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Da Ego a Geo, andata e ritorno

Come interpretare e insegnare la geografia ai tempi dell’antropocene

La geografia è la disciplina dello studio dello spazio che ci circonda. La sua ricchezza di contenuti la fa apparire onnicomprensiva. Invece siamo di fronte a una scelta di possibilità di decodificazione. La geografia dunque non racchiude la complessità del vero. È un’interpretazione settoriale del nostro insediamento sul Pianeta che si modifica in relazione a obiettivi di studio che variano nel tempo. In sintesi: la Terra è l’Essere, il Tutto, e noi ne scegliamo di volta in volta una parte, analizzandola attraverso un linguaggio oggettivo e condiviso.

L’età dell’Antropocene pone problematiche che richiedono nuove necessità di approfondimento della disciplina finalizzate alla progettazione di una presenza umana che sia sostenibile.

Per acquisire una linea di sguardo differente e per operare di conseguenza una diversa selezione degli aspetti da studiare, valutare ed eventualmente trasformare, bisogna ritornare all’origine, alla Terra come Essere e porsi in ascolto del Tutto.

Questa condizione di apertura si sviluppa all’interno di una dimensione emozionale ed empatica che coinvolge il soggetto come elemento centrale del processo. Tra le criticità della realtà e le soluzioni dell’utopia esiste il campo delle possibilità progettabili attraverso l’immaginazione. L’esercizio mentale per costruire la mediazione tra ciò che è e ciò che si vorrebbe idealmente funziona da pompa di intuizioni.

Le intuizioni personali dei nuovi orizzonti devono trovare una forma espressiva. Le parole che codificavano le vecchie visioni possono non essere più sufficienti. Ne necessitano di nuove. La letteratura è il bacino a cui attingere il lessico per comunicare quello che non è ancora stato detto, attorno a cui la geografia potrà sviluppare le sue successive indagini.

Per stimolare gli studenti possiamo scegliere tra scrittori che vivono il luogo e scrittori che lo attraversano. Sono utilissimi entrambi, ma bisogna leggerli consapevoli della relazione differente che instaurano con lo spazio che li circonda.

Il locale che racconta il luogo in cui vive esprime la certezza del quotidiano, la consapevolezza di modi di vivere contestualizzati in paesaggi che gli parlano una lingua di segni chiari e noti, condivisi dalla comunità.

Il viaggiatore che narra i luoghi che semplicemente lo ospitano è un'anima in ricerca. Le sue parole danzano nello stupore della bellezza di genti, valori e terre che gli si disvelano. Ha un compito particolare, quello della traduzione dell'Altrove. Quindi non descrive, ma rende comprensibile ciò che gli è lontano con parole che si compongono in strutture la cui architettura segue l’interpretazione straniera del genius loci che incontra. Non è solo scrittore, ma anche poeta perché nello sforzo di traduzione deve abbandonare il semplice livello denotativo per entrare in quello connotativo.

A questo punto appare evidente la necessità di integrazione, non di sostituzione, del linguaggio geografico con quello della letteratura, sia essa narrativa autoctona, di viaggio o poesia. La base della piramide, attraverso le espressioni delle visioni soggettive, deve funzionare da propulsore per declinare le infinite possibilità di connessione tra il soggetto e il paesaggio in cui l’individuo è inserito stabilmente o temporaneamente. La successiva declinazione geografica delle possibilità prospettate fa scaturire ipotesi di risposte ai problemi e quindi lo sviluppo della progettazione. La progettazione può essere realizzata solo attraverso un linguaggio oggettivo e condiviso, che definisce, quantifica e misura, cioè che offre i dati su cui riflettere e intervenire.

La stratificazione progressiva della piramide dimostra che una geografia monca dell’immaginazione è destinata ad esaurirsi, come un’immaginazione priva dell’ordine geografico si perde nella realtà degli spazi. Con un banale gioco finale di parole, si può pensare a un’interdipendenza tra Geo e Ego in un viaggio continuo di andata e ritorno.

La figura del docente di Lettere nella sua poliedricità di formazione diviene il miglior interprete della disciplina geografica ai tempi dell’Antropocene.

La visione e la conoscenza umanistica coniugate con l’abilitazione all’insegnamento della Geografia sono la chiave modernissima per aprire agli studenti le porte sulla lettura di un mondo non più da esplorare nelle sue terre, ma nelle sue complessità in divenire che non richiedono somme di definizioni, ma variabilità di connessioni secondo l’angolazione del problema.

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