Cosa significa educare alla pace? Una domanda che ci mette subito di fronte a un paradosso: dovremmo insegnare ciò che noi stesse non abbiamo mai imparato. Raramente abbiamo ricevuto o vissuto strumenti concreti per praticare la pace attiva, la nonviolenza, trasformare i conflitti, coltivare il dialogo.
Per questo spesso ci sentiamo inadeguate. Allora ci si arrangia: “Siate gentili”, “Non siate prepotenti”, “Risolvete i problemi con le parole”. Frasi che hanno un senso, certo, ma che rischiano di restare vuote se non vengono accompagnate da un’esperienza reale quotidiana.
La scuola come esperienza di pace
Il clima funesto e violento sempre più visibile anche nei contesti quotidiani, tinge ogni cosa: paure, tensioni sociali e fragilità familiari si riflettono nelle persone, grandi e piccole.
In questo scenario la scuola pubblica ha un compito cruciale: non solo costruire conoscenze che allargano le prospettive, ma diventare laboratorio di convivenza pacifica e nonviolenta. John Dewey lo diceva chiaramente: la scuola è una piccola società, un laboratorio di democrazia. Qui i bambini e le bambine sperimentano cosa significhi vivere insieme.
Se in classe prevalgono individualismo e competizione, sarà quello il modello che ragazzi e ragazze porteranno con sé. Ma se vivono relazioni in cui contano le differenze, in cui le regole nascono dal confronto, in cui il conflitto può trasformarsi in crescita, allora fanno esperienza concreta di pace. Non basta ‘insegnarla’: occorre praticarla. E’ vero che le scelte familiari sono di grande impatto sull'educazione, ma la scuola è il luogo accessibile a tutte e tutti, è la grande chance per le nuove generazioni di toccare con mano la possibilità di un mondo equo, pacifico e di trovare l'applicazione reale della nostra costituzione, dove, ricordiamocelo, si ripudia la guerra, si promuove “il pieno sviluppo della persona umana’.
Nessuna ricetta pronta
Educare alla pace non significa applicare tecniche preconfezionate. Non c’è una formula, non c’è un metodo valido sempre e ovunque. Lo scriveva Danilo Dolci: «Occorre rispondere con nuove sperimentazioni, per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere.» È un invito a non cercare la soluzione definitiva, ma a muoversi per tentativi, insieme, accettando che l’incertezza fa parte del processo educativo.
Sappiamo sulla nostra pelle che le difficoltà sono moltissime, che i conflitti, la fatica, le frustrazioni riscontrate in ogni collegio docenti, nelle assemblee, nei consigli di classe non aiutano a immaginare percorsi alternativi. Ma forse possiamo chiederci se il tentativo può essere la via per recuperare il senso di essere adulti educanti.
Tre vie intrecciate
Tre piste, tracciate nel tempo, possono aiutare a orientare questa prospettiva educativa: nonviolenza, ubuntu e dialogo.
- Nonviolenza: non solo assenza di prevaricazione, ma scelta quotidiana di praticare metodi capaci di trasformare i conflitti senza annientare l’altro. Come scriveva Aldo Capitini, usare “nonviolenza” in un’unica parola serve a sottolinearne la forza positiva, non solo come negazione ma come valore autonomo.
- Ubuntu: “una persona è tale grazie alle altre persone”. Questo principio della cultura Zulu del Sudafrica ricorda che l’identità di ciascuno nasce dalla relazione e che la cura della comunità è condizione della nostra stessa umanità. Ribalta la logica individualista e invita ogni persona a riconoscersi come parte di una rete di legami.
- Dialogo: non semplice scambio di informazioni, ma pratica generativa. Come la intendeva Dolci: comunicare non significa trasmettere unilateralmente, ma costruire creativamente insieme nuovi significati. A scuola, il dialogo non è solo strumento didattico: è il cuore della relazione educativa.
Dalla teoria alla pratica
Come tradurre questi principi in gesti quotidiani? La sfida più grande è inventare insieme. Seguono alcuni esempi che si sono rivelati utili.
Relazione dialogica ed esempio degli adulti. Ogni parola e ogni gesto dell’adulto hanno un impatto profondo. L’insegnante, il genitore, che sceglie di praticare la nonviolenza – ascoltando, accogliendo la diversità, riconoscendo i propri errori – offre un modello concreto, non perfetto ma autentico. Questo vale anche tra colleghe e colleghi, con il personale scolastico, con e tra i genitori.
Approcci didattici generativi. Le metodologie usate per apprendere contano. La maieutica reciproca, per esempio, non mette su un piedistallo l’adulto che “elargisce” la conoscenza, ma un processo di domande e scoperte collettive. Così ogni persona partecipa realmente e apprende insieme agli altri, vivendo la scuola come un luogo equo, in cui ciascuna persona ha pari dignità. Il gioco cooperativo e il lavoro di gruppo favoriscono la scoperta dell’interdipendenza. Strumenti come cerchio del dialogo, assemblea e consiglio di cooperazione permettono di sperimentare concretamente la democrazia.
L’ambiente come terzo educatore. Lo spazio non è neutrale. Una classe organizzata solo per trasmettere nozioni dall’alto verso il basso produce un certo tipo di relazioni. Un ambiente flessibile, invece, che favorisce il dialogo e la collaborazione, apre possibilità diverse. La disposizione dei banchi, l’uso dei materiali, persino piccoli accorgimenti per prendersi cura dell’ambiente quotidiano, influenzano il clima educativo.
Uscire dalle vecchie certezze
Se l’educazione alla pace e alla nonviolenza è un’esperienza, noi persone adulte non possiamo sottrarci a un lavoro su noi stesse. È impossibile proporre il dialogo senza saperlo utilizzare, chiedere ascolto senza saper ascoltare. È una prospettiva molto complessa, giacché è immersa in una comunicazione esterna fatta di dimostrazioni di forza e ragazzi e ragazze sempre più in crisi, con un’esplosione di disagi di ogni forma. Ma come ricorda bell hooks, uscire dalla propria comfort zone è la condizione per pratiche pedagogiche capaci di coinvolgere e trasformare. L’insegnante, il genitore, l’adulto che accetta di mettersi in gioco, che riconosce i propri limiti, che apprende insieme a bambine e bambini, ragazzi e ragazze, diventa testimone credibile.
Questo non significa rinunciare al ruolo di guida, ma esercitarlo senza prevaricazione. Significa accompagnare la crescita creando spazi di confronto, accogliendo le difficoltà, mostrando che i conflitti non vanno nascosti o repressi, ma affrontati e trasformati insieme in modo nonviolento.
La vulnerabilità che educa
Non serve essere perfetti. È un importante momento educativo quando commettiamo un errore e proviamo a riparare. In quella vulnerabilità la nonviolenza diventa concreta: non un ideale lontano, ma un modo autentico di stare insieme e trasformare le relazioni.
La buona notizia
La buona notizia è che esistono, e da molto tempo, esperienze educative che vanno in questa direzione, come quelle praticate da Montessori, Milani, Pestalozzi, Dolci, Freire, Freinet, e più vicino a noi le Scuole Aperte, il Movimento di Cooperazione Educativa, la rete di Educazione Umanista alla Nonviolenza Attiva, le pratiche dei Maestri di Strada, il Reggio Emilia Approach, la Scuola Sconfinata e altri che certamente ci sono e che non conosco. Percorsi e persone che hanno sperimentato convivenza, cooperazione, pensiero critico.
Alcune di queste esperienze sono rimaste spesso marginali, poco conosciute o forse evitate. Certamente minano la cieca obbedienza e l’individualismo, atteggiamenti necessari a mantenere il potere di pochi su molti. Su questo è necessario riflettere seriamente mentre si sventola la bandiera della pace.
È urgente cucire questo fil rouge che intreccia la sopravvivenza dell’umanità con la sua felicità.
Risorse per incamminarsi
Alcuni libri di autori e autrici contemporanei e qualche riferimento online, utili per entrare in contatto con esperienze educative in corso e tentativi di trasformare la relazione in una crescita verso la pace e la nonviolenza
Libri
- hooks b. (2020). Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà. Meltemi. (edizione originale, 1994)
- Lorenzoni F., Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli, Sellerio 2023
- Melazzini C., Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2023
- Morgante T., Educare e disobbedire. In dialogo con Danilo Dolci, Mesogea 2024
- Ngomane M., Ubuntu, La via africana alla felicità, Milano, Rizzoli, 2021
- Lyons S., Giochi cooperativi a scuola. Più di 50 proposte per sviluppare la collaborazione e le abilità sociali in classe, Trento, Erickson, 2024
- Coiro A., Fanara G., Langer S., Educare con il dialogo alla scuola primaria. Attività e percorsi di nonviolenza, Erickson 2025.
- Patfoort P., Io voglio, tu non vuoi. Manuale di educazione nonviolenta, Pisa, Pisa University Press, 2013. Tit. Orig. Ik wil, jij wilt niet. Geweldloos opvoeden, 1995.
- Sclavi M. e Giornelli G., La scuola e l’arte di ascoltare. Gli ingredienti delle scuole felici, Feltrinelli, 2020
- Vicari S., Lucangeli D., Pellai A., Ianes D., Guerra, Le parole per dirla. Erickson 2022
- Deiana S., Trasformare i conflitti, promuovere la pace. Per una lettura pedagogica della proposta nonviolenta di Johan Galtung, Edizioni ETS 2025
- Damini M., Surian A., Nel dialogo imparo: attività e strategie per la comunicazione a scuola, Loescher, 2024
Link
- Un archivio per educare alla pace e alla nonviolenza: https://spaziodolci.indire.it/
- Forum delle scuole per un'educazione nonviolenta e gruppi di ricerca: https://edunonviolenza.altervista.org/
- Parliamo di pace e guerra a scuola: https://www.edumana.it/parliamo-di-guerra-e-nonviolenza-a-scuola/
- Canzoni per la pace contro la guerra: https://open.spotify.com/playlist/4K0fHHNYzUO00vauqem8q8
- Materiale didattico e documentario sulla Palestina: https://osservatorionomilscuola.com/2025/03/23/materiale-didattico-e-documentario-sulla-palestina-da-utilizzare-nelle-scuole/


