Come ormai ben noto, il trauma si definisce come una ferita profonda, determinata dall’esposizione a uno o più episodi stressanti, scarsamente prevedibili, circoscritti o continuativi, che, costituendo una minaccia all’integrità fisica e psichica delle persone, travalica le loro capacità di risposta, attivando un assetto da sopravvivenza.
Sappiamo, inoltre, che ‘trauma’ è un termine ‘ombrello’, che include, come su esposto, svariati eventi, che si distinguono per entità, durata, momenti evolutivi in cui si verificano e che comportano – quasi sempre – conseguenze psicopatologiche importanti, amplificate o smorzate dalla presenza di fattori di rischio e di protezione.
Tutto ciò ci porta ad affermare che non tutti i traumi sono uguali e che, sebbene anche solo un accadimento traumatico abbia il potere di squarciare la soggettività di un individuo, la gravità e la continuità degli accadimenti in questione, riveste un’importanza cruciale nel determinare l’emergere di specifiche patologie post-traumatiche, interrompendo o ostacolando la costruzione – in atto fino a quel momento - della trama identitaria di un individuo, condizionandone così l’organizzazione della personalità.
Secondo la psichiatra Leonor Terr, è possibile discernere traumi di tipo 1 - eventi singoli, che possono verificarsi a qualunque età, perpetrati o meno da un altro essere umano, con o senza intenzionalità – e traumi di tipo 2 - eventi continuativi e cumulativi, che occorrono in età evolutiva e/o adulta, messi sempre in atto in modo deliberato da altri esseri umani.
I traumi di tipo I comportano il manifestarsi e – in assenza di interventi mirati – il cronicizzarsi di sintomatologie post traumatiche importanti; i traumi di tipo II, oltre alle manifestazioni post traumatiche suddette, esitano spesso in fenomenologie dissociative, alterando in modo sostanziale il senso di sé, delle relazioni, del mondo, la capacità di investire sul futuro e sulla crescita, personale e sociale.
Tra i traumi di tipo II, bisogna collocare, a tutti gli effetti, la guerra, con le sue drammatiche sfaccettature, che comprendono – tra le altre cose - l’interruzione dei ritmi vitali della quotidianità, la lesione della fiducia negli altri, e con il suo strascico di orrore, di morte e, quindi, con l’attivazione di vissuti di terrore, di rassegnazione e disperazione.
Quali sono gli esiti diretti e indiretti del trauma da guerra su bambini e adolescenti?
In questo contesto, il senso di sicurezza, indispensabile agli esseri umani per assaporare e vivere appieno la propria esistenza e che coincide, in parte, con quella finestra di attivazione fisiologica ottimale (Siegel, 2021) che ci permette di tenere a bada la vigilanza, per dedicarci ad attività di apprendimento, creative e relazionali, risulta completamente sotto scacco.
Se si pensa, altresì, che il senso di sicurezza non è innato, ma che viene costruito all’interno di relazioni precoci con figure di riferimento affettive e sintonizzate, che garantiscono il consolidarsi di una base sicura, da cui partire e muoversi nel mondo, possiamo dedurre facilmente che, in contesti di guerra, adulti provati, affamati e spaventati, non riescano a svolgere quelle funzioni di contenimento, indispensabili al costituirsi del senso di sicurezza, di cui sopra.
Ed è anche per questa ragione, che i bambini e gli adolescenti pagano il prezzo più alto quando sono coinvolti direttamente (e indirettamente) nei conflitti armati.
L’età evolutiva è, in questo senso, un’età di grandi opportunità ma anche di altrettanto grandi fragilità.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, il cervello è altamente plastico e tutte le esperienze (positive e non) modellano la struttura e le connessioni neurali. In questa fase della vita, quindi, è molto più elevata la vulnerabilità agli eventi traumatici, che intaccano lo sviluppo dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale – aree implicate nella regolazione emotiva, nella memoria e nel controllo degli impulsi (Perry, 2000).
Vivere esperienze belliche prolungate, quindi, può comportare – tra le altre cose - iper-reattività, disturbi del sonno, impulsività, difficoltà dell’attenzione, che rischiano di divenire cronici.
L’adolescenza, che, da una parte, rappresenta un periodo di ‘fioritura’ emotivo-cognitiva ma anche di forte incertezza, data dal dover ricontrattare il proprio ruolo nel mondo, la percezione di Sé e le relazioni con gli altri, si configura di per sé come una fase in cui la presenza di adulti di riferimento, di regole contro cui andare, di situazioni stabili, assume grande importanza.
Il superamento delle crisi adolescenziali, che implicano l’oscillazione tra il senso di potere e l’impotenza, richiede la capacità di stare in un ‘non ancora’, su cui gravano, ancora una volta, questioni di fiducia, che non possono essere garantite da contesti bellici e violenti.
L’esperienza della guerra, quindi, condiziona pesantemente lo sviluppo, interrompendolo e distorcendolo, con un danno umano e un costo sociale elevatissimi.
Secondo il rapporto dell’Unicef, circa 450 milioni di minori nel mondo vivono in aree colpite da conflitti armati. Capire e affrontare l’impatto della guerra sulle giovani generazioni è fondamentale non solo per fornire loro supporto, ma anche per costruire società future più sane e resilienti (UNICEF, 2024).
Se a questo numero si aggiunge quello dei bambini e dei ragazzi toccati indirettamente dai conflitti, attraverso immagini cruente nei media, racconti di familiari, ansia diffusa, è possibile concludere che “l’età dell’intranquillità”, così come la definisce Miguel Benasayag, stia creando una generazione traumatizzata, senza possibilità di pensare al suo futuro, infestata da ansie, incubi, irritabilità, difficoltà di concentrazione: se dobbiamo continuamente occuparci della minaccia, non c’è spazio per la crescita.
Tutto ciò può sfociare in disturbi da stress post traumatico complesso, depressione, ansia cronica, disturbi dell’attaccamento, comportamenti autolesionistici, abuso di sostanze, da intendersi anche come strategie per alleviare il dolore fisico e psichico.
Quale contributo può dare la comunità educante?
Molti studi recenti sottolineano la gravità del problema (Bunyatova, 2025; Hazer et al., 2023; Solberg et al., 2020) e, se in terra di conflitto è molto difficile individuare dei fattori di protezione, da questa parte del mondo, il ruolo di adulti supportivi, le routine quotidiane stabilizzanti, il supporto della scuola e della comunità, la promozione di attività espressive come arte, musica e sport si rivelano risorse importanti per favorire la costruzione della resilienza.
Alcune organizzazioni internazionali, tra cui Soleterre (www.soleterre.org), stanno cercando di intervenire sul campo per promuovere approcci integrati che coinvolgano famiglie e operatori sanitari e per tentare di sopperire anche all’assenza educativa, causata – oltre che dalla morte – dalla concreta distruzione degli edifici scolastici.
Riconoscere e trattare il trauma è un atto di responsabilità collettiva – oltre che un’azione di validazione dei diritti violati - per tentare di costruire una società diversa, più sana e sicura.
Se da un punto di vista psicoterapico, le acquisizioni sugli effetti psicopatologici dell’esposizione ai traumi, ha permesso di mettere a punto approcci efficaci come l’EMDR, la psicoterapia sensomotoria e altre tecniche somatiche, quale potrebbe essere, in questo senso, il contributo della scuola, della comunità, delle famiglie?
Ciò che appare chiaro se osserviamo le reazioni alle guerre da parte di chi le vive indirettamente, attraverso la narrazione dei media e dei social, è che prevale una sorta di anestesia emotiva, di abitudine all’orrore, che concorrono al senso di impotenza e di ineluttabilità. Tutto questo ottundimento emotivo-cognitivo che, come è noto, costituisce di per sé un sintomo post-traumatico, si trasforma nell’assenza totale di fattori di protezione per le nuove generazioni.
Nel suo libro, ‘Pensare dopo Gaza’, il giornalista Berardi, che pure delinea una situazione tragica, si pone il problema del riuscire a pensare l’impensabile come antidoto a quel torpore, che ci tiene in uno stato di impotenza e di immobilità tossica.
Secondo Etty Hillesum,
E’ già tanto riuscire a comprendere di essere parte di un grande processo di crescita, divenirne consapevoli. Credo che ancora per troppe persone la vita sia fatta di momenti casuali senza un vero collegamento interno. Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi. Se solo si potesse far capire alla gente che si può lavorare alla propria pace interiore, e continuare a essere produttivi e fiduciosi dentro di noi, malgrado le paure e le voci che circolano. In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato.
Agire, quindi potrebbe corrispondere al “dovere morale” di diffondere il senso di sicurezza interno - anche in una accezione neurofisiologica, secondo la Teoria Polivagale - funzionale alla propria crescita, allo sviluppo dell’empatia, al creare e all’imparare. E tutto ciò non può che essere a carico degli adulti, siano essi genitori, insegnanti, educatori, esponenti delle istituzioni.
Il senso di sicurezza va garantito attraverso la riduzione di minacce inesistenti e della competitività, lo sviluppo delle emozioni positive, il rispetto dei confini relazionali, mediante il riconoscimento di ciò che si sente e si prova, l’educazione ai diritti e all’individuazione delle discriminazioni.
Tutto ciò implica anche un lavoro importante che tutte le figure di riferimento dovrebbero svolgere su sé stesse, per divenire tutori di resilienza per le nuove generazioni, affinché, come sottolinea Matteo Lancini, possano “chiamarci adulti”.
Maria Silvana Patti è Psicologa Psicoterapeuta, Responsabile Servizio di Psicotraumatologia dell’ARP di Milano, Presidente CIPM (Centro Italiano per la promozione della Mediazione) Lombardia Orientale, Brescia.
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