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Una rilettura di “Lettera a una professoressa”

Inclusione e dispersione scolastica dalla scuola di Barbiana ai nostri giorni

Nel 2017 la lettera di don Milani ha compiuto cinquant’anni dalla sua pubblicazione e su questo meraviglioso lavoro sono state nuovamente puntati alcuni riflettori che forse nel tempo erano stati spenti. Alcune di queste luci hanno contribuito a una rilettura della lettera nell’ottica di un dialogo con il nostro presente: la narrazione di quella particolare esperienza presenta in nuce alcuni importanti temi trasversali alla storia dell’educazione, temi che non occorre attualizzare (magari con forzature) ma già assolutamente attuali.

Dobbiamo anche notare che negli ultimi anni in campo educativo e linguistico abbiamo assistito alla riscoperta sia di alcune figure e dei loro relativi lavori pioneristici, non soltanto letterari ma anche scientifici: da una parte questo significa che il passato non smette di darci coordinate e spunti per affrontare il presente, dall’altra anche che stanno riemergendo alcuni problemi o nodi epistemologici del nostro “passato storico” non ancora del tutto superati. Questo deve spingerci inevitabilmente a compiere una riflessione sulla didattica di oggi, sui problemi di ieri e le prospettive di domani.

La Scuola di Barbiana: uno sguardo al passato

Nel dicembre del 1962 venne varata una riforma scolastica che istituì la scuola media unificata: la scuola dell’obbligo veniva elevata fino ai 14 anni di età, tuttavia la situazione non cambiò radicalmente la realtà, poiché la dispersione scolastica rimase alta e soltanto chi aveva i mezzi economici per farlo, proseguiva la carriera scolastica. È in questo contesto sociale che nasce la scuola di Barbiana, un “esperimento” portato avanti da don Milani.

Già a questo punto salta subito alla nostra attenzione uno dei nodi cruciali del nostro oggi: le leggi in ambito didattico a tutela degli studenti e l’incontro-scontro tra l’applicazione e la loro effettiva efficacia nel quadro della variegata quotidianità in cui sono immersi insegnanti, famiglie e studenti.

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha riportato improvvisamente nel lessico utilizzato dal dibattito comune sul mondo della scuola termini che hanno semanticamente a che fare con il “divario economico”.

Eravamo già abituati a ‘bilanci’, oppure a ‘fondi’, ma ci siamo ritrovati nuovamente davanti a ‘dispersione scolastica’, ‘diseguaglianza economica’, ‘sperequazione dei mezzi’ e molto altro. Questo non perché il problema si potesse considerare risolto in Italia, bensì perché tra le emergenze è stata considerata negli ultimi anni come meno urgente, a fronte del grande lavoro dei cosiddetti “insegnanti di frontiera”.

I primi risultati del monitoraggio per la didattica online lanciato dal ministero dell’istruzione ha portato alla nostra attenzione dei dati preoccupanti che non possiamo ignorare e con i quali dobbiamo fare i conti per proporre delle soluzioni valide. Si tratta, in estrema sintesi, di un problema già preesistente che in questo momento, date le nuove modalità del fare scuola, accentua il rapporto tra divario economico e divario nell’apprendimento.

Ecco perché possiamo proporre un’altra direttrice da percorrere in questa rilettura della lettera oggi: c’è una dispersione scolastica che si basa su motivi economici (che, come si diceva, la didattica a distanza con il suo bisogno di strumenti digitali sta riportando alla nostra attenzione) ma c’è anche un tipo di dispersione che avviene silenziosamente attraverso l’esclusione sistematica di elementi “problematici”, insomma di tutti quegli studenti che subiscono lo stigma del “diverso” con accezione negativa e che abbandonano gli studi sotto il peso della loro percepita inadeguatezza.

Seppur in quadro sociale differente dal nostro si trovava ad avere a che fare con problemi analoghi, Cosa proponeva don Milani?

Educazione affettiva e di comunità

Don Lorenzo era incapace di incasellare le persone entro classi sociali, vedeva solo il singolo immerso in una comunità, e quando giunge nel piccolo villaggio a pochi chilometri da Vicchio, fonda la scuola che si configura fin da subito come alternativa radicale a quella tradizionale: programmi condivisi con gli allievi, orari modellati sullo stile di vita dei piccoli studenti (allora anche lavoratori) e una didattica completamente ripensata e adattata alle esigenze degli alunni per essere utile e funzionale per la loro vita (si parla già di competenze tecniche e risorse cognitive per far fronte alle sfide concrete della vita).

Con uno sguardo fisso sulla persona, il primo luogo dell’educazione era la vita affettiva: una volta create delle relazioni, la classe diventava una vera e propria società che “allenava” i suoi componenti ad una vita vissuta con la consapevolezza di appartenente ad una comunità nella quale non c’erano e non potevano esserci distinzioni di classe, caratteristiche, inclinazioni o d’età.

“Abbiamo ventitré maestri, escluso i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli minori di loro…”

Così ciascuno partecipava col proprio contributo attivo al processo educativo, e sempre secondo le proprie capacità: una concezione estremamente innovativa e in largo anticipo rispetto al nostro presente che soltanto a partire dal 2012 ha riconosciuto e iniziato a sperimentare questa metodologia didattica che ci ricorda tanto la nostra “flipped classroom” o approccio peer to peer.

Neurodiversità e teoria del genio

Il racconto prosegue poi attraverso due figure, due “tipologie” di studenti (Pierino e Gianni) rappresentanti ideali di milioni di apprendenti. Non per questo però don Milani dimentica le tante sfumature offerte dalla singolarità umana (oggi diremmo neurodiversità) che rendono necessaria una didattica realmente inclusiva, capace cioè di cogliere e trasmettere la differenza come ricchezza e la difficoltà come sfida.

Ecco l’immagine di quel mondo variegato ed eterogeneo di studenti che richiedono garanzie che non possono essere date solo ed esclusivamente dall’applicazione delle leggi, per quanto fondamentali.

“Consegnandomi un tema con un quattro lei mi disse: scrittori si nasce, non si diventa. Ma intanto prende lo stipendio come insegnante d’italiano. La teoria del genio è un’invenzione borghese. Nasce da razzismo e pigrizia mescolati insieme”

Con espressioni chiare e incisive si racconta tutta la fatica di chi si oppone ad una scuola che “cura i sani e respinge i malati” facendo in questo modo naufragare il più alto obiettivo del processo educativo scolastico.

Quanti i ragazzi che ancora oggi vengono considerati inadatti agli studi, liquidati semplicemente come pigri, nascondo in realtà ben altre difficoltà che spesso tardano ad essere riconosciute: si tratti di svantaggio economico o socio-culturale, di motivi ambientali, biologici o ancora di disturbi evolutivi. Quanti gli stereotipi che ancora permangono e che inducono, ad esempio, a pensare all’apprendimento di determinate discipline in funzione della “predisposizione” o come un “dono di natura”.(Abbiamo affrontato questo argomento anche qui)

Ieri e oggi: educazione linguistica come strumento inclusivo

Per raggiungere quella che oggi noi chiamiamo inclusione scolastica Don Milani aveva una sola risposta: solo chi riesce ad esprimersi e a comprendere l’espressione altrui è veramente su un piano di parità rispetto agli altri, sono la parola e il suo possesso ciò che accomunano gli uomini. Ovviamente intendendo per “PAROLA” qualsiasi lingua, linguaggio o sistema di comunicazione con l’altro da me.

Ecco quindi che “Lettera a una professoressa” fa dell’educazione linguistica lo strumento privilegiato per il raggiungimento dell’inclusione scolastica, un racconto corale che vede l’interazione di studenti (i protagonisti), insegnante (la voce narrante) e genitori (i destinatari dell’opera): i tre elementi fondamentali per quella che oggi definiamo la “presa in carico globale dello studente”.

Certamente l’educazione linguistica in sé oggi non fornisce agli studenti i mezzi economici necessari per dotarsi di strumenti tecnologici, di una connessione stabile, di pc o un tablet. Questo è piuttosto ciò che ci aspettiamo possa garantire lo Stato e ciò per cui si stanno adoperando a vari livelli le istituzioni.

Tuttavia l’educazione inclusiva può essere il tasto che permette di accendere un monitor, un cellulare o un modem: la motivazione con la quale lo studente deciderà di usare quegli strumenti e di farlo al meglio, consapevole dell’occasione che gli si presenta e della grande possibilità che l’adesione al patto educativo può rappresentare per la sua vita.

Gli strumenti sono fondamentali, soprattutto in tempi di DaD, e tutti noi impegnati nell’ambito dell’educazione e della didattica ci auguriamo che presto “gli esclusi” vengano raggiunti, dobbiamo però essere anche ben consapevoli che uno strumento non può essere garanzia del suo utilizzo e del raggiungimento dell’obiettivo per cui è stato fornito: senza la volontà e senza l’agire consapevole di ciascun attore del processo educativo, nessuno strumento da solo potrà traghettarci verso il futuro.

Abbiamo bisogno di mezzi, ma abbiamo anche bisogno di sapere dove andare con quei mezzi: il docente è sempre quel Virgilio - guida indispensabile - senza il quale nessun navigatore satellitare avrebbe potuto condurre Dante “a riveder le stelle”.
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