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I mini gialli dei dettati 2
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Cosa funziona realmente nella didattica speciale e inclusiva?

Indagare le evidenze e le strategie per una scuola che vuole dirsi veramente inclusiva

Insieme ai genitori, gli insegnanti sono fondamentali nel garantire una buona qualità di vita agli studenti con bisogni educativi speciali. L’idea centrale è che, per migliorare i loro risultati, gli insegnanti potrebbero, e dovrebbero, basarsi sui migliori studi disponibili nell’organizzare, nell’attuare e nel valutare il loro insegnamento.

Chi si occupa di educazione oggi, - insegnanti, dirigenti scolastici, pedagogisti, ecc. - sa che è sempre più urgente fondare il proprio lavoro sulle evidenze e non sul fatto che «si è sempre fatto così» o sull’adesione a proposte a un primo sguardo innovative e interessanti ma non supportate da prove di efficacia. 

È dunque necessario porsi delle domande sul significato e il senso delle ricerche di cui ci si avvale e sull’efficacia delle strategie da mettere in campo per una scuola realmente inclusiva.

Evidence based: ma quali evidenze?

Il lavoro educativo e didattico in situazioni complesse deve essere fondato sui dati affidabili della ricerca scientifica e non su altro. Sembra ovvio, no? 

Non è proprio così, invece. Gli stessi sostenitori dell’evidence based della prima ora in Italia proposero un approccio un po’ più soft, meno rigidamente deterministico. Si levano poi voci epistemologicamente problematizzanti, anche dal punto di vista delle metodologie di ricerca impiegate, ma questa è una buona cosa, perché ci fa affinare l’analisi. Poi ci sono gli approcci che non hanno evidenze raccolte secondo i parametri convenzionali, ma dimostrano sistematicamente di funzionare bene nella realtà quotidiana delle aule, dei tanti insegnanti e genitori che raccontano e documentano risultati positivi, quelli che costituiscono la cosiddetta comunità dei pratici. Uno per tutti: l’approccio analogico di Camillo Bortolato. Del resto, anche queste sono evidenze.

L’importante però è che questi approcci innovativi, intuitivi, geniali, avventurosi siano disponibili al vaglio scientifico, siano prassi osservabili e misurabili, siano azioni controllabili e definibili e non misteriose procedure sciamaniche ed esoteriche.

Questi sono i presupposti per la ricerca scientifica, che ha il dovere di produrre evidenze valide e affidabili e non solo con approcci sperimentali e quasi sperimentali, ma anche con metodologie qualitative, Grounded Theory e addirittura Citizen Science.

Come funziona la mente di bambine e bambini?

L’apprendimento è un fatto sociale, ecologico, ma anche molto individuale, nella mente/cervello di bambine e bambini. Sotto il «cofano» delle teste dei nostri alunni e delle nostre alunne c’è un motore — cognitivo, metacognitivo, emotivo, motivazionale… — complesso, da conoscere. 

Chi lavora nell’istruzione/educazione dovrebbe elaborare un proprio modello di funzionamento di quel motore, per capire quando qualcosa non funziona. Anche perché le professioni educative sono tra quelle che si aggiornano di più e, avendo un modello di funzionamento della mente che apprende, avremo un grande organizzatore anticipato delle molte nuove informazioni che incontreremo leggendo libri, riviste, frequentando convegni e riflettendo continuamente sulle nostre esperienze/evidenze.

Si può imparare da soli?

Un’alunna o un alunno non è un’isola, un insegnante non è un’isola, una scuola non è un’isola, un sistema formativo statale non è un’isola... sono tutti elementi di una grande ecologia globale, di un sistema di sistemi interconnessi. Dunque è fondamentale tener conto delle tante variabili sistemiche di contesto e di avere una visione ecologica/ecosistemica.

Perché è importante la leadership per l’inclusione?

Il tema della leadership ritorna spesso, soprattutto perchè fa ovviamente la differenza, tanto più in un discorso inclusivo. Ma non è facile trovare quelli che a me piace chiamare social justice educational leader, quei leader nelle scuole che hanno la visione dell’inclusione come affare di giustizia sociale e la visione dell’educazione inclusiva come necessità e valore sociale. 

Perchè si parla ancora di didattica speciale e inclusiva? 

Si sta cercando di superare il concetto di «speciale», virando verso quello di «inclusivo», ma vorremmo andare ancora oltre: molto meglio avvicinarci alla dimensione della «convivenza delle differenze» e dell’«universalità», fondata sull’equità, come valore di riferimento. Quello dell’universalità potrebbe dunque essere il naturale sviluppo del nostro concetto di speciale normalità, una didattica/scuola davvero normalmente universale, perché arricchita di tutte quelle attenzioni specifiche alle varie differenze, che convivono bene e la fanno ricca.

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