Fluenza linguistica: un parametro ambiguo nella valutazione della competenza

Le pause nel parlato spesso condizionano i giudizi valutativi in negativo, ma hanno una funzione cognitiva e comunicativa preziosa, spesso sottovalutata

Fluenza linguistica: un parametro ambiguo nella valutazione della competenza

Secondo il QCER (Quadro Comune Europeo di Riferimento), l’utente competente (C2) «può esprimersi in modo spontaneo, molto fluente e preciso». Questa affermazione, per quanto puntuale possa sembrare, rimane imprecisa nel delineare cosa si intenda effettivamente per fluenza. La nozione di fluenza non può essere considerata assoluta, poiché nemmeno i parlanti nativi o gli utenti di L2 altamente competenti manifestano necessariamente un eloquio fluente in ogni circostanza. La performance è infatti soggetta a molteplici variabili condizionanti, tra cui il contesto comunicativo – che può variare da situazioni informali e a bassa pressione a contesti altamente impegnativi o stressanti – la natura dell’interlocutore, che può agire come partner facilitante o inibente, e lo stato affettivo del parlante, che può ottimizzare oppure ostacolare la produzione linguistica.

Nel tentativo di fornire maggiore chiarezza concettuale, Lennon (1990) ha distinto tra fluenza in senso lato – strettamente allineata alla nozione di competenza e definita come la capacità di produrre un linguaggio grammaticalmente corretto e appropriato – e fluenza in senso stretto, caratterizzata da una produzione del parlato continua, rapida e priva di esitazioni, errori o pause piene. Questa distinzione è stata successivamente approfondita da Segalowitz (2010), che ha introdotto un quadro tripartito: la fluenza percepita, che riguarda il modo in cui la fluenza viene giudicata dagli ascoltatori; la fluenza dell’enunciato, che concerne le proprietà temporali e strutturali misurabili del parlato (ad es. velocità di eloquio, fenomeni di pausa ed esitazione); e la fluenza cognitiva, che designa l’efficienza dei processi mentali sottostanti che rendono possibile una produzione fluente (Van Os et al., 2020). 

La concezione negativa delle pause

Ciò che accomuna molte di queste concettualizzazioni è una valutazione implicitamente negativa delle pause, spesso trattate come indicatori di disfluenza o di fallimento comunicativo. Questa prospettiva, tuttavia, risulta riduttiva. Come sostenuto in modo convincente da Quinting (1971), le pause di esitazione dovrebbero piuttosto essere concepite come una caratteristica fondamentale e naturale della performance linguistica. Infatti il loro impiego strategico contribuisce sia alla pianificazione sia all’efficacia comunicativa, anche nei parlanti nativi.

Come impattano le pause durante la valutazione linguistica

La rilevanza empirica delle pause è stata dimostrata anche nell’ambito della valutazione linguistica. Kim e Jang (2017), ad esempio, hanno esaminato il ruolo delle pause in gruppi di parlanti con diversi livelli di competenza (parlanti nativi di inglese, apprendenti coreani ad alta competenza e apprendenti coreani a bassa competenza), mentre Matzinger et al. (2023) hanno indagato le implicazioni valutative delle pause, concentrandosi su parametri quali conoscenza, sicurezza e disponibilità alla comunicazione, e confrontando parlanti nativi e non nativi. Entrambi gli studi convergono nel rilevare che la durata delle pause, il loro posizionamento sintattico e la lunghezza dell’enunciato esercitano un’influenza decisiva sui giudizi valutativi. Pause lunghe, scarsamente allineate ai confini sintattici o inserite in enunciati brevi, tendono a essere interpretate negativamente. È significativo notare che, mentre nei parlanti nativi tali pause sono spesso associate a minore sicurezza, ridotta disponibilità all’interazione o limitata conoscenza dell’argomento, negli apprendenti di L2/LS vengono generalmente interpretate come prova di una competenza linguistica inferiore e di una fluenza ridotta.

Come cambia la percezione delle pause nelle diverse culture

Un’ulteriore dimensione cruciale è rappresentata dalla variabilità culturale nella gestione e nell’interpretazione delle pause, in particolare per quanto riguarda le pratiche di presa di turno. Sebbene studi empirici abbiano documentato una notevole variazione interculturale, vi sono anche evidenze a favore dell’esistenza di una norma universale, ovvero il principio del minimal-gap minimal-overlap (Stivers et al., 2009), secondo cui i parlanti tendono generalmente a minimizzare sia il silenzio sia la sovrapposizione. Tuttavia, le lingue differiscono nel modo in cui tale principio viene realizzato. L’inglese, ad esempio – analogamente all’italiano – tende a tollerare pause più brevi e sovrapposizioni più frequenti, mentre il giapponese mostra una maggiore tolleranza del silenzio e un più elevato rispetto per la gestione delle pause (Matzinger et al., 2023).

Ne consegue che le pause e i fenomeni di esitazione costituiscono una componente indispensabile della produzione del parlato, in particolare nell’interazione dialogica. Tuttavia, la loro importanza è stata spesso oscurata da fraintendimenti e dalla persistenza di una terminologia connotata negativamente – come “disfluenze”, “elementi di scarto”, “inquinamento”, “infelicità” – che inquadra la pausa come una deviazione da un flusso idealizzato e ininterrotto. Al contrario, Gilquin e De Cock (2013) propongono denominazioni più neutrali e orientate alla funzione, quali “fenomeni di gestione del parlato” o “pianificatori”, che riflettono più accuratamente il loro ruolo comunicativo.

Implicazioni pedagogiche

Dal punto di vista pedagogico, queste considerazioni hanno importanti implicazioni per l’educazione linguistica. Una maggiore consapevolezza (anche da parte dei docenti) delle funzioni cognitive e comunicative delle pause potrebbe contribuire a ridurre lo stigma che le circonda, in particolare nelle classi di L2/LS. In definitiva, insegnare a considerare le pause non come segnali di carenza, ma come strumenti legittimi per pianificare, monitorare e regolare il discorso, potrebbe favorire una maggiore sicurezza e disponibilità all’interazione orale negli apprendenti e accrescere la loro competenza comunicativa.

 

Riferimenti bibliografici

  • Gilquin, G., & De Cock, S. (2013). Errors and disfluencies in spoken corpora: Setting the scene. In Errors and Disfluencies in Spoken Corpora (pp. 1-32). Amsterdam, John Benjamins Publishing Company.
  • Kim, M. S., & Jang, T. Y. (2017). The Effects of Pause in English Speaking Evaluation. 말소리와 음성과학, 9(1), 19-26. https://doi.org/10.13064/KSSS.2017.9.1.019
  • Lennon, P. (1990). Investigating Fluency in EFL: A Quantitative Approach. Language Learning, 40, 387-417. https://doi.org/10.1111/j.1467-1770.1990.tb00669.x
  • Matzinger, T., Pleyer, M., & Żywiczyński, P. (2023). Pause Length and Differences in Cognitive State Attribution in Native and Non-Native Speakers. Languages, 8(1), 26. https://doi.org/10.3390/languages8010026
  • Quinting, G. (1971). Hesitation Phenomena in Adult Aphasic and Normal Speech. The Hague, Mouton.
  • Segalowitz, N. (2010). Cognitive Bases of Second Language Fluency (1st ed.). Routledge. https://doi.org/10.4324/9780203851357
  • Stivers, T., Enfield, N. J., Brown, P., Englert, C., Hayashi, M., Heinemann, T., ... & Levinson, S. C. (2009). Universals and Cultural Variation in Turn-taking in Conversation. Proceedings of the National Academy of Sciences, 106(26), 10587-10592. https://doi.org/10.1073/pnas.0903616106
  • Van Os, M., De Jong, N. H., & Bosker, H. R. (2020). Fluency in Dialogue: Turn‐Taking Behavior Shapes Perceived Fluency in Native and Nonnative Speech. Language Learning, 70(4), 1183-1217. https://doi.org/10.1111/lang.12416
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