La dislessia oltre il disturbo: una nuova prospettiva

La dislessia oltre il disturbo: una nuova prospettiva

La dislessia evolutiva viene spesso considerata come una difficoltà insormontabile legata alla lettura e alla scrittura. Per molti, questa condizione rappresenta un ostacolo scolastico e personale. Ma oggi, grazie a nuove ricerche, sappiamo che non è solo così. Un punto di partenza fondamentale per cambiare direzione in maniera positiva è lo studio di Taylor e Vestergaard (2022), i quali propongono una prospettiva radicalmente diversa: la dislessia non va intesa solo come un disturbo, ma come una specializzazione cognitiva orientata all’esplorazione, capace di generare abilità preziose come il pensiero creativo, il ragionamento dinamico e una maggiore apertura all’innovazione. Proprio a partire da questa visione, ha preso vita la mia tesi universitaria che si propone di indagare le potenzialità nascoste nella dislessia, mettendo in luce come le persone con questo profilo possano eccellere in alcune aree del pensiero. L’obiettivo è quello di andare oltre l’idea di “limite” e di mostrare come la dislessia possa offrire anche risorse cognitive importanti, spesso invisibili nei contesti scolastici tradizionali, ma centrali per lo sviluppo personale e sociale.

Le teorie classiche sulla dislessia e i loro limiti.

Finora, molte delle teorie classiche relative alla dislessia si sono concentrate soprattutto sui deficit fonologici, cioè sulla difficoltà nel riconoscere e usare i suoni del linguaggio. Questo è il cuore della Phonological Deficit Theory, una delle teorie più riconosciute, sostenuta da studiosi come Snowling e Shaywitz. Secondo questa teoria, il problema principale nella dislessia sta nella difficoltà di trasformare le lettere scritte in suoni, un processo fondamentale per leggere in lingue alfabetiche come l’italiano o l’inglese. Ma questa visione, pur valida, non spiega tutto: non tutte le persone con dislessia presentano le stesse difficoltà, e molti dimostrano abilità straordinarie in altri campi.

Per questo motivo, negli anni sono nate altre teorie. Alcune si sono concentrate sulla vista, come la Magnocellular Theory di Stein e Walsh (1997), che collega la dislessia a un problema nella percezione del movimento visivo, mentre altre, quali ad esempio la Cerebellar Deficit Theory di Nicolson e Fawcett (1995), hanno guardato al ruolo del cervelletto nell’automatizzare le azioni. Infine, altri studiosi, per spiegare perché leggere può risultare faticoso o disorientante per alcune persone, hanno parlato di “attenzione visiva” o di “stress visivo”. Tuttavia, tutte queste spiegazioni restano legate alla dimensione della “mancanza” o della “difficoltà”.

Una visione positiva: la dislessia come specializzazione cognitiva.

L’approccio innovativo di Taylor e Vestergaard sembra aprire la strada a un’idea diversa e più positiva: e se la dislessia fosse anche una forma di specializzazione cognitiva? Un modo diverso - e non necessariamente peggiore - di pensare, capire e imparare? A partire da questa prospettiva e de da questa domanda, nella mia tesi ho presentato un piccolo esperimento condotto su un gruppo di adolescenti italiani con dislessia, alcuni dei quali bilingui, in fase di apprendimento della lingua inglese: è stato utilizzato un questionario strutturato, con esercizi pratici e domande aperte, per raccogliere sia dati numerici sia riflessioni personali, e sono state esplorate aree come la memoria a breve termine, il ragionamento logico, le abilità visuo-spaziali, il pensiero verbale e la creatività. L’uso di un approccio misto, sia quantitativo che qualitativo, ha permesso di ottenere una fotografia completa dei partecipanti, andando oltre i semplici voti o punteggi.

I risultati dello studio: profili cognitivi e punti di forza.

I risultati sono stati sorprendenti e molto interessanti. Alcuni studenti con dislessia hanno mostrato grandi capacità nel pensiero creativo, riuscendo a trovare idee originali, soluzioni inaspettate e collegamenti tra concetti lontani. Altri hanno dimostrato una notevole abilità visiva e spaziale, utile in contesti dove serve immaginare, costruire, visualizzare. Sono stati individuati diversi profili cognitivi: pensatori analiticivisivo-spaziali, apprendenti verbali, orientati alla memoria od olistici. Non mancavano i profili misti, capaci di usare più strategie in modo flessibile. In molti casi, i partecipanti riuscivano a compensare le loro difficoltà linguistiche con altre abilità, sfruttando al meglio ciò che funzionava per loro.

Dislessia e apprendimento di una seconda lingua: strategie alternative.

Uno degli aspetti più innovativi dello studio è stato analizzare il rapporto tra la dislessia e l’apprendimento di una seconda lingua. È emerso che, anche se l’inglese può risultare più difficile dell’italiano (per via della sua ortografia meno trasparente), molti partecipanti hanno trovato strategie personali per impararlo, come usare le immagini, associare suoni a colori o inventare storie per ricordare i vocaboli. Questo dimostra che la dislessia non blocca l’apprendimento linguistico, ma richiede metodi alternativi, più visivi e creativi, ma soprattutto personalizzati.

Conclusioni: dalla fragilità al valore delle differenze.

Tutto questo ci porta a trarre la seguente conclusione: la dislessia non è solo una fragilità. È anche un modo diverso di pensare, che può portare valore se viene compreso e accolto. La ricerca dimostra che, dietro le difficoltà, ci sono talenti nascosti che spesso non emergono nei percorsi scolastici tradizionali. Dare spazio a questi talenti significa costruire un’educazione più inclusiva, più attenta alla persona, più aperta alla diversità. Significa anche cambiare il punto di vista, non più basato solo su ciò che manca, ma su ciò che è già presente e che può essere levigato fino a brillare.

Un cambiamento culturale per una società più inclusiva.

In definitiva, questa prospettiva rappresenta un cambiamento culturale importante. Non si tratta di negare che ci siano sfide da affrontare, ma di affiancare a queste una visione più completa, più umana e più rispettosa della complessità delle persone con dislessia. Accogliere questa diversità non solo migliora la qualità della vita degli studenti dislessici, ma arricchisce l’intera società con idee nuove, soluzioni originali e sguardi alternativi sul mondo.

Bibliografia

  • De Luca, M. (2025). The hidden power of dyslexia: investigation in the cognitive abilities as superpowers. Tesi di Laurea Magistrale, Università di Parma.
  • Nicolson, R. I., Fawcett, A. J., & Dean, P. (1995). Time estimation deficits in developmental dyslexia: evidence of cerebellar involvement. Proceedings of the Royal Society of London. Series B: Biological Sciences259(1354), 43-47.
  • Shaywitz, S. E., and Shaywitz, B. A. (2005). Dyslexia(specific reading disability). Biol Psychiatry, 57(11), 1301-9.
  • Snowling, M.J. (2000). Dyslexia (2nd ed.), Oxford (UK): Blackwell.
  • Stein, J., & Walsh, V. (1997). To see but not to read; the magnocellular theory of dyslexia. Trends in neurosciences20, 147-152.
  • Taylor, H., & Vestergaard, M. D. (2022). Developmental dyslexia: Disorder or specialization in exploration? Frontiers in Psychology, 13, 889245. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.889245