Nelle “Nuove indicazioni 2025. Scuola primaria e Primo ciclo d’istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”, pubblicate dal Ministero dell'Istruzione e del Merito l’11 marzo 2025, si legge (pag. 37):
“Gli alunni di origine straniera devono comunque acquisire la conoscenza della lingua italiana: è assolutamente evidente che l’integrazione passa in primo luogo dal poter parlare italiano, e dal piacere di farlo”.
Il dubbio
Saltano subito all’occhio il verbo “dovere” e l’aggettivo “evidente”, accompagnato dall’avverbio “assolutamente”, i quali esprimono un pensiero categorico che non lascia spazio a discussioni, revisioni e/o dubbi. Gheno (2021:19) ci ricorda che “il dubbio ci serve, […] è fecondo. Senza il dubbio non c’è avanzamento della conoscenza”. In altre parole, quindi, è necessario saper riconoscere, accettare e ridefinire i propri limiti affinché si attivi un dialogo costruttivo e l’apprendimento linguistico e culturale abbia luogo.
L’origine straniera
Inoltre, dalla frase sopra citata (e dall’intero documento!) non risulta ben chiaro cosa si intenda per “origine straniera”. Si può ipotizzare che sia usato come sinonimo di “non italofoni” (cioè, parlanti che usano correntemente o prevalentemente lingue diverse dall’italiano. Esempi: anglofoni, francofoni, arabofoni, ecc.). Non possiamo dimenticare, però, che la Scuola Italiana è popolata da numerosi giovani italofoni (termine non presente nell’intero documento!), bilingui, biculturali e con origine straniera. Allora, come dovrebbero essere catalogate le tante persone che sono cresciute in Italia in famiglie straniere, che frequentano tutto il percorso d’istruzione obbligatorio nel Bel Paese e parlano correttamente e quotidianamente la lingua italiana?
Ci sono presupposti per credere che l’espressione “origine straniera” sia volutamente usata in modo ambiguo e impreciso, in modo da lasciare a chi legge tutta la responsabilità. Se da un lato, dunque, si lanciano indicazioni tassative, dall’altro, invece, alcuni concetti diventano vaghi e sfumati.
“Integrazione” o “inclusione?
Non va altresì dimenticato che l’integrazione della persona straniera, fenomeno già tanto studiato e criticato, non dovrebbe rappresentare l’obiettivo finale della Scuola Italiana. Essa rappresenta infatti un processo in cui uno o più individui si inseriscono e si adattano ad una società, lasciando in secondo piano le proprie caratteristiche, e non prevede un dialogo bidirezionale né una crescita reciproca. Castiglioni (2016:122) ci insegna che è invece necessario permettere all’intera comunità di andare oltre, partecipando alla creazione collettiva di senso e favorire un’armoniosa convivenza. A nostro avviso, perciò, sarebbe meglio parlare di “inclusione” piuttosto che di “integrazione”.
Oltrepassare i confini
Per concludere, auspichiamo che la Scuola Italiana non venga abbagliata da parole e direttive inaccurate e, soprattutto, che ogni individuo che opera all’interno di essa (docenti, personale tecnico-amministrativo, collaboratori scolastici, educatori, ecc.) si apra, accolga e valorizzi le differenze. Infine, speriamo (e questa speranza trascende il documento delle Indicazioni Nazionali e si allarga ad abbracciare tutto il mondo della scuola) che tutti i giudizi morali vengano allontanati e che l’aggressività verbale resti solo un brutto incubo.
Bibliografia
Caliceti, G. (2010), Italiani per esempio, Feltrinelli, Milano.
Castiglioni, I. (2016), La comunicazione interculturale: competenze e pratiche, Carocci, Roma.
Gheno, V. (2021), Le ragioni del dubbio, Einaudi, Torino.
* Giorgia Bassani, Gruppo di Ricerca ELICom



