Attraverso gli occhi di un adolescente: la sfida delle relazioni nell'era digitale

Comprendere la fragilità dell'identità online per riscoprire il valore dell’ incontro e della cura nel gruppo

Attraverso gli occhi di un adolescente: la sfida delle relazioni nell'era digitale

La mente di un giovane, come quella di ogni essere umano, è profondamente intersoggettiva: ciò che accade nel mondo esterno si riflette inevitabilmente sul suo equilibrio interiore. Per comprendere davvero la natura dei legami oggi, è necessario provare a guardare la realtà attraverso gli occhi di un adolescente, seguendo uno sguardo che si volge all'indietro, in avanti, intorno e, naturalmente, dentro di sé.

L’identità nel caleidoscopio dei social

Sappiamo che oggi costruisce la risposta alla domanda “Chi sono?” non soltanto in uno spazio privato, quello della sua mente (mentalizzando il corpo che cambia, sognando e fantasticando), ma anche nello spazio pubblico dei social. 
Le varie forme che assume nel mondo (sportivo, studente, amico, videogiocatore on line ecc.) si compongono in un caleidoscopio a cui ha il compito di dare unità.  L’identità è al centro di questo caleidoscopio di tutte le relazioni di cui l’adolescente fa esperienza. 
Questa identità è più fragile perché dipendente dallo sguardo e dal giudizio degli altri, non solo di chi gli sta intorno, anche da molto lontano, anche senza conoscerlo di persona, attraverso gli schermi, un filtro di plexiglas. Si chiede continuamente come appare. Nell’epoca del digitale, la rabbia e la vergogna, le due emozioni del rango e dell’agonismo, si attivano molto facilmente. È facile subire forme di umiliazione come il body shaming, il cyberbullismo, o la diffusione non consensuale di immagini e video intimi.

La “fame di pelle” e l’assenza del corpo

L’avvento della tecnologia - con i like, i retweet, lo share, l’introduzione della fotocamera digitale e dei social - ha trasformato l’esperienza del contatto e dell’intimità,  esperienze intense che richiedono di aprirsi all’altro autenticamente e di affidarsi. L’assenza del tocco e la deprivazione di stimolazione tattile del digitale (la cosiddetta “skin hunger”) possono però generare disagio, sia fisico che mentale e deprivare dell’effetto benefico del contatto: di una stretta di mano, di un abbraccio, che aumenta i livelli di ossitocina e riduce lo stress. Così, l’assenza del corpo diventa terreno fertile per l’ansia e la paranoia relazionale.
Ve lo racconto attraverso lo sguardo di un adolescente.

Lo sguardo dell'adolescente: la "base sicura" e il safetism

Sono un adolescente come tanti in questo momento storico. 
Se il mio sguardo si volge indietro, alle mie figure genitoriali, a quella che dovrebbe essere la mia base sicura, da cui allontanarmi per esplorare il mondo, vedo spesso:

  • Il capo dei miei genitori reclinato sul device, in un altrove digitale, immerso nel lavoro
  • I miei genitori che, quando rialzano il capo, ci impiegano un po' a riconnettersi a me
  • Il loro sguardo è spesso preoccupato e questo frena la mia esplorazione. Preferiscono pensarmi in camera a chattare piuttosto che fuori ad esplorare il mondo. Lo chiamano safetism. Mi controlla attraverso i device e questo contiene un po’ la sua ansia.
  • Quando mi vedono triste o angosciato, noto che il loro sguardo si fa spaventato e talvolta sfuggente, perché starmi accanto mentre sono in difficoltà è doloroso. E mi trovo a evitare di condividere questo mio dolore e, magari, a rassicurarli.
  • Colgo in loro uno sguardo carico di aspettative, che brilla di luce riflessa. Se ottengo buoni risultati, non si sente perdente e si sente gratificato. Qualche volta fa sharenting e condivide i miei successi sulla rete, anche se a me non piace.

Se mi guardo dentro, mi sento solo e insicuro.

Un futuro annebbiato e la speranza trasformata in ansia

Se il mio sguardo si proietta in avanti, nel futuro, la mia vista si fa annebbiata. Le opportunità di lavoro sono precarie, l’ambiente compromesso, ci sono molte guerre nel mondo, alcune a me vicine. Proiettarmi e immaginarmi nel futuro in questo panorama non è facile. Mi spaventa. Le strade e le possibilità sono molteplici. Quale dovrò scegliere per soddisfare le aspettative degli adulti su di me e di cambiare questo mondo ammalato?
Se mi guardo dentro, la speranza nel futuro si è trasformata in ansia ed io la sento in modo intenso. Mi hanno detto che è normale per come si sviluppa il mio cervello alla mia età.

Esistere nella mente degli altri: il peso dei like

Mi chiedo: “Chi sono io?” Mi guardo intorno per capire.  Io sono anche in relazione agli incontri che faccio e ai gruppi che appartengo.
Sono più distante fisicamente dai miei coetanei e raramente condivido lo stesso spazio con loro ma siamo sempre connessi. Gli adulti dicono che siamo iperconnessi. Mi capita di studiare con loro mentre siamo nelle nostre rispettive stanze, e di chattare mentre mi aggiro per le strade andando a scuola.  Sento di esistere solo quando mi sento nella mente degli altri. Essere pensato è il modo per non sparire e non sentirmi trasparente. Faccio il conto delle visualizzazioni, dei like e delle risposte ai messaggi per misurare il mio valore e l’interesse che gli altri hanno per me. Soffro molto quando sono pochi.

Penso che scambiarsi la password, geolocalizzarsi e ricevere tempestivamente la risposta ai miei messaggi sia un segno di interesse nei miei confronti. È un modo per sentire, anche nella distanza, che mi stanno pensando, che conto e ho un posto nella mente di quella persona. 
Mi capita di controllare le persone a cui tengo: voglio sapere dove si trova e con chi. Osservo le sue storie, a chi mette i like. Ho paura di essere dimenticato, che il mio posto nella mente delle persone diventi piccolo. Riesco ad intrattenere relazioni con persone che vivono lontano, magari con i parenti all’estero e faccio parte di community virtuali. Ma ho anche paura, mentre il mio sguardo si aggira sui social dove incrocia il “distillato” delle vite degli altri, di essere tagliato fuori e di perdermi qualcosa, che gli altri abbiano vite migliori della mia.

Lo schermo come scudo e protezione dall’ansia sociale

Le mie relazioni spesso non coinvolgono il corpo. Lo sguardo si appoggia sullo schermo, non in altri occhi, e la postura, l’espressione del volto, il rossore, l’odore non sono compresi.  Ascolto al massimo il tono della voce degli amici, velocizzato, perché i messaggi da ascoltare sono molti. Ho più tempo per valutare le mie reazioni e sono meno impulsivo. Ma se non ricevo risposta, vado in overthinking. Mi dico “Evidentemente non gli importo, mi sta ignorando, mi ha escluso”.  Se l’altro non risponde, o sparisce, la mia sicurezza crolla.

Il corpo spesso è assente quando mi relaziono eppure è molto presente intorno a me. Vedo corpi in vetrina. I media li raccontano come oggetti, spesso come oggetti sessuali. A scuola mi hanno parlato della oggettivazione sessuale. Sono corpi senza pensieri, sogni ed emozioni, funzionali al piacere di chi li guarda. Io so che li osservo, e mi osservo. Mi confronto e spesso mi sento inadeguato.  Tra di noi parliamo spesso del corpo, facciamo bodytalking. Lo autosorveglio per vedere se è a posto. Dedico molto tempo al mio corpo, con la mia beauty routine, anche se qualche volta mi sento così inadeguato che provo una profonda vergogna e mi nasconderei.

Cerco di evitare di espormi. Ho paura del giudizio e di essere umiliato. Non telefono volentieri in pizzeria per prenotare e fatico a dire di persona a qualcuno se mi piace o a comunicare quando lascio la persona con cui uscivo.  Mi spaventa più questo che ricevere o inviare una foto da nudi. Mi riparo dall’ansia sociale, dall’ansia del giudizio che ho interiorizzato attraverso lo schermo, che mi permette di mostrarmi senza espormi.  Lo schermo mi tutela dall’imbarazzo e dal rischio.

Un’analisi del racconto dell’adolescente

Ascoltando la voce di questo adolescente, riconosciamo come questo clima di ansia e insicurezza, trovi riferimenti nella cultura dominante, soprattutto laddove non trova qualcuno capace di aiutarlo a osservarne i meccanismi e a decostruirla. Una cultura intrisa di stereotipi di genere e di credenze che non favoriscono buone relazioni: “Lui mi ha detto che mi farà da scudo”; “La gelosia è un segno di amore”; “Un maschio che piange è una femminuccia” ecc. Una cultura come questa sostiene relazioni che fanno ammalare.
E allora, cosa facciamo?
Iniziamo ad occuparci di più della fragilità di noi adulti piuttosto che di quella degli adolescenti. Ci domandiamo cosa stiamo insegnando e cosa stiamo lasciando loro in eredità e ci attiviamo.

La relazione che fa ammalare o che cura

Questo adolescente ci ha mostrato che le relazioni talvolta possono far ammalare. Noi sappiamo però che possono anche essere il locus della cura. Se ben gestito, il gruppo, diventa una grande opportunità di per fare esperienza di buone relazioni e così, fiorire e stare bene. 
Penso a ciò che possiamo fare prima, nella prevenzione, per prevenire il disagio, e a ciò che possiamo fare quando il malessere è già presente. E penso al valore del gruppo, nei contesti scolastici, educativi e terapeutici. 
Oltre al gruppo di terapia, i contesti educativi possono offrire ai nostri adolescenti spazi di partecipazione attiva, in cui esplorare i propri talenti e scoprirsi capaci e auto-efficaci. 

La scuola è per molti di loro l’unico momento in cui sono ancora in contatto tra coetanei, condividono uno spazio e trascorrono molte ore (quelli che ancora continuano ad andarci). Come viene occupato quello spazio? Come individui singoli affiancati l’uno all’altro o come singoli all’interno di un gruppo, che è sempre più della somma dei singoli? Che si sfiorano o che si incrociano?

Per farlo, dobbiamo prima accettare di abbandonare modelli autoritari, basati sul controllo e sulla punizione, e optare per modelli di dialogo e di apprendimento socio-costruzionista, dove la voce delle persone a cui ci si rivolge conta.

Nel contesto scolastico andrebbe ridefinito e ampliato il concetto di “compito”, passando da una visione individualistica del compito ad una visione cooperativa.

Il valore del gruppo nella relazione di cura

Nel lavoro clinico, accanto a quello individuale, il gruppo è una risorsa potente, in cui poter sperimentare all’interno di una cornice sicura e protetta, strade alternative.  Presuppone una competenza da parte di chi lo conduce, una competenza che è possibile sviluppare. 
In gruppo, è possibile:

Fare esperienza corporea, mettendo in gioco non solo la mente, ma anche il corpo (con esperienze bottom up e top down), per incontrare le altre persone: la gestualità, l’espressione, i canali non verbali come il sorriso, la voce, il silenzio, lo sguardo, il contatto. Nel rispetto delle preferenze individuali, è possibile imparare a negoziare il contatto, rispettando i confini di ciascuno, sostenere le conversazioni faccia a faccia e l’interazione umana intera.  Stare seduti in cerchio e guardarsi negli occhi senza il filtro del plexiglas, usare il corpo per entrare in contatto attraverso i gesti e per esprimere i propri vissuti sono solo alcuni esempi dell’esperienza corporea in un gruppo.

Fare esperienza di connessione, senza giudizio. Il gruppo, se ben gestito, può offrire a piccole e crescenti dosi, uno spazio per sentirsi visti e accolti, dove vivere esperienze di connessione profonda e di vicinanza emotiva, in un clima di fiducia reciproca e di condivisione. Nei gruppi vige l’ascolto della verità soggettiva, senza giudizio, ovvero il rispetto profondo dei vissuti di ciascuno.

Fare esperienza di desiderio dilazionato. Il gruppo, nel rispetto della simmetria e della circolarità, richiede la sospensione della risposta e il rinvio della gratificazione. Le persone hanno lo stesso tempo, scandito da piccoli strumenti come la clessidra, per esprimersi circolarmente. Una competenza che, in un contesto sociale che sostiene la gratificazione e il piacere immediati, risulta utile a sostenere la soddisfazione e la gioia dell’incontro piuttosto che la ricerca di stimoli dopaminergici.

Fare esperienza di costruzione identitaria. In un gioco continuo di risonanze e di rispecchiamenti reciproci, nel gruppo ci si connette, pur rimanendo separati, si accolgono le somiglianze e le differenze tra i partecipanti e ci si conosce di più attraverso l’incontro. Nel gruppo, si esplorano le proprie risorse e i propri punti di forza, immaginando futuri possibili e individuando insieme strategie per non sentirsi impotenti e non soccombere al dolore. Nel gruppo, non si ha più necessità di conformarsi ad un’immagine di sé socialmente desiderabile, compiacente e capace di adattarsi come il mondo chiede di essere, mettendo da parte i propri reali bisogni e fingendo di essere qualcun altro. Un adolescente può manifestarsi nella sua spontaneità e verità soggettiva.

Fare esperienza di contatto con le proprie emozioni e con la propria vulnerabilità. In un gruppo, è possibile potersi guardare dentro ed esplorare il proprio vissuto emotivo, metterlo in parola e specchiarsi in quello delle altre persone. Dal momento che “l’altro ci fa capire qualcosa di noi”, attraverso l’altro, l’adolescente può riconoscere e accogliere le emozioni spiacevoli, il disagio e il dolore dell’altro, consente all’adolescente di entrare in contatto con la propria vulnerabilità, riconoscerla, scoprire il tratto di umanità che accomuna le persone e sentirsi meno solo, condividendo uno sguardo compassionevole e non di autocritica. In adolescenza, riconoscere “il limite” come tratto umano è una conquista. Riconoscendo e accettando il limite, si può creativamente esplorare il possibile. 

La dimensione del gruppo apre spazi di riflessione e confronto su aspetti importanti. Non è sufficiente dire ai ragazzi cosa non va. Dobbiamo costruire con loro delle alternative.
Lavorare con il gruppo in adolescenza è fondamentale e farlo richiede una competenza che si può acquisire!

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Caterina Di Chio è psicologa e psicoterapeuta. Questo testo è tratto dalla relazione che ha tenuto al convegno "Supereroi fragili 2026"

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