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Giornata mondiale del Social Work 2021

Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso. La riflessione di Fabio Folgheraiter, professore di Metodologia del lavoro sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore

Da quindici anni ogni terzo martedì del mese di marzo si festeggia la Giornata mondiale del Servizio sociale (The World Social Work Day). Una giornata che celebra il “duro e appassionato lavoro dei social worker, come recita l’Organizzazione Internazionale dei Social Workers (IASW). In ogni parte del mondo, il glorioso “corpo professionale” delle assistenti sociali è impegnato ad affermare il rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale non, come è più facile fare, in maniera astratta, limitandosi ad esprimere altisonanti affermazioni di principio nei dibattiti o nei convegni. Lo fanno spendendosi ogni giorno a contrastare le concrete e spesso drammatiche manifestazioni della sofferenza esistenziale. Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso.

Dopo la sfibrante esperienza della pandemia, la tradizionale festa nel 2021 assume un carattere speciale. Ogni incrostazione di inevitabile retorica che sempre segna ogni celebrazione, deve lasciare spazio solo a riflessioni e sentimenti autentici. La ricorrenza dovrebbe essere un momento in cui la società intera riconosce agli assistenti sociali i giusti meriti e si mostra finalmente, dopo i pesanti e stucchevoli attacchi nati a seguito della vicenda di Bibbiano, “orgogliosa” di loro.

È arrivato a mio avviso il momento in cui tutti noi – Istituzioni e cittadini – ci fermiamo per qualche ora a rendere omaggio sincero agli operatori del servizio sociale per tutto ciò che silenziosamente hanno fatto e per tutte le pezze che hanno dovuto mettere nel vortice di una pandemia che ha sconvolto ogni logica lavorativa e ogni standard sindacale conosciuto.

Si è reso giustamente merito agli operatori dell’area sanitaria – ai medici e agli infermieri dei pronto soccorso e delle unità di riabilitazione, ai medici di base e ai volontari delle ambulanze – per lo straordinario lavoro svolto dentro e fuori gli orari di servizio, anche a rischio diretto della vita. Meno attenzione è stata invece pubblicamente rivolta a chi nei servizi sociali pubblici o nelle cooperative ha garantito un minimo di tenuta dell'assistenza sociale, a chi ha stretto i denti davanti alle voragini di bisogni (solitudini, paure, mancanza di reddito, incapacità di sfamare o accudire i figli, ecc.) quali non si sono mai viste nella storia moderna della professione.

Va detto pure che la prevalente preoccupazione sanitaria ha di fatto legato le mani agli operatori del “sociale”. I vincoli ferrei del distanziamento hanno impedito agli assistenti sociali di usare i loro classici “strumenti” professionali, tipici del “sociale”, che sono il contatto umano diretto, l’empatia e il rispetto dell’equità.

Il Social work si è visto impedito - per Decreto ministeriale – dal dar attuazione al principio relazionale dell'Ubuntu (“io sono perché noi siamo”) che da sempre lo caratterizza profondamente e che non a caso quest’anno costituisce lo slogan della giornata. Di punto in bianco gli assistenti sociali sono stati obbligati a lavorare senza poter accogliere le persone nei propri uffici, senza poter fare visite domiciliari, senza poter fare colloqui o riunioni o lavoro di gruppo a meno che, s’intende, gli utenti non avessero in casa pc o smartphone e linee di connessione efficienti, cose che i classici “utenti” dei servizi sociali in genere non possono permettersi. Molti sono stati sentiti da remoto, ma non tutti, e non sempre quando c’era reale bisogno. Gli assistenti sociali, operatori della giustizia sociale, costretti ex lege a perdere i contatti con i più bisognosi e i più poveri: un paradosso doloroso e imbarazzante per la professione, cui si è cercato in tanti modi – anche tessendo reti virtuose con il volontariato, le parrocchie e le comunità locali - di farvi fronte.

Collocata simbolicamente al principio della primavera, la Giornata mondiale del Social Work consente a noi cittadini di ringraziare i tanti professionisti e dirigenti che nell’anno appena trascorso hanno lavorato in condizioni durissime e al contempo di augurarci, tutti assieme, un imminente “rinascimento del sociale”.

Questo è l’augurio: che l’esperienza inaudita e scioccante del non potersi stringere la mano o non potersi abbracciare ci stimoli a riflettere e a sperimentare nuove pratiche di Lavoro sociale in cui le “vere” relazioni umane tornino ad essere al centro di ogni aiuto.
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