Nel 1932 Albert Einstein inviò una lettera a Sigmund Freud, sollecitandolo a prendere posizione su quella che a suo avviso era la più urgente fra le domande: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Non si trattava di una domanda inedita, ma a suo avviso era necessario sollevarla di nuovo perché nessun tentativo di soluzione era risultato soddisfacente.
La domanda di Einstein riguarda la guerra, ma la soluzione che essa invita a cercare riguarda la pace. Si tratta di chiedersi, andando il più possibile in profondità, quali sono i motivi che spingono alla guerra, facendola sembrare come qualcosa di inevitabile nella storia umana (una fatalità), e si tratta poi di chiedersi se esiste una terapia capace di intervenire su quelle cause profonde, riducendone la forza.
Esercizio in classe: Come rispondereste alla domanda di Einstein? Lavorando in sottogruppi e confrontando poi le soluzioni proposte, si riesce a trovare almeno una risposta soddisfacente per tutti?
Freud rispose, tra l’altro, che una «prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna» (Sigmund Freud, Perché la guerra? Carteggio con Einstein e altri scritti, Boringhieri, Torino 1975, p. 76). Dopo la seconda guerra mondiale il tentativo di “unire le nazioni” in una sola organizzazione è stato fatto, ma i limiti dei risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Nella sua analisi, Freud andava oltre e identificava nell’essere umano due specie di pulsioni antitetiche, contrapposte come amore e odio e come l’attrazione e la repulsione in fisica: da un lato le pulsioni che tendono a conservare e a unire e, dall’altro lato, quelle che tendono a distruggere e uccidere (pulsione aggressiva o distruttiva). Secondo Freud entrambe le pulsioni sono indispensabili per la vita, che dipende dal loro concorso e dal loro contrasto. Si ha la guerra quando la pulsione distruttiva si rivolge all’esterno, contro gli altri, contro certi altri. In effetti, potremmo dire che nella guerra sono attive entrambe le pulsioni, poiché nessuno la combatte da solo: ci si sente uniti ad un insieme circoscritto (e ritenuto privilegiato) di esseri umani per distruggere altri esseri umani identificati come nemici.
Esercizio in classe: Immaginate di avere creato con la vostra classe e con le persone di cui vi fidate un nuovo paese ideale in un’isola che voi avete scoperto e che prima del vostro arrivo era disabitata. Supponete di essere andati a vivere lì e di trascorrere giornate armoniose e felici. Supponete poi che un giorno, all’improvviso, una nave con a bordo molte persone a voi sconosciute – uomini, donne, bambine e bambini – si avvicini all’isola. Cosa fareste, non sapendo che intenzioni hanno i nuovi arrivati? Probabilmente distinguereste tra voi e loro. Ma come elaborereste questa distinzione? (Se volete affrontare integralmente l’esperimento mentale dell’utopia, trovate molte indicazioni e una mappa nel libro Giochi filosofici).
L’evoluzione della civiltà può modificare il modo di elaborare e di esprimere queste pulsioni, abbastanza per l’aumento di coloro che si dicono pacifisti, ma non abbastanza per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. E il futuro? Freud la vedeva così: «forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo […]» (pp. 86-87). Freud sembra qui confidare nell’effetto positivo e pacificante del timore degli effetti di una guerra futura.



