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Nuove e vecchie solitudini al tempo del Covid19

Mentre scrivo, il premier ha appena annunciato in TV che il periodo di isolamento attivo in casa è stato protratto al 3 maggio, la prima reazione, d’istinto, è stizzita: “Già, è la terza volta che rimandano il termine del Lockdown, sarà l’ultima?”

Un misto di rabbia e paura ci pervade: rabbia perchè, pur ragionevolmente, siamo privati della libertà di scegliere di muoverci, incontrare parenti, amici, riprendere gli affari, promuovere nuove iniziative; paura perché, altrettanto consapevolmente, vuol dire che la minaccia del contagio non è finita, che l’incontro con altri esseri umani rimane un’incognita, una possibilità negativa di superare il labile confine tra salute e malattia.

Tutto questo è umanamente comprensibile, ma, in realtà, il vero malessere è più subdolo: quanto ancora riusciremo a stare soli in casa, senza l’abbraccio e il conforto degli altri?

Così nel 2020 scopriamo che pur iperconnessi via internet e smartphone abbiamo paura di sentirci soli, abbandonati, privi di prospettive.

La solitudine non è tanto una condizione oggettiva, ma è piuttosto uno stato mentale: possiamo sentirci soli perché questo stato contraddice la possibilità di essere connessi agli altri. La solitudine così intesa è, facciamo attenzione, fattore di rischio per la salute mentale e fisica di ciascun individuo. Lo sapevate che da circa 40 anni i governi di Stati Uniti, regno Unito, Danimarca, Svezia, ecc. hanno posto attenzione al fatto che la solitudine si stava sviluppando nei loro paesi ed hanno chiesto ai ricercatori di psicologia, neuroscienze sociali, psichiatria di studiare a fondo il problema?

Uno dei più influenti è stato John Cacioppo della Università di Chicago. Insieme ad altri, ha posto attenzione a quando la solitudine diventa problema. Gli studi inizialmente si sono occupati di fasce di età (anziani) o sociali (emarginati) ma poi si sono estesi a tutti, soprattutto per chi vive nella società occidentale e industrializzata.

Il disagio da solitudine è psicologico: il mondo è rappresentato come un luogo potenzialmente portatore di minacce e l’attenzione ai segnali provenienti da questo non fa che confermare queste convinzioni, aumenta il disagio emotivo (ansia, paura), e aggrava i comportamenti protettivi (evitamento, isolamento), con peggioramento dell’umore e perdita del desiderio o motivazione a fare le cose. 

Tra le cose che non si fanno più c’è l’attività fisica che invece è fondamentale per mantenere attivo l’organismo e stimolare la mente a occuparsi di cose da fare. Le persone sole hanno una peggiore qualità del sonno: non tanto nella durata ma nella pesantezza e scarsa energia mentale che riscontrano dopo aver dormito. Le funzioni cognitive ed esecutive nei soggetti soli sono peggiori in confronto a chi non si sente solo.

Per chi ha disturbi mentali le condizioni peggiorano se la solitudine è sofferta: psicosi, disturbi di personalità, depressione, Alzheimer, ecc.

Il disagio derivante dalla solitudine peggiora lo stato fisico: una complessa interazione tra solitudine, elevati valori pressori e ormoni dello stress (cortisolo) fa sì che il rischio di ammalarsi di patologie cardiovascolari è maggiore in queste persone.

Ugualmente, complesse relazione tra l’apparato neuroendrocrino stress collegato e sistema immunitario fa sì che le persone sole abbiano una risposta alle reazioni immunitarie più scarsa degli altri. Un classico studio condotto su popolazione di studenti ha mostrato che in due gruppi divisi secondo un questionario che descriveva la solitudine(Loneliness, UCLA), quelli con punteggi più alti al test avevano più possibilità di infettarsi con virus del raffreddore piuttosto di chi aveva al test punteggi più bassi.

Ma di che solitudine potremmo soffrire?

Un primo livello è quello della deprivazione dell’intimità, nel caso specifico, del partner in grado di dare supporto emotivo e fisico. Sono le situazioni “private” dove condividiamo molto con la persona amata, con i figli, con chi è in grado di conoscere una reciprocità importante del legame umano. In questo periodo di distanziamento sociale, pensiamo a chi per motivi vari si trova in un’altra regione d’Italia oppure non vede il partner perchè vive in un’altra parte della città, un altro paese, ecc.

Un secondo livello è quello delle relazioni familiari e amicali, altra “mancanza” cui stiamo facendo fronte in questa quarantena. Spesso sono persone che non risiedono con noi e di cui sentiamo la mancanza per la qualità delle “connessioni” in grado di fornirci.

Un terzo livello è quello dei rapporti collettivi, ovvero i contatti che normalmente generiamo nei luoghi di lavoro, negli spazi sociali, negli avvenimenti cui partecipiamo. In questo caso ci riferiamo a quelle situazioni che per diversi motivi ci fanno “appartenere” ad un gruppo creando un senso di identità al vivere sociale.

Come possiamo proteggerci per non soffrire di solitudine?

La situazione cui mi riferivo all’inizio, seppur mossa da regole sanitarie ferree e condivise può quindi interferire con tutti e tre i livelli di “connessione” tra noi e gli altri: la domanda è come ci proteggiamo?

Dobbiamo tornare a vivere le relazioni personali con maggiore consapevolezza: se avete notato, il tempo è“rallentato” e abbiamo più tempo per fare “meno” cose di prima, questo è un tempo guadagnato per le relazioni in casa. Al di là dei comportamenti aneddotici: fare attività sportiva, cucinare, pulire la casa, riparare oggetti, leggere, studiare, ecc. Il tempo che noi dedichiamo per dialogare e riscoprire la condivisione quotidiana è aumentato: sia nel compiere attività casalinghe, che ripercorrere memorie condivise, che riscoprire momento di gioco o di intimità la nostra casa può diventare un luogo dove i “morsi” della solitudine scompaiono.

Dobbiamo usare saggiamente la tecnologia per essere connessi ai nostri famigliari e amici in modo positivo: meno tempo trascorso a commentare le statistiche epidemiologiche e più tempo a parlare di interessi personali ed in comune. Gli amici possono essere sollecitati via smartphone in call a più persone: anche un “brindisi” virtuale per un compleanno di un amico lontano può essere occasione di mostrare quanto siamo interessati agli altri e quante cose ci appartengono.

Nella vita sociale sempre l’uso delle tecnologie sta cambiando le comunicazioni sul lavoro, sulla formazione, sulla conduzione di gruppi di varia natura (politica, religiosa,ecc.). Il principio della appartenenza è legato all’utilizzo di internet a scopi sociali e non come mezzo che generalmente ci passivizza e ci rende dipendente dalle varie offerte. Anche una “diretta” su Facebook, se ben condotta, può portare condivisione sociale: per esempio un’esibizione musicale dal vivo oppure una visita guidata in un museo.

Se nonostante tutto la solitudine non passasse?

Già nel paragrafo precedente ci soffermavamo a interventi di protezione dalla solitudine, ovvero promuovere il contatto sociale e le forme di sostegno sociale. Ma l’individuo che si sente solo potrebbe avere problematiche più complesse, ovvero non riuscire a sentirsi “connesso” con gli altri oppure non avere le “competenze” sociali. 

Per questi e tutti quelli che poi più che una solitudine protratta vivono una condizione abituale di non condivisione relazione e/o di non appartenza sociale si parla più appropriatamente di Ritiro Sociale, ma questa, come si dice nei film, è “un’altra storia”.

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