizzonte inedito sul rapporto tra il lavoro e il giusto salario. Leone XIII aveva difeso i diritti della classe operaia di fronte alle insaziabili ambizioni e prepotenze del ceto padronale.

L’enciclica, alla fine dell’Ottocento, sottolineò la necessità di interpretare i problemi di una società, che si stava avviando a un processo di convulsa industrializzazione, con una nuova lente, quella della «dottrina sociale della Chiesa» in cui il tornaconto di pochi non venisse mai anteposto ai diritti di tutti. La Rerum Novarum, scrive l’attuale papa, «riconosce nelle persone un valore essenziale prioritario rispetto al capitale e al profitto».

Anche papa Francesco, con la Laudato Si’  enunciò i rischi del potere finanziario e i suoi costi ecologici. A pagare le disuguaglianze e gli squilibri del degrado ambientale, secondo Bergoglio, erano ancora una volta i poveri, gli indifesi, gli emarginati delle grandi periferie del mondo. Leone XIV ne eredita l’insegnamento, applicando la grammatica precedentemente utilizzata con un’attenzione particolare al tema dell’IAAfferma l’attuale pontefice nell’Introduzione dell’enciclica che

 

l’Intelligenza Artificiale va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo.

 

Dunque, il problema dell’IA deve essere inquadrato nel più ampio orizzonte del rapporto tra l’uomo e la tecnica, che non va considerata come «antagonista rispetto alla persona». Lo sviluppo tecnologico, infatti, ha contribuito nei secoli a migliorare in modo considerevole le condizioni di vita dell’umanità. Allo stesso tempo, però, in ogni fase del progresso umano si è affermata una visione e si è consolidato l’uso di strumenti non sempre orientati al bene dell’umanità. Si pensi solo all’uso indiscriminato delle materie prime che ha contribuito a degradare e impoverire intere aree del nostro Pianeta.

Oggi, poi, le tecnologie informatiche, la rivoluzione digitale, l’automazione selvaggia, ecc., risultano talmente pervasive che rischiano di alterare le relazioni tra gli individui e i popoli, anche per il fatto che i principali motori delle trasformazioni in atto non sono più gli Stati, ma attori privati, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi.

Dunque, la vera domanda non riguarda l’Intelligenza Artificiale in sé, ma «quale idea di uomo guiderà l’IA» (Gregis, 2026). La sfida, prima di essere tecnologica, è innanzitutto umana.

L’impegno a cui tutti siamo chiamati è ancora una volta l’edificazione della città impostata sul bene comune, la cui costruzione presuppone l’accettazione del limite e della dignità degli ultimi.

Scrive Leone XIV nell’Introduzione dell’enciclica che

 

edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che «lasciano indietro» interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli.

 

Il progresso è veramente tale se serve la persona, non se viene ridotto a uno sviluppo che piega i popoli alle logiche del potere.

 

3. L’uguale dignità degli esseri umani

La dottrina sociale della Chiesa, scrive Leone XIV, 

 

non è il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle «cose nuove» del proprio tempo.

 

Tutti i pontefici venuti dopo Leone XIII hanno preso come riferimento del loro magistero la Rerum Novarum, leggendo i mutamenti storici alla luce di quello straordinario documento e facendo emergere aspetti diversi di un unico e non negoziabile patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità.

La dottrina sociale della chiesa, scrive Leone XIV,

 

non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Di conseguenza, la dignità dei fratelli è sfigurata quando la politica non risponde ai drammi dell’umanità, quando l’economia si volge contro la persona o la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo.

 

Uno dei fondamenti dell’enciclica è «l’uguale dignità di tutti gli esseri umani». Si tratta di una delle più importanti acquisizioni della cultura giuridica moderna. Tale principio va, però, custodito e alimentato affinché non venga offuscato da ideologie o interessi che tendono ad affermare disvalori orientati esclusivamente a logiche utilitaristiche e alla ricerca dell’arricchimento personale.

Tra queste ideologie, afferma Leone XIV,

 

ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile.

 

Il valore della persona, sostiene il papa, non dipende dalle sue prestazioni o dalla posizione che occupa, ma dal rispetto dei diritti che sono coessenziali alla sua dignità, la quale si dispiega su tre versanti:

  • dignità morale, riferita al modo in cui la persona orienta il proprio agire;

  • dignità sociale, che riguarda le condizioni di vita e il rispetto che le viene riconosciuto nella comunità di appartenenza;

  • dignità esistenziale, vale a dire il modo in cui una persona percepisce se stessa, il valore di sé e della propria vita.

Ma la dimensione che fonda il concetto di dignità dell’uomo è quella ontologica. Scrive Leone XIV che quest’ultima

 

appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere. 

 

Papa Francesco in Fratelli tutti ha scritto che l’uomo non crea la sua natura: la possiede come un dono ricevuto, anche se può arricchirla con le proprie capacità.

In Fratelli tutti Bergoglio scrive che nell’esercitare la propria libertà per coltivare le ricchezze di cui l’individuo dispone,

 

la persona umana si costruisce nel tempo. Anche se, a causa di vari limiti o condizioni, non è in grado di mettere in atto queste capacità, la persona sussiste sempre come «sostanza individuale» con tutta la sua inalienabile dignità.

 

Nel tempo dell’Intelligenza Artificiale il funzionamento dei sistemi e degli algoritmi rischia di essere elevato a criterio di misurazione della dignità umana. Ciò che rende efficiente una macchina finisce «per diventare parametro di valutazione della persona» (Barone, 2026). La Magnifica Humanitas denuncia questa deriva con estrema lucidità.

4. Disarmare l’Intelligenza Artificiale

In un passaggio della Magnifica Humanitas il papa sembra lasciarsi andare a una confessione:

 

vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: «disarmare». Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.

 

La qualità di una civiltà, sottolinea ancora Leone XIV, «si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione».

Al termine del terzo capitolo dell’enciclica il papa si sofferma su alcuni rischi impliciti nell’uso distorto dell’IA e delle tecnologie digitali in genere: il transumanesimo e il postumanesimo.

Questi pericoli non sono riconducibili a una visione univoca. Al contrario, possono essere inquadrati in «un arcipelago di isole concettuali differenti» che rispondono al medesimo tentativo, quello di oltrepassare i limiti della condizione umana.

Ciò che distingue l’IA dalle tecnologie che l’hanno preceduta (stampa, telefono, informatica, ecc.) è la capacità della prima di «infiltrarsi» nella vita delle persone in modo pervasivo.

Sostiene Christian Barone, docente presso il Dipartimento di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Gregoriana, che l’Intelligenza Artificiale incide «profondamente sul modo in cui una persona struttura il suo rapporto con la realtà» (Barone, 2026).

A fronte di tali pericoli, non si dimentichi che l’IA è in grado di effettuare calcoli molto complessi ma non di comprenderli, anche se, di fatto, sta abbattendo le barriere tra la vita reale e quella virtuale.

 

Non a caso, gli studiosi, quando descrivono il contesto dell’IA, utilizzano i termini «infosfera», indicando la condizione di continua comunicazione che caratterizza la quotidianità rendendola diversa rispetto alla realtà stessa, e «onlife», ovvero una condizione che pone le persone in una iperconnessione continua con il mondo virtuale (Capaldo, 2026).

 

Rifacendosi ai principi della dottrina sociale della Chiesa, il papa ribadisce che l’essere umano non può essere trattato come un materiale da perfezionare o da oltrepassare. Così facendo, diventa più facile sprofondare, come sosteneva papa Francesco, nella «cultura dello scarto». Una esistenza puramente tecnica è un’illusione.

Disarmare l’IA non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’uomo. Infatti, l’automazione di alcune funzioni di analisi non deve intendersi come una delega di giudizio. L’Intelligenza Artificiale può aiutare ad assumere decisioni in tempi più rapidi, ma la sua governance resta una prerogativa esclusiva dell’intelligenza umana.

5. E la scuola?

Nel capitolo quarto dell’enciclica, il papa affronta il tema dell’importanza dell’educazione. Il paragrafo si intitola Centralità della scuola e inizia con queste riflessioni:

 

la scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli.

 

Secondo Leone XIV, il mondo della scuola deve affrontare tre grandi e improrogabili sfide, che hanno a che fare con la dimensione sociopolitica, pedagogica e sapienziale.

Relativamente alla dimensione sociopolitica, nell’enciclica si denuncia la persistenza di forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione sia di base che dei livelli superiori. In troppi Paesi il sistema scolastico pubblico non è adeguatamente sostenuto e, quando la formazione dei giovani viene delegata ai privati, accade spesso che l’accesso dipenda esclusivamente dalla disponibilità economica delle famiglie. 

La sfida pedagogica evidenzia la fatica che molti sistemi formativi incontrano a tenere il passo con i cambiamenti tecnologici in corso e a sostenere una crescita integrale della persona. Leone XIV sottolinea che

 

lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona.

 

Si auspica, pertanto, che gli insegnanti possano fruire di una formazione iniziale e in servizio sistematica e continua, facendo in modo che gli studenti possano fare un uso responsabile e critico delle tecnologie informatiche.

La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. La conoscenza, parcellizzata e frammentata in misura crescente, determina enormi problemi riguardanti la capacità di cogliere la realtà nel suo insieme, a porre domande di senso, a promuovere un’intelligenza creativa e un pensiero intraprendente. Si afferma nell’enciclica che

 

molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone «sanno molte cose» ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso.

 

Occorre, sostiene il papa, promuovere una sorta di «igiene dell’attenzione». La scuola è «nel mondo», ma non deve inseguire la velocità dei mutamenti che in esso avvengono. Infatti, essa è anche «altro dal mondo», nel senso che deve difendere la sua inattualità rispetto ai tempi e ai ritmi che la società impone. Il tempo delle domande, delle relazioni, della cura, dell’educazione sentimentale, dell’intelligenza spirituale, ecc., richiede lentezza, pazienza, soste, silenzio. Senza questi elementi la libertà interiore risulta compromessa.

La stessa democrazia non si costruisce su soluzioni pragmatiche o scelte utilitaristiche, ma sulla partecipazione e sul desiderio di sentirsi parte di un progetto che interessa tutti e che ricerca il bene comune.

La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’impulso, che produce spesso «apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità».

In molte realtà, famiglie, scuole, comunità, istituzioni, associazioni, ecc., hanno saputo dare vita a forme di alleanze finalizzate a conferire all’educazione dei giovani il senso di una pienezza e completezza educativa. Tale alleanza diventa concreta quando si è riusciti a condividere fondamentali mete educative, quali:

 

educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune.

 

La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni devono essere educate a interrogarsi sul senso dell’esistenza e dell’importanza di improntare il proprio progetto di vita al principio della misura e di limitazioni che sono fondamentali per vivere pienamente come soggetti liberi.

Gli insegnanti, dal canto loro, sanno quanto sia difficile oggi esercitare questo compito educativo in un tempo in cui i giovani tendono a sperimentare la dimensione dell’eccesso e dell’oltremisura. Ad esempio, relativamente all’uso dell’IA, papa Leone sollecita tutti a sottoporsi a una sorta di digiuno e proteggere i nostri ragazzi dalla seduzione della macchina perfetta. Oggi più che mai il pensiero umano è straordinariamente necessario.

6. Capisaldi educativi

Nell’enciclica Magnifica Humanitas viene implicitamente delineato un orizzonte educativo che, sulla scorta dell’insegnamento di papa Francesco, può essere ricondotto ad alcune parole chiave.

La prima è la custodia dell’uomo e della sua dignità, termine quest’ultimo che ricorre nel testo circa 150 volte. Purtroppo, lo strabordare della tecnologia rischia di creare nuove forme di schiavitù, esclusione e svalorizzazione dell’esistenza. Per questo, l’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata e liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione e di indebolimento del pensiero.

Per esprimere l’enormità di questa sfida, il papa ricorre a due immagini bibliche: la torre di Babele e l’esperienza di Neemia.

Babele è il simbolo di una civiltà basata sull’orgoglio di bastare a se stessa, che assolutizza il potere dell’uomo e la sua pretesa di autosufficienza. Questa protervia porterà alla completa incomunicabilità tra le persone. L’alternativa, invece, è la scelta operata da Neemia, che privilegia il lavoro condiviso e la valorizzazione dell’impegno collaborativo.

Infatti, il Libro di Neemia descrive l’azione riformatrice di questa guida che, dopo il ritorno del popolo ebreo dall’esilio babilonese (circa 445-432 a.C.), ha saputo ricostruire Gerusalemme e dotarla di possenti mura.

Strettamente correlata alla «custodia dell’umano» possiamo rinvenire nel testo un’altra espressione di grande pregnanza educativa: la cura. Essa costituisce la struttura originaria della nostra esistenza, configurandosi come apertura verso se stessi e il prossimo. Secondo il filosofo Martin Heidegger, la cura è la costruzione dell’inscindibile unità tra l’uomo e il mondo, tra il sé e l’altro. Non si diventa uomo o donna senza che qualcuno si prenda cura di noi. Siamo, quindi, dipendenti dall’attività esterna della madre, del padre, degli insegnanti, degli educatori, ecc. Ha scritto Luigina Mortari, riprendendo il pensiero di Heidegger, che

 

la matrice generativa dell’azione di cura è il desiderio di favorire il bene dell’altro senza attendersi nulla per sé. È, quindi, un agire gratuito, ma una gratuità che non è perdita di sé (Mortari, 2002).

 

La cura, pertanto, coincide con quel desiderio di gratuità che permette alla persona di raggiungere la propria pienezza realizzativa. Prima di essere medica, essa è educativa, incastonata nel vissuto di ognuno: presuppone uno spazio che ci sta a cuore e il desiderio di progettarsi in esso.

La stessa idea di talento, oggi continuamente richiamata, viene confusa con la ricerca del traguardo istantaneo, ora e subito, configurandosi come l’opposto della cura. Il talento, afferma Venanzio Postiglione ne Le dieci parole tradite (2006), «è ricchezza sociale o non è nulla».

Tuttavia, la parola chiave dell’educazione, nell’epoca del «tutto permesso», è educare alsenso del limite, soprattutto in un tempo dominato dalle tecnologie digitali. In particolare, l’IA entra nei vissuti della vita quotidiana, toccando differenti piani: diritti, opportunità, reputazione, libertà, dando l’illusione di una inedita superiorità. Ma, a differenza dell’uomo, i sistemi automatizzati non conoscono i sentimenti e le emozioni coessenziali all’affermazione della vita medesima: la compassione, la misericordia, il perdono, l’apertura alla speranza, ecc.

Si possono così produrre nuove forme di scarto, utilizzi «antiumani» e forme palesi di violenza.

Nel 2018 Massimo Gramellini sul «Corriere della sera» scriveva che

 

i social hanno instaurato la dittatura dell’impulso che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire.

 

Nell’enciclica il papa ci ricorda, invece, che i processi educativi hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà e della pazienza del pensiero considerata «la prima pratica di libertà».

 

La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande, che solo nella durata porta frutto (MH, n. 140).

 

L’IA nasconde, poi, un altro preoccupante rischio. Tende ad accrescere il divario tra coloro che già dispongono di risorse economiche e le classi sociali meno abbienti: piccoli gruppi molto influenti possono orientare l’informazione e la stessa educazione dei giovani.

L’uomo, sostiene Leone XIV, «non fiorisce malgrado il limite, ma attraverso il limite». È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio «la compassione e la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri».

I limiti possono essere di varia natura: regole, ordini costituiti, codici di comportamento, ecc.

L’epoca in cui viviamo, invece, pare voglia fare a meno del senso della misura, avallando le contraddizioni di un tempo nel quale gli individui sono presi dall’ossessione di produrre se stessi, senza pensare che non è possibile l’affermazione di sè se non in uno spazio di condivisione con l’altro.

Il senso del limite non è una «diminuzione» delle potenzialità dell’uomo. Al contrario, rappresenta la condizione su cui incamminarsi per conquistare la vera libertà.

Sono, piuttosto, l’eccesso e l’esaltazione di sè che portano a molteplici forme di schiavitù e di dipendenza.

7. Il principio responsabilità

L’enciclica insiste anche su altri due principi educativi di fondamentale importanza: la responsabilità e la consapevolezza.

L’utilizzo intelligente delle tecnologie digitali esige la capacità di orientare il progresso dell’umanità verso la più completa realizzazione di tutti, non la ricchezza di pochi.

 

Per chi fa impresa, per chi innova, per chi cura, questo significa assumere fino in fondo una responsabilità pubblica. Significa scegliere un progresso che non metta in secondo piano la persona, ma la accompagni nel suo percorso; che non amplifichi le disuguaglianze, ma le riduca; che non impoverisca la libertà, ma la custodisca (Murzi, 2026).

 

Magnifica Humanitas, dopo aver evidenziato i pericoli dell’epoca attuale, sostiene che esiste uno spazio di scelta nel concepire il rapporto con le nuove tecnologie. Non ci troviamo, infatti, di fronte a strumenti neutri. Anche da un punto di vista morale, ciò che veramente conta è l’assunzione di responsabilità di «chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete» (MH, n. 105). Il «principio responsabilità» (elaborato dal filosofo Hans Jonas) può essere declinato su un duplice piano: individuale e collettivo.

La prima dimensione si coltiva creando condizioni perché il giovane possa fare esperienze del proprio agire responsabile. È l'arte delicata di essere abbastanza vicini da intervenire e abbastanza lontani da sperimentare un’autentica scelta.

La dimensione collettiva chiama in causa l’intera comunità educante (famiglia, scuola, società civile, religiosa, ecc.) e il rapporto con gli altri. I ragazzi crescono nell'intreccio di queste relazioni multiple, che devono sapersi coordinare senza confondersi.

Secondo Jonas, l’agire dell’uomo, con l’attuale sviluppo tecnico, ha acquisito un potere inquietante, che deve essere bilanciato da una visione etica che ci permetta di valutare tutte le possibili conseguenze, anche quelle più catastrofiche.

Se la tecnica viene assolutizzata, la persona rischia di trasformarsi in un semplice dato. Se, al contrario, essa è assunta dentro a un discorso di sapienza, diventa occasione di giustizia e di fraternità. Scrive Leone XIV che «quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato» (MH, n. 233).

Come ricordato, la finalità educativa della Magnifica Humanitas è rappresentata dal libro di Neemia. La sua città poggia sul principio della responsabilità di Israele e sul raggiungimento del bene comune dell’intero popolo. Per queste ragioni, nell’enciclica il papa invita a evitare la «sindrome di Babele» che porta alla disumanizzazione e al potere del più forte.

 

Scegliamo, invece, la via di Neemia che mette in risalto il valore del lavoro condiviso […] e di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità (MH, n. 10).

 

Anche i meccanismi più sofisticati possono incepparsi e degenerare se non vengono impiegati da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta tensione morale per l’uomo e per i suoi destini.

In chiave educativa, il termine «responsabilità» è riconducibile alla necessità che ciascuno comprenda le conseguenze delle proprie azioni sia riguardo a se stesso che agli altri. Quindi, rappresenta la capacità di comprendere il valore dei propri comportamenti e di dare forma a una coscienza morale in grado di rispondere delle proprie scelte.

Leone XIV sottolinea che le trasformazioni che stiamo vivendo (rapide e sconvolgenti), l’avvento di una società multietnica, il saccheggio delle risorse naturali, le tecnologie sempre più potenti, ecc., stanno mettendo a rischio la vita del pianeta Terra, il quale avrà un futuro solo nel pieno riconoscimento della centralità dell’uomo e nella costruzione della civiltà dell’amore.

Il paradigma tecnologico, afferma Paolo Benanti, pone la domanda «che cosa puoi fare?» e misura il valore di un sistema artificiale dalla sua capacità di produrre e ottimizzare. Il papa, sulle orme di Franceso d’Assisi, si rivolge a noi con una domanda diversa, ovvero «con chi sei in relazione?».

 

Non si chiede alla tecnologia di essere meno capace, ma di essere più responsabile, non chiede di rinunciare all’esperienza empirica, ma di riconoscere che ogni esperienza avviene sempre con qualcuno (Benanti, 2026).

 

8. Per una pedagogia del bene comune

Il bene, in una società ripiegata spesso sull’esasperazione degli individualismi, costituisce il principio cardine della dottrina sociale della Chiesa. In particolare, il bene comune non è «la somma dei vantaggi dei singoli» ma la condivisione di un progetto che determina un plus arricchente per i singoli e per l’intera società. Afferma Leone XIV:

 

È la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res pubblica.

 

Al contrario, l’enfasi posta unicamente sulle libertà soggettive può arrivare a fare dell’io il metro di giudizio primo e unico di ciò che è vero, buono, bello. L’altro, il noi, l’umanità sono collocati fuori dalla visione personale o ridotti a «oggetto» o comunque a «protesi» dell’io.

Sotto l'aspetto pedagogico, occorre rimettere al centro l'esigenza di educare al rispetto dell'identità nella diversità e nella valorizzazione delle peculiarità individuali. L’obiettivo è quello di promuovere inedite modalità di convivenza democratica e di riconoscenza di una pluralità di appartenenze, proprie di una società multiculturale come quella occidentale.

L’impegno educativo trova il suo compito principale in una rinnovata riflessione sull’uomo e su nuove forme di educabilità. Soprattutto, non va dimenticato che il valore dell’educare (dal latino educère, trarre fuori) non è riempire, ma liberare.

Il bene comune, infatti, è frutto dell’interdipendenza e del riconoscimento della diversità che crea una rete di «bene sociale» di cui anche la singola persona potrà avvantaggiarsi. Tale prospettiva richiede soprattutto il «disarmo della parola», perché il suo potere è enorme e caratterizza spesso in negativo le esperienze della nostra quotidianità.

La costruzione del bene comune è riconducibile alla promozione di azioni finalizzate ad assumere il principio della «destinazione universale dei beni». Il papa ci ricorda che le risorse della terra (il suolo, l’acqua, l’aria, l’ambiente, ecc.) sono donate da Dio all’intera famiglia umana. Devono, pertanto, essere preservate come facciamo quando riceviamo un regalo.

Oggi, poi, si è creata una nuova categoria di beni: piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, possesso di dati, ecc., e si stanno creando forme inedite di proprietà.

Sia le prime che le seconde sono di tutti: non devono trasformarsi in un pretesto per privilegiare qualcuno o alimentare «il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini» (MH, n. 67).

Il bene personale è inseparabile dal bene comune, che implica il sentirsi uniti in un progetto nel quale il rispetto e la garanzia dei diritti/doveri siano per ognuno un aspetto inalienabile e non negoziabile della persona.

Il papa ci ricorda, inoltre, che gli algoritmi rischiano di avallare un apprendimento «iper-individuale», mettendo ai margini l’esperienza collettiva. Afferma Leone XIV che costruire un mondo in cui tutti possono fiorire «esige una corresponsabilità coraggiosa». 

A differenza dei giovani, gli adulti non sono cresciuti nella dimensione che caratterizza il tempo digitale. Gli stessi insegnanti co-abitano in questi nuovi spazi, ma non si sono formati in essi. Bisogna, dunque, studiare, leggere e capire le trasformazioni di questo universo. Ma soprattutto occorre farlo insieme.

Il papa conclude l’enciclica con l’invito a investire nell’educazione, che inizia dall’impegno di ciascuno. In particolare, ci esorta a vivere il digitale «in modo umano» e ammonisce gli adulti a riscoprire la vocazione di essere «artigiani dell’educare». Questo principio costituisce uno dei servizi più preziosi in vista della costruzione del bene comune.

 

Bibliografia di riferimento

Anelli F. (2026), La cura è relazione, non calcolo. Così Leone XIV parla ai medici, «Avvenire».

Barone C. (2026), Guida alla letturaMagnifica Humanitas, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni San Paolo.

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Caracciolo L. (2026), La prima pietra verso la pace, «la Repubblica».

Gramellini M. (2018), Il Caffè, «Corriere della sera».

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