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Dare forza all'umano contro la dipendenza dalle tecnologie

L'intervento di Daniela Lucangeli e degli altri relatori al Convegno

Nella seconda giornata di lavori del convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, molti relatori con expertise diversi si sono alternati al microfono, affrontando temi diversi. Tanti, come tante sono le sfide che deve affrontare oggi l’educazione.
Ecco qualche passaggio dei loro interventi.

Daniela Lucangeli (Università degli Studi di Padova)
Emozioni e circuito della ricompensa nell’età digitale: dipendere o desiderare?
«Oggi parliamo di questo oggetto, dello smartphone. È l’oggetto più venduto al mondo, lo sapevate? È più venduto persino delle bottiglie d’acqua.
È stato calcolato che, ogni giorno, noi tocchiamo il nostro cellulare 2.600 volte. Siamo diventati dipendenti dai nostri smartphone, da questi device riceviamo in tutti i momenti notifiche che attivano il sistema della dopamina del nostro cervello.
Due anni fa nel DSM,  il manuale dei disturbi psichiatrici, è comparsa improvvisamente una sigla: “internet addiction”. “Addiction” è una parola adoperata comunemente con riferimento alle droghe. Da un po’ di tempo esistono anche l’ “internet addiction” e la “device addiction”.
E se questo sta accadendo a noi adulti, chiediamoci che cosa sta accadendo ai nostri figli, bambini e adolescenti. Questi device che creano dipendenza sono in grado di modificare tutte le strutture connettomiche del nostro cervello. Sono diventati un’estensione del nostro io, a cui ci rivolgiamo in ogni istante alla ricerca di microdosi di dopamina per il nostro sistema delle ricompense.
Abbiamo il cellulare in mano mentre siamo a passeggiare, mentre stiamo con i nostri figli, mentre giochiamo con loro. Ora dobbiamo capire che un conto è giocare con un bambino con un obiettivo educativo a fianco lui, perché questo rende più plastico il nostro sistema cognitivo, e un conto è sostituire la presenza umana con un comodo sistema di levetta della dopamina.
La tecnologia è il futuro se abbiamo l’umano che non si lascia percorrere da rischi che nemmeno conosce e sono rischi che vanno dalla disprogrammazione cellulare alla dipendenza alla perdita della libertà. Questa non è una predica, è un alert. Quando c'è un pericolo così grande, non si possono dire i fattori positivi, prima occorre fermare il rischio e poi riprendere le strade educative. Non sto facendo una battaglia sulla debolezza della tecnologia. Anzi, la tecnologia ci ha sostituito. Io sto facendo una battaglia in cui vi chiedo aiuto per ritornare a dare forza all'umano. Ciascuno di noi in questo momento è nella condizione di scegliere la non dipendenza per sé, per i suoi figli e per i figli di tutti». 

Carlo Scataglini (insegnante di sostegno, L’Aquila) con Irene Galli (studentessa e scrittrice, Firenze) e Carolina Raspanti (scrittrice e attrice, Lugo di Romagna)
Il sostegno che vorrei, l’inclusione che vorrei. Voci di scuola vissuta e viva
«Carlo Scataglini chiede a Irene Galli e Carolina Raspanti, due ragazze protagoniste del libro “Giù per la salita - La vita raccontata da uomini e donne con Sindrome di Down”, che sostegno vorrebbero.
Irene: «Io vorrei stare in classe. Io quando sto in classe sto bene. Con il sostegno vorrei che il mio insegnante non mi stesse appiccicato addosso. Io qui a Rimini sono venuta da sola, senza la mia mamma. Lei doveva andare a Roma, quindi sono venuta da sola. Per me l’inclusione è non lasciare indietro nessuno».
Carolina: «La scuola è importante per ognuno di noi, per la nostra crescita e la nostra maturità. Agli insegnanti vorrei dire d non mollare mai, di non abbattersi mai, di andare sempre avanti a muso duro. E soprattutto: mai escludere, mai isolare, mai lasciare i ragazzi da soli. Rendere le persone partecipi, attive, dinamiche, e fare in modo che diano quanto hanno dentro».
Carlo Scataglini conclude il dialogo con una riflessione personale: «Sei anni fa ho scritto un libro: “Il sostegno è un caos calmo – E io non cambio mestiere”. Sei anni dopo, la penso ancora nello stesso modo, io non cambio mestiere. Ma adesso vorrei che cambiasse lui, il sostegno. Vorrei un sostegno diffuso, non più sostegno, ma sostegni. Sostegno, a cominciare dai dirigenti scolastici. Un sostegno in cui non esista più la delega, ma in cui tutti i docenti si sentano parte di un percorso condiviso. Un sostegno degli insegnanti del consiglio di classe, appunto, che finalmente sappiano come muoversi perché hanno preso in carico il problema e hanno la giusta formazione. Perché conoscono le tecniche operative di facilitazione e semplificazione e non dimenticano mai che gli alunni della loro classe sono 25, non uno di meno».

Franco Lorenzoni (Casa-laboratorio di Cenci, Amelia)
La necessità di educare controvento. Quale cultura e quali domande per educare oggi?
«Sono convinto che ognuno di noi porti dentro tante identità, congelate, che hanno bisogno di essere massaggiate e accarezzate per essere scongelate. Io penso che ci sia una scuola freezer dove tutto è congelato, dove quando abbiamo una identità è sempre quella, e siamo trattati per quella identità che rimane ferma, sempre quella. E poi c'è una scuola forno, dove tutto si trasforma, dove la farina e l'acqua diventano pane o dolce. É difficile fare la scuola forno ma è quella che dobbiamo fare. Se noi ci accontentiamo di ciò che è fermo e congelato non andiamo da nessuna parte. Se riusciamo a mettere insieme tutte le componenti che possono produrre il saporito, e che se messe insieme sono profumate, abbiamo compiuto il nostro compito. Sapere e sapore hanno molto a che fare tra di loro».

Eva Pigliapoco e Ivan Sciapeconi (insegnanti e formatori, Modena)
L’inclusione è una storia dolce
«Circa 15 anni fa abbiamo inserito nelle nostre classi, eravamo in prima, una bimba ganese sorda, che comunicava ancora male con la LIS, la lingua italiana dei segni. Noi insegnanti eravamo ignoranti in materia e ci siamo attivati tutti, organizzando un percorso serale che coinvolgesse tutti noi adulti, dai docenti, ai genitori, al personale della segreteria, ai bidelli. Poi abbiamo inserito nel curriculum delle due classi parallele in cui lavoravamo insieme tre ore settimanali di LIS per 5 anni, in modo che tutti i bambini potessero comunicare con la bambina sorda tramite la LIS. È stata un’esperienza forte, che ha lasciato il segno nei bambini, e ce ne siamo accorti solo in un secondo momento, come sempre capita nelle storie belle di inclusione. È stata un’esperienza utilissima per Maddalena, una bambina intelligente che non riusciva a partire con la letto-scrittura e poi si è sbloccata con la dattilogia, le lettere dell’alfabeto delle mani. È stata un’esperienza utile per Maria, una bambina molto chiusa che è riuscita a uscire dalla sua timidezza . È stata un’esperienza utilissima anche per Gennaro, un bambino che rischiava di essere bocciato alle scuole medie, quando i suoi compagni di classe che gli suggerivano sotto il banco con le mani. Gli abbiamo fornito un’arma segreta!
L’inclusione è una storia dolce perché è l’unico modo per far stare bene tutti, anche se spesso è faticosa, è sicuramente faticosa, però noi ce la possiamo fare, non dobbiamo mollare». 

Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia)
20 novembre 2019: la convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza compie trent’anni! Conquiste e sfide per il futuro
«Nei ragazzi che abbiamo intervistato colpisce il fatto che molti di loro non hanno desideri e sogni nel cassetto per il futuro, crescono e vivono nei quartieri e non hanno possibilità di uscire dal contesto che vivono in quel momento. Crescere con il riscaldamento globale è un dato, non allarmismo. Coloro che sono nati dopo il 2000 stanno vivendo gli anni più caldi dal 1800 a oggi. Il movimento che è nato intorno a Greta e di cui si inizia a parlare tanto non è solo allarmismo. La cosa fondamentale che ha fatto Greta con il suo movimento è stato dimostrare che i minori sono soggetti di diritto, come riconosce la convenzione ONU, che auspica la loro partecipazione a tutti i contesti della vita: dalla famiglia, alla scuola, all’ambito sociale».


Maria Luisa Iavarone (Università degli Studi di Napoli Parthenope)
Dalle colpe dei minori alle responsabilità degli adulti: il modello A.R.T.U.R. come intervento di pedagogia civile
«Noi oggi siamo in grado, grazie a una quantità di dati strabordante, di individuare i predittori del rischio di devianza che vengono da indicatori già stabilizzati. Oggi nascere in un determinato quartiere con un determinato cap, ti espone inesorabilmente a un destino che per un terzo è già scritto. Se vogliamo avere un approccio che sia multifocale rispetto alla prevenzione del rischio, dobbiamo dotarci di lenti più capaci di mettere in luce questi percorsi, ad esempio creando una anagrafe del rischio, accompagnando i minori che vivono e sperimentano situazioni difficili perché provenienti da famiglie fragili».

Roberta Caldin (Università degli Studi di Bologna).
Educazione 0-6 anni e inclusione scolastica: un bilancio a due anni dalla pubblicazione dei D. Lgs. 65-66/2017

«Se siamo costruttori dell'identità dell'altro, e cominciamo invece fin dall'infanzia a dire che i bambini con disabilità sono malati e che sarà solo lo psicologo a curarsi di loro, questa identità è medicalizzata e sanitarizzata e non sarà mai un’identità competente, ma un’identità che viene riportata alla riparazione del danno, a qualcosa che è rotto e che è da aggiustare. Qualcosa che quindi che costringe tutti noi che lavoriamo nei processi inclusivi a tornare indietro, per fare in modo che anche l'altro, colui con il quale lavoro, abbia una identità non negata, come dice Andrea Canevaro, ma abbia una identità competente, la cui competenza dipende però dal nostro sguardo e dal livello di progettualità che noi siamo in grado di dare loro»

John Lochman (University of Alabama)
Rabbia e aggressività in bambini e adolescenti: risultati e prospettive dell’intervento cognitivo-comportamentale
«Negli ultimi 40 anni sono stato ricercatore e ho studiato bambini con comportamenti aggressivi in famiglia o a scuola. L'aggressività nei bambini è un problema, perché è stabile. Quando vi è un bambino molto aggressivo a 8 - 9 anni, la probabilità che l'aggressività continui successivamente è molto alta. Sono bambini che successivamente possono peggiorare e adottare comportamenti violenti, criminali o abusare di sostanze. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato vari interventi cognitivo - comportamentali per questi bambini. Recentemente abbiamo lavorato sul coping power con questi bambini. Attraverso una serie di studi sull'efficacia, abbiamo visto che i bambini che ricevono un trattamento di coping power hanno un’aggressività ridotta, un tasso di criminalità ridotto e anche un uso di sostanze ridotto. E la cosa positiva è che questi risultati sono stabili nel tempo».

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