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Valorizzare le relazioni in ospedale ai tempi del Coronavirus

Non guardare solo al problema sanitario, ma prendersi a cuore anche la persona e il suo benessere. Principi non semplici in questo periodo storico

Quando una persona entra in ospedale le si chiede di fare un grandissimo sforzo: adattarsi ai tempi veloci e dinamici della struttura, spesso incompatibili con i tempi della vita. Questo sforzo lo fa il cosiddetto paziente, ma anche la sua famiglia. Sì, perché l’ospedale agisce su tempistiche che spesso non tengono conto del fatto che quando una persona entra in ospedale ha subito o sta subendo un cambiamento importante e alle volte inaspettato della sua vita. Questo non significa avere poca sensibilità o sbagliare, significa avere una finalità chiara e specifica che spesso non coincide con ciò che un paziente e la sua famiglia riescono ad affrontare con rapidità e chiarezza, come richiesto da una logica che per sua natura ha come obiettivo l’eliminazione del problema.

Un problema di vita

In questo contesto è però fondamentale porre attenzione al fatto che un problema sanitario (tecnico) può diventare un problema di vita, come viene definito dall’approccio relazionale. Il problema di vita, a differenza di quello sanitario in senso stretto, non può essere risolto, ma può essere fronteggiato attraverso l’azione libera, intenzionale dei soggetti impegnati verso una finalità condivisa (Folgheraiter, 2007).

Cura e prendere a cuore

Svolgere il ruolo di assistente sociale in ospedale significa riuscire a coniugare, o almeno lavorare insieme agli altri professionisti per unire due logiche molto importanti per il benessere della persona (paziente) che gli anglosassoni distinguono con i termini curing e caring (Folgheraiter, 1998). Con il primo termine, curing, gli anglosassoni si riferiscono a un un’idea del curare intesa come guarire. Quindi, ci si riferisce a una cura che tenta di eliminare il problema ed è intuibile come nell’ambito sanitario prioritariamente si pone l’attenzione alla patologia da rimuovere. Vanno però fatte delle precisazioni: non è detto che una determinata patologia possa essere curata in questo senso, e soprattutto anche se questo non è possibile non significa che la persona non possa continuare a vivere. Pensiamo ad esempio a tutte le patologie croniche.

Ed è questa consapevolezza a portarci alla seconda accezione di cura, il caring: con questo stile di cura si mira ad assistere qualcuno con l’intenzione di «prenderselo a cuore», di avere premura di quella persona e del suo, seppur appaia relativo, benessere (Folgheraiter 2009). Questa intenzione di cura è espressa dal termine care, e vede il soggetto che la mette in atto esprimere attenzione, impegno, coinvolgimento personale diretto (Folgheraiter 2016) per raggiungere un traguardo giudicato «buono» per la persona, in questo caso il nostro paziente.

L’arte di prendersi cura

Coniugare queste logiche non significa mettere un pizzico di curing e un pizzico di caring come se fossero sale e pepe, ma significa comprendere quale finalità sta guidando l’azione dei soggetti coinvolti. Molte situazioni che incontrano gli operatori sanitari possono essere trattate seguendo in modo efficace la logica del curing, individuando la causa del problema ed eliminandola. In altre invece questa logica non può essere utilizzata, anzi, utilizzarla sarebbe addirittura controproducente e svilente per chi la mette in atto. In queste situazioni la finalità stessa dell’azione dei soggetti coinvolti è diversa, l’obiettivo non è quello di eliminare il problema tecnico, guarendo, ma è quello di affrontare un problema di vita, che non è eliminabile ma può essere fronteggiato da tutti i soggetti coinvolti nel raggiungimento di una finalità condivisa (Folgheraiter, 2017; Raineri, 2004).

Pensiamo ad esempio alla situazione di una persona che viene trasportata d’urgenza in pronto soccorso, le viene diagnosticato un ictus e per questo viene ricoverata in un reparto ospedaliero. Si trova a dover affrontare, assieme ai propri cari, una vita diversa: da un giorno all’altro non è più in grado di camminare in autonomia, di prepararsi il pranzo, necessita di un aiuto per lavarsi, ecc. e a partire dalla degenza in ospedale è necessario ri-organizzare la vita. Seguendo la metodologia relazionale, affrontare un problema di vita significa proprio affrontare una situazione dove la difficoltà non può essere eliminata, ma può essere affrontata; dove la persona che affronta le conseguenze dell’ictus, i suoi familiari, i professionisti coinvolti collaborano con lo scopo di garantire al soggetto uno stato di benessere, seppur relativo. Il paziente di questo esempio avrà sicuramente bisogno delle terapie che gli verranno prescritte, ma avrà bisogno anche della messa in campo di azioni legate al caring. La terapia medica è importante anche nelle situazioni che vengono segnalate al servizio sociale ospedaliero, ma non è sufficiente: è una parte del lavoro che viene fatto per il ben-essere della persona. Il fatto che la terapia non sia sufficiente non è sinonimo di fallimento, ma significa agire valutando la situazione nel suo complesso e i professionisti sociali e sanitari che collaborano in ospedale hanno il delicato compito di lavorare con creatività e reattività in questo senso, valorizzando e stimolando vicendevolmente le competenze di tutti i soggetti coinvolti nella cura.

Caring e curing ai tempi del coronavirus

Tutto ciò vale, e probabilmente acquista anche maggior valore, in questo momento storico, in cui stiamo affrontando un’emergenza che non è solamente sanitaria. A causa del coronavirus gli ospedali sono sovraffollati, ma permane la necessità di pianificare assieme agli altri soggetti coinvolti delle progettualità assistenziali, rese ancora più ancora complesse dallo scenario che abbiamo di fronte. Gli aspetti rilevanti da tenere in considerazione sono proprio la creatività e la reattività già nominate. Come operatori, come pazienti, come caregiver stiamo dimostrando la capacità di adattarci a una situazione di difficoltà, mai affrontata e nemmeno immaginata. In un periodo di questo tipo viene messa alla prova e allo stesso tempo valorizzata la capacità di fronteggiamento degli operatori e di tutte le persone con cui questi si relazionano, in primis pazienti e familiari.

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