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I mini gialli dei dettati 2
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Riconoscere e superare le emozioni negative di una diagnosi di infertilità

Il percorso psicologico della donna dalle prime reazioni a una diagnosi di infertilità alla scelta di intraprendere un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA)

Le prime reazioni a una diagnosi di infertilità sono lo shock e l’incredulità, poiché le persone — donne e uomini — danno per scontata la propria possibilità di concepire. Perciò, quando viene frustrata un’aspettativa tanto attesa quanto profondamente intrecciata con il senso di identità personale, si ha una prima fase in cui la donna è sorpresa, incredula e disorientata al punto di dubitare della correttezza della valutazione medica. La diagnosi di infertilità è quindi spesso una doccia fredda, una di quelle condizioni in cui l’interessata dice a se stessa: «Non avrei mai pensato che potesse capitare a me». Dopo questa prima fase di rifiuto, del tutto simile a quello che si verifica nelle esperienze luttuose, si fanno strada altre emozioni negative che contribuiscono a rendere stressante e faticoso quel periodo di vita. Le emozioni di tristezza, ansia, colpa, invidia e rabbia sono quelle che la maggior parte delle donne prova quando il figlio desiderato non arriva: rappresentano ciò che normalmente le persone sentono quando un desiderio viene frustrato.

Più il desiderio di maternità è centrale nella vita della donna, più ella si sentirà afflitta dalla condizione di infertilità («Sai quanto desidero un figlio!»). A peggiorare la situazione può esservi, da parte sua o del contesto in cui vive, l’assunzione di fondo che la possibilità di concepire sia scontata, che faccia parte dell’essenza stessa dell’essere donna e che avere difficoltà a concepire o essere infertile sia una vergogna.
Le pressioni familiari, sociali e culturali rendono ancora più stressante la diagnosi di infertilità poiché la donna si discosta dal modello stereotipato proposto dalla società e dalla cultura di riferimento, quale persona che genera vita e che accudisce un bambino.
A questo possono aggiungersi sensi di colpa legati all’impossibilità di rendere padre il partner o di rendere nonni i propri genitori, oltre al vedersi condannata ai margini di una società basata sulla famiglia.

Se, in passato, una diagnosi di infertilità richiedeva l’accettazione della situazione e una rivalutazione del desiderio di genitorialità che poteva tradursi nella scelta di accantonare l’idea di avere un figlio o nel ricorso all’adozione, oggi spalanca la possibilità di ricorrere alle procedure di fecondazione medicalmente assistita. Ogni scelta comporta implicazioni diverse che ogni coppia dovrà valutare e affrontare.
Il percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) richiede notevoli sforzi sul piano non solo fisico ma anche emotivo e psicologico. Il cammino della fecondazione artificiale può iniziare solo quando la donna ha superato la fase di rifiuto e di negazione della diagnosi, riconosce il problema e assume un atteggiamento attivo per affrontarlo.

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