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Perché i “giudizi valutativi” sono meglio dei voti numerici, almeno sulla carta

Cristiano Corsini, docente universitario esperto di valutazione nei sistemi formativi, commenta l’abbandono dei voti numerici a favore dei giudizi descrittivi alla scuola primaria

Il 2020 verrà certamente ricordato come un anno di cambiamenti, più o meno grandi, per la scuola. L’ultima novità riguarda il sistema di valutazione in pagella alla scuola primaria: a partire da quest’anno scolastico, infatti, già dalla valutazione intermedia, si passerà dai voti ai giudizi descrittivi.

Il nuovo sistema di valutazione, approvato l’estate scorsa con un emendamento al Decreto Scuola, e reso operativo in queste settimane da un’ordinanza ministeriale, prevede quattro livelli di giudizio sulle competenze degli alunni: si va da un primo livello definito “in via di acquisizione”, a un secondo livello “base”, a un terzo livello “intermedio”, a un quarto e ultimo livello “avanzato”. Ai fini della valutazione, si fa riferimento alla capacità degli alunni di portare a termine compiti in situazioni note o non note, con risorse fornite dal docente o reperite altrove, con più o meno autonomia e continuità.

Abbiamo chiesto a Cristiano Corsini, professore associato di Pedagogia Sperimentale presso l’Università Roma Tre ed esperto di valutazione nei sistemi formativi italiani e internazionali, un suo parere in merito a questo ritorno ai giudizi descrittivi, già conosciuti in passato dalla scuola italiana.

Professor Corsini, come vede questo ritorno ai giudizi valutativi alla scuola primaria?
«Si tratta di un cambiamento coerente con alcune richieste del mondo pedagogico. Perché una valutazione sia formativa, infatti, è fondamentale che venga espressa con una descrizione analitica, inserita in un giudizio sul livello di padronanza delle competenze raggiunto dall’alunno. Questo, con un voto numerico, è più difficile da fare. La scommessa fatta con il passaggio ai giudizi valutativi è proprio questa: spiegare che cosa è stato raggiunto a livello di apprendimento da parte dell’alunno e che cosa resta da fare per arrivare a un livello di apprendimento successivo. Tra tutte le scelte di politica educativa fatte negli ultimi anni, ritengo che questa sia una delle più sensate dal punto di vista pedagogico».

Si corre qualche rischio, a suo parere, in questo passaggio ai giudizi valutativi?
«Passando dall’attuale sistema di valutazione numerica ai giudizi valutativi, non si passa in automatico a una valutazione “formativa”. Dobbiamo mettere in conto che ci vorranno impegno e tempo, per attuare questo passaggio, che presenterà qualche difficoltà. Quello che ritengo opportuno fare fin da subito è utilizzare anche nelle verifiche in classe questi giudizi sui livelli di padronanza delle competenze. Mi auguro anche che ci sarà un piano di formazione adeguato per i docenti. Senza formazione è difficile sostenere questo cambiamento. In complesso però sono abbastanza ottimista. Mi sembra che con questo tipo di valutazione si vada nella direzione giusta. Auspicherei che fosse applicato anche nei livelli di istruzione successivi, dalla scuola secondaria fino all’Università».

Dal punto di vista degli alunni e delle famiglie, il sistema di valutazione numerico era più immediato da capire?
«Il voto numerico dà un’illusione di immediatezza. Ma si tratta, per l’appunto, di un’illusione. Dobbiamo comprendere che l’educazione non è una cosa immediata, perché, all’opposto, media sempre. Tra scuola e famiglia, tra cose e persone, tra persona e persona… Credo che sia importante che torniamo a riconoscere il carattere mediato della relazione educativa».

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