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Giurisdizione e pregiudizio - Erickson 1

Giurisdizione e pregiudizio

Le parole di una giudice sulle diseguaglianze di genere in Tribunale

Sono una giudice e da più di vent’anni mi occupo di amministrare la giustizia in nome del popolo di italiano. Questo lavoro è per me un privilegio e un onore, ma è al contempo anche una fonte di preoccupazione. Essere giudice è una responsabilità, un ruolo in cui si sente forte il dovere di dare risposte corrette e tempestive, proprio perché si agisce «in nome del popolo di italiano».

In vent’anni di lavoro in magistratura mi sono occupata di tanti reati, tra cui anche di violenza sulle donne. È l’unico tipo di reato nel quale il pregiudizio colpisce le vittime e non gli imputati. In tutti gli altri casi, sono gli imputati a rischiare di essere vittime dei pregiudizi. Rischia di accadere, e spesso accade, per immigrati, tossicodipendenti, rom. 

Nei casi di violenza contro le donne, il pregiudizio non riguarda più chi commette il reato, ma chi lo subisce. Questo succede proprio perché in ogni fase del processo, attraverso le parole di testimoni, vittime, imputati, avvocati e magistrati, sono riflessi i pregiudizi e gli stereotipi che permeano la nostra società.

Non intendo chiamarmi fuori da questa riflessione: a lungo mi sono domandata «Perché SI fanno massacrare di botte? Perché SI fanno abusare?». La domanda formulata attraverso un verbo riflessivo è un chiaro esempio di pregiudizio. Non sono le donne che si fanno maltrattare: sono gli uomini che maltrattano le donne. La responsabilità è di chi commette il reato, non di chi lo subisce. 

Eppure succede che alle donne per prime manchi la fiducia nel fatto che saranno ascoltate e credute. Succede che nel processo si insinui il dubbio che la donna stia mentendo, o quantomeno esagerando. Può essere la stessa vittima a pensare questo di ciò che ha vissuto, a non riuscire a sentirsi vittima. Il 93% delle donne non denuncia la violenza subìta, perché c’è una struttura sociale che copre e giustifica la violenza e l’uomo che la esercita.

Chiariamo un punto: la struttura sociale non è un’astrazione, siamo tutti noi. Noi che non siamo intervenuti quando abbiamo sentito le grida provenire da casa dei vicini e ci siamo rimessi a dormire, dicendoci che si trattava una semplice lite familiare…

Quando però a gridare è solo uno e l’altra urla «aiuto», giorno dopo giorno, siamo davvero sicuri che si tratti di semplici liti? Il femminicidio è solo l’apice di una violenza che spesso dura da anni e che nessuno ha voluto vedere e men che meno denunciare. 

Famiglie che minimizzano, mancanza di autonomia economica e quindi di vie d’uscita, senso di protezione verso i figli anche a scapito della propria vita: sono fattori che spesso riducono le donne vittime di violenza a uno stato di totale solitudine. Sono sole quando entrano in quel commissariato o in quella caserma dei Carabinieri per denunciare, sono sole in quell’aula di Tribunale ad affrontare il processo. Casi come questi sono terribili, lo dico per esperienza. 

Sono processi in cui si respira l’omertà assoluta: nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito nulla. I genitori della vittima magari hanno percepito la violenza e invece di spingere la figlia a denunciare, le hanno consigliato di coprire il compagno violento: «È il padre dei tuoi figli, devi avere pazienza».

Le amiche magari hanno consigliato di tacere. Le maestre magari hanno capito ma non hanno voluto approfondire. Gli assistenti sociali magari non hanno avuto tempo «per le beghe familiari». Durante il processo tutto viene depotenziato, ridimensionato, normalizzato. Non stupisce che alla vittima non si creda: lei stessa alla fine teme di non aver capito e di avere esagerato.

 

AL CONVEGNO "AFFRONTARE LA VIOLENZA SULLE DONNE"

Paola Di Nicola affronterà il tema nel corso del convegno in programma a Trento il 18 e 19 ottobre, con l'intervento "La mia parola contro la sua: quando il pregiudizio è più importante del giudizio"

 

L’articolo completo di Paola Di Nicola, Giudice del Tribunale di Roma, è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.

 

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