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Famiglie in difficoltà e minori: l’importanza di un approccio partecipativo nei progetti di affido 1

Famiglie in difficoltà e minori: l’importanza di un approccio partecipativo nei progetti di affido

Ruolo, aspettative e fatiche dei protagonisti di un affido minorile, un progetto che, per sua natura, richiede la partecipazione e la collaborazione di tutti

L’affido è un intervento relazionale che fonda le sue radici da un lato nelle difficili e complesse situazioni di sofferenza di una famiglia e dall’altro nell’apertura di un’altra famiglia in una dimensione di reciprocità, cooperazione e dono al sociale. Compito degli operatori è in primo luogo quello di aiutare queste due famiglie, sebbene si trovino in posizioni differenti, a riconoscersi entrambe interessate a una comune finalità: il benessere dei bambini e dei ragazzi coinvolti.

A partire da questo riconoscimento è importante che le due famiglie, assieme agli operatori, imparino a mantenersi in relazione e a ragionare assieme su come fare per raggiungere la finalità condivisa. Il prodotto emergente dall’affido sarà il benessere dei bambini e dei ragazzi che ne sono coinvolti: un risultato che è un «bene relazionale», perché nasce dalla capacità di due famiglie e degli operatori di stare in relazione, ragionare assieme e connettere le loro azioni per raggiungere una comune finalità quale, appunto, una migliore condizione di vita dei minori.

La dimensione relazionale dell’affido

La dimensione relazionale dell’affido porta a dover riconoscere la necessità di promuovere processi di costruzione e realizzazione del progetto all’insegna della partecipazione. In letteratura, fin dagli anni dell’entrata in vigore della normativa di riferimento (Legge 184/83), troviamo indicazioni sulla necessità di avviare percorsi di collaborazione tra operatori e famiglie per la realizzazione di interventi di affido. Un intervento di affido nasce in una complessa trama di relazioni; quindi, intervenire in maniera sostitutiva ai compiti della famiglia del minore non significa che tale famiglia sparisca dalla scena o perda il diritto di partecipare. L’affido è infatti un intervento previsto normativamente in maniera temporanea e il suo esito dovrebbe essere il rientro del minore nella propria famiglia di origine.

Le fatiche dei differenti protagonisti dell’affido: bambino, famiglia di origine, famiglia affidataria e operatori sociali

L’affido porta con sé diverse aspettative e fatiche dei differenti attori in gioco.
Per il bambino l’affido, anche se viene deciso nel suo interesse superiore, è sempre in una certa misura un trauma. Significa lasciare, seppur temporaneamente, la propria famiglia per andare incontro a delle persone fino ad allora sconosciute e a un futuro incerto; significa fare necessariamente i conti con un importante conflitto di lealtà, dove da un lato c’è una famiglia accogliente e in grado di garantirgli condizioni di maggiore benessere, dall’altro c’è la propria famiglia che rappresenta le proprie radici, la propria storia e identità.
Per la famiglia di origine fare i conti con l’affido significa fare i conti con le proprie incapacità genitoriali e le proprie difficoltà: confrontarsi con operatori e con un’altra famiglia considerata per alcuni versi maggiormente in grado di garantire un ambiente di vita adatto ai propri figli.
Anche per la famiglia affidataria l’incontro con la famiglia di origine non è semplice: accogliere un bambino in affido significa accogliere anche tutta la sua storia, le sue radici e, in una certa misura, la sua famiglia, il che comporta necessariamente cercare e darsi nuovi equilibri.
Non vanno dimenticate, inoltre, le fatiche degli operatori, responsabili della tutela dei minori e della facilitazione del complesso intreccio di relazioni che si crea attorno all’affido.

Tutto porta a considerare come già nel DNA di tale intervento ci sia scritto che per poter pianificare e realizzare l’affido familiare di un bambino o di un ragazzo è necessario muoversi nell’ottica della promozione della partecipazione, facilitare l’incontro dell’interesse delle persone a garantire il benessere dei minori e riconoscere che le modalità di realizzazione dell’affido, nell’interesse superiore del minore, non possono che emergere dal ragionamento, dalla riflessione e dalla collaborazione delle due famiglie coinvolte e, finanche, del minore stesso.

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