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Saper fare, voler fare, poter fare: tre chiavi per ripartire con il nuovo anno scolastico

Un maestro di scuola primaria, scrittore di narrativa per bambini e ragazzi e formatore, suggerisce come lavorare per competenze a scuola, sia nelle attività curricolari quotidiane che attraverso progetti interdisciplinari di più ampio respiro

La scuola delle competenze è forse l’unica scuola possibile oggi. È quella che, come insegnanti, genitori e alunni, dovremmo esigere. Una scuola all’altezza del mondo in cui viviamo: mobile, interconnesso e pluridimensionale.

Lavorare in classe per competenze non significa tuttavia correre al disperato inseguimento della modernità. Corrisponde piuttosto alla scelta di fermarsi e approfondire i contenuti di apprendimento da più punti di vista, riuscendo a cogliere le relazioni tra le conoscenze e le abilità possedute, provando a utilizzarle in qualcosa di diverso dalla semplice esecuzione di una consegna, cercando cioè di renderle vive.

Fare scuola per competenze non esclude il gusto per il sapere, né implica la sua finalizzazione applicativa. Al contrario, solamente coltivando un’autentica apertura verso la conoscenza, l’insegnante può sperare che la naturale curiosità dei bambini e la loro voglia di provare in prima persona diventino interesse e studio, che evolvano nella possibilità e nel desiderio di sperimentarsi come alunni istruiti e capaci, come soggetti competenti. Sapere condurre con gli studenti di qualunque età una buona «lezione frontale» è un’autentica virtù professionale. Tuttavia quella metodologia è soltanto uno degli strumenti a disposizione nel repertorio degli insegnanti.

La prerogativa che si vuole qui provare a condividere è sintetizzata molto efficacemente da Guy Le Boterf (2008) quando parla di «saper fare, voler fare, poter fare».

  • La prima voce afferma che il compito del docente è fornire ai propri alunni i saperi fattuali, procedurali, concettuali e le abilità o le competenze metacognitive per poter svolgere le attività che la scuola offre e richiede loro.

  • La seconda ricorda che il processo d’insegnamento-apprendimento non si mette in moto efficacemente se non viene curata la motivazione a prendervi parte attivamente, sia singolarmente sia come gruppo classe.

  • L’ultima, infine, mette i docenti un po’ con le spalle al muro. Fornito il bagaglio di conoscenze e abilità e sollecitata la motivazione, nessun bambino muove il primo passo finché l’adulto, che indica la strada, non gli permette di percorrere autonomamente il sentiero. Il cammino avviene prima in modo guidato da parte dell’insegnante; poi da una prossimità di tutela (magari fornendo o costruendo una mappa orientativa); infine sottraendosi, ma rimanendo sempre disponibili.

Come un coach discreto, l’adulto può quindi attendere i ragazzi al traguardo, per poter rivedere con loro «come è andata», autovalutare il percorso e ripartire.

Nel volume “Life skills e competenzesi vuole mostrare agli insegnanti della scuola primaria come ci si possa «coraggiosamente» allontanare da una modalità di lavoro «tradizionale», nella quale gli alunni sono destinatari anonimi e sostituibili dei nostri interventi didattici. Le esperienze proposte desiderano, infatti, rendere visibili e praticabili le tre fasi del percorso sopra esposto sia nelle attività curricolari quotidiane sia in progetti di più ampio respiro, di maggiore durata e di carattere interdisciplinare e trasversale. La scuola delle competenze non coincide con l’ultima delle fasi, ma le contempla tutte e tre. Soltanto un tale modello di istruzione, probabilmente, consente agli studenti di ogni età di costruire e di impadronirsi, con il tempo, di «competenze per la vita».

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