La dislessia, nel contesto dell’apprendimento delle lingue straniere, non può essere ridotta a una mera difficoltà di lettura o scrittura. Come emerge da una ricerca da noi condotta attraverso delle interviste a venti adolescenti, essa si configura come una condizione che espone la persona a una costante vulnerabilità cognitiva. Per uno studente con DSA, affrontare un testo in lingua straniera (specialmente in una lingua a ortografia opaca come l'inglese) significa gestire un carico di lavoro che satura rapidamente la memoria di lavoro.
Il problema centrale per questo tipo di studenti non è la mancanza di competenza linguistica, ma l’energia richiesta per la decodifica. Quando questa energia viene assorbita interamente dal processo meccanico della lettura, non ne rimane a sufficienza per l’elaborazione del significato. In ambito valutativo, questo fenomeno si traduce in una “invalidità strutturale” del test: il punteggio ottenuto non riflette ciò che lo studente sa, ma quanto il suo sistema cognitivo è riuscito a resistere prima di andare in sovraccarico.
Perché il mondo delle certificazioni può rappresentare un ostacolo insormontabile?
Le certificazioni di lingua internazionali, per quanto standardizzate, presentano barriere esterne che agiscono come un “drenaggio cognitivo” inevitabile. La ricerca ha evidenziato tre criticità fondamentali:
- L’insufficienza del tempo standard: il tempo extra (solitamente il 25%) viene spesso percepito dagli studenti come un mero “cuscinetto psicologico” piuttosto che come una soluzione funzionale. Per molti di loro, il problema non è avere più tempo, ma gestire la fatica accumulata durante questo tempo suppletivo. La pressione del cronometro genera un rumore mentale che impedisce la concentrazione, rendendo la misura compensativa parzialmente inefficace;
- La rigidità del formato (Answer Sheets): uno dei punti di maggiore attrito è l’obbligo di trasferire le risposte su fogli separati. Per uno studente con DSA, questo compito meccanico causa eccessiva ansia e preoccupazione. Il passaggio visivo da un foglio all’altro richiede un’attenzione selettiva estrema: il terrore di saltare una riga o annerire la casella sbagliata sposta il focus dal compito linguistico a quello motorio-visivo, aumentando l’ansia;
- Le criticità strutturali della prova di Listening. nelle prove d’ascolto, lo studente non ha il controllo sull’input. La velocità dell’audio e l’impossibilità di mettere in pausa o gestire il ritmo della ricezione mandano in corto circuito la memoria di lavoro. In effetti il compito di “ascoltare e scrivere contemporaneamente” è stato descritto dai partecipanti alla ricerca come una delle barriere più difficili da superare.
Il punto di vista degli studenti: tra ansia e “shutdown” cognitivo
Dalle testimonianze dirette dei ragazzi emerge un vissuto emotivo segnato da quello che possiamo definire cognitive shutdown (‘blocco cognitivo’). Non si tratta di semplice “ansia da esame”, ma di una risposta fisiologica al sovraccarico. Inoltre la gestione delle misure compensative in aula, spesso vissuta con imbarazzo o come segno di diversità, aggrava il costo psicologico della prova.
Molti intervistati hanno descritto momenti di panico acuto in cui le parole sul foglio “perdevano di significato”. Uno studente ha riferito che, superata una certa soglia di stanchezza, il testo diventava una massa informe di segni neri. Questo blocco è il segnale che il limite della tolleranza cognitiva è stato superato.
Un altro tema centrale è la percezione di “ingiustizia strutturale”: gli studenti sono consapevoli del proprio valore linguistico, ma si sentono traditi da un formato di test che sembra “disegnato per farli fallire”. In questo contesto il punteggio finale finisce quindi per diventare uno specchio della loro capacità di gestire lo stress e il carico visivo, piuttosto che della loro reale conoscenza dell'inglese.
Verso una riforma: le raccomandazioni degli studenti
Il Capitolo 4 della ricerca non si limita a fotografare il problema, ma suggerisce una direzione chiara per i docenti e gli enti certificatori, basata sul concetto di Universal Design for Learning (Progettazione Universale per l’Apprendimento).
- Flessibilità temporale e gestione dell’input: gli studenti chiedono di poter avere il controllo sui media (ad esempio, poter gestire l’audio della prova di Listening individualmente) e di avere tempi che tengano conto della necessità di “pause cognitive” per ricaricare la memoria di lavoro;
- Supporto tecnologico: l’uso del computer non deve essere visto come un vantaggio indebito, ma come lo strumento che permette di eliminare la barriera del layout cartaceo e dei fogli delle risposte separati;
- Metacognizione e consapevolezza: il docente deve agire come mediatore, aiutando lo studente a sviluppare strategie per navigare il test, riconoscere i segnali del sovraccarico e gestire le risorse energetiche durante la prova.
In conclusione, l’attuale sistema di valutazione “ad alta posta in gioco” risulta spesso invalidante per gli studenti con DSA. La vera sfida per la scuola e per gli enti di certificazione è spostare il focus dalla standardizzazione all’equità: garantire che il test misuri esclusivamente la competenza linguistica, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che oggi trasformano un esame in una barriera insormontabile. Solo così la valutazione potrà tornare a essere un momento di valorizzazione del talento e non di certificazione di una difficoltà.
References
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