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Global Teacher Prize: c’è un italiano tra i migliori 10 insegnanti del mondo

Si tratta di Carlo Mazzone, professore di informatica alla scuola superiore, primo italiano ad entrare nella lista dei 10 finalisti al prestigioso premio organizzato dalla Varkey Foundation.

Ci sono insegnanti “speciali”, che riescono a far appassionare i propri studenti a una materia o all’insegnamento. E poi ci sono insegnanti “eccezionali”, che riescono a fare la differenza nella vita dei propri studenti. Carlo Mazzone è uno di questi. Cinquantacinque anni, docente di informatica all’Istituto Tecnico Industriale “Lucarelli” di Benevento, Mazzone è il primo italiano a entrare in nomination per il prestigioso Global Teacher Prize organizzato dalla Varkey Foundation: una lista di 10 candidati in competizione tra loro per aggiudicarsi il premio finale di un milione di dollari, da destinare a progetti per la scuola. Il Premio, che quest’anno conoscerà il suo vincitore il 3 dicembre, nel corso di una cerimonia presso il Museo di Storia Naturale di Londra, viene assegnato ogni anno a un insegnante che si è particolarmente distinto nel suo lavoro, riuscendo a incidere in maniera significativa nella vita dei suoi studenti.

Che cosa ha portato l’insegnante di Benevento a distinguersi particolarmente tra i suoi colleghi, emergendo tra 12.000 candidati provenienti da 140 Paesi del mondo? Un approccio innovativo alla didattica, che prevede lo sviluppo di progetti imprenditoriali che vanno incontro ai bisogni di un territorio, come quello beneventano, fortemente segnato da problemi di disoccupazione, abbandono scolastico ed emigrazione. Questi progetti a volte si trasformano in vere e proprie start up, come è successo con “Farm Animal Trade”, un’app che gli alunni di Mazzone hanno sviluppato sotto la guida del loro insegnante per favorire la compravendita di animali da allevamento, garantendo salute e tracciabilità e riducendo tempi e costi degli scambi. Questo progetto si è aggiudicato l’anno scorso il terzo posto a livello europeo al Junior Achievement per le start up, dopo aver superato vari round di competizione regionali e nazionali. Ma sono tantissimi i progetti che Carlo Mazzone ha realizzato con i suoi studenti, a partire dal 2004, quando è approdato all’insegnamento nella scuola pubblica dopo vari anni di attività come consulente informatico per aziende private. Lo abbiamo contattato telefonicamente per farci raccontare un po’ della sua esperienza didattica.

Ci può spiegare che metodo di insegnamento utilizza in classe con i suoi ragazzi?

«In classe con i ragazzi lavoro molto con l’imprenditorialità, per competenze e progetti, utilizzando un modello che ho definito “vivariumware”. L’idea è quella di far germinare dei semi che poi, col tempo, potranno diventare alberi d’alto fusto. Nella pratica didattica in classe, il “vivariumware” funziona così. Formiamo dei gruppi di 2-3 persone, ciascuno con il suo team leader che fa da interfaccia con il committente, cioè il docente. C’è poi un referente di classe, il project leader, che fa da collettore tra i vari team leader e il committente. In un documento teniamo traccia dello stato di avanzamento dei progetti. Di norma realizziamo videogiochi oppure applicazioni web o mobile. La cosa interessante è che sono sempre i gruppi dei ragazzi a scegliere il proprio obiettivo di realizzazione. In questo modo si ha un’inversione del paradigma tra docente e studente: non è più il docente che va verso lo studente e gli dice cosa fare, ma sono gli studenti che cercano il docente per capire come ottenere un certo risultato. Anche il processo di valutazione si inverte, perché sono i ragazzi a valutare i progetti degli altri gruppi, arrivando a capire anche quanto sia importante valutare bene e quanto sia difficile fare una corretta valutazione».

Come reagiscono i ragazzi a questo tipo di progetti?

«In questo tipo di progetti tutti i ragazzi si sentono coinvolti, anche quelli con maggiori difficoltà, o più problematici, o che di solito si nascondono negli ultimi banchi. Nel momento in cui si sentono tirati in causa perché c’è qualcosa che realizzano loro, di norma si accendono. Naturalmente ci sono anche le eccellenze. Con questi ragazzi è più facile lavorare, ed è bello vedere i risultati a cui arrivano. Però dà grande soddisfazione anche vedere che persone normalmente più refrattarie arrivano ad ottenere qualcosa di positivo».

Come vede il ruolo dell’insegnante nel contesto italiano?

«Senza dubbio quello dell’insegnante è un ruolo che ha perso di prestigio nel contesto sociale, ma è fondamentale per l’evoluzione della società. È un ruolo di supporto, di mentore, di guida. E in una società che cambia rapidissimamente come la nostra, c’è bisogno, a maggior ragione, di guide che aiutino a interpretare la realtà in modo corretto. Condivido appieno il motto della Varkey Foundation, organizzatrice del Global Teacher Prize, che è “Teachers matter”, ossia “Gli insegnanti contano”, che poi si traduce nell’obiettivo di far sì che ogni bambino del pianeta riceva un insegnamento di valore».

In che tipo di progettualità scolastica vorrebbe investire il milione di dollari previsto per il primo premio, in caso di vincita?

«Lo vorrei investire in progetti per combattere la dispersione scolastica e per promuovere l’autoimprenditorialità dei ragazzi. Probabilmente l’unica strada per far sì che i ragazzi rimangano nei propri territori è quella di dare loro la possibilità di autoimprendere, anche quando poi l’autoimprenditorialità non sfocia in una vera e propria azienda, ma si colloca all’interno di un’azienda familiare già esistente, o semplicemente aiuta ad essere imprenditori di se stessi anche in un lavoro alle dipendenze, aiutando a gestire le proprie risorse, le proprie possibilità e i propri tempi. Autoimprenditorialità significa anche questo».

Un’ultima domanda: che consiglio si sente di dare agli insegnanti per l’educazione dei ragazzi?

«Andiamo verso un tipo di mondo che non conosciamo. I lavori che esisteranno tra dieci anni oggi sono ancora tutti da inventare. Credo che sia indispensabile formare nuove competenze, quelle che vengono chiamate “soft skills”, facendo in modo che i ragazzi abbiano una formazione di tipo trasversale e la capacità di adattarsi ai cambiamenti, tecnologici e non solo».

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