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I mini gialli dei dettati 2
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Welfarevirus 1

Welfarevirus

Che cosa ci ha fatto capire e cosa impareremo dal coronavirus?

La terribile pandemia da coronavirus avrà implicazioni inimmaginabili sulla tenuta e le prospettive di vita del nostro Paese. Gli assetti della intera civiltà occidentale saranno scossi: non solo il settore della Sanità, ma anche tutti sistemi di Welfare saranno colpiti duramente. Si configura una crisi violenta, di proporzioni mai viste, ed enormi saranno quindi anche i cambiamenti che ci attendono. 

Al netto delle orribili sofferenze, inevitabilmente ci si aprono davanti “insegnamenti” preziosi, per quanto ben volentieri ne avremmo fatto a meno. Nell’incertezza generale, possiamo almeno guardare in faccia la realtà e per quanto possibile leggerla dentro.

Di fronte a ciò che sta succedendo, infatti, tutti noi studenti, operatori sociali, docenti e ricercatori di Social work, non possiamo non cercare di cogliere un senso profondo di verità. Di fronte a questo, dobbiamo migliorare in serietà di pensiero e in generosità d’azione. La crisi pandemica richiede un fronteggiamento attivo e, per quanto possibile, pervaso di senso civico. La tenuta e l’efficacia delle misure di welfare, per contenere un problema massivo, dipende dalla intelligenza e dalla forza che l’intera società riesce tendenzialmente ad esprimere (si parla a tal proposito di welfare societario). 

Facilmente questa idea può essere fraintesa: delegare troppe responsabilità di welfare alla società civile così intesa vuol dire delegittimare le faticose conquiste dello stato sociale. Ma, come appare evidente in questo momento di crisi, il solo sistema di welfare istituzionale non renda ragione di tutte le forze in campo quando la partita del welfare (della “sicurezza” esistenziale) si fa dura. La società può richiamare dal suo “grande otre” altre forze e convogliarle sulle prioritarie necessità del benessere (in primis: la salvaguardia della vita).

Nella crisi attuale abbiamo potuto vedere che non solo il Welfare pensa al welfare, bensì tutto il Paese. Tra le più ammirevoli espressioni del “welfare societario”: il volontariato organizzato, che in queste settimane è impegnato nelle sue molteplici forme - il volontariato sanitario, il volontariato di prossimità o di quartiere, il volontariato degli operatori di strada, il volontariato dei medici professionisti.

In questo contesto, gli operatori sociali hanno la speciale responsabilità di portare fiducia e speranza nelle situazioni buie della vita delle persone e delle comunità.

Il social worker è l’operatore del cambiamento sociale, colui che coinvolge le persone e le aiuta a visualizzare e desiderare i piccoli o grandi cambiamenti auspicabili per sé e per i loro cari. Ecco: in una situazione così, si potrebbe dire, si fa presto a parlare di speranza! Si fa presto a delegare al Sociale la promozione di tale pregiatissimo valore.

In tali condizioni, l’operatore sociale non può sdrammatizzare situazioni che sono tragiche. Deve partire dal quel dato di fatto, dall’accettazione della realtà quando anch’essa fosse (anzi: proprio quanto più essa fosse) spaventosa. Non è utile ignorare né la paura nè l‘angoscia. Non è rispettoso e neppure serve al lato pratico. E’ solo poggiando su tale sentimento che il social worker può pensare di poter essere accolto nel dolore altrui e di poter contribuire a contrattaccarlo progettando cambiamenti condivisi.

Nella tragedia del coronavirus, l’operatore del sociale sollecita speranza, ma senza negare o fraintendere la paura.

Fabio Folgheraiter
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