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Come proteggersi dallo stress nel lavoro dell’insegnante

I fattori di stress e quelli che proteggono dallo stress, permettendo di attivare percorsi di resilienza nel contesto scolastico

Parlare della resilienza degli insegnanti non significa pensare alla scuola come a un «lavoro di trincea». Sono la quotidianità, l’intensità emotiva e relazionale, la rilevanza valoriale e la responsabilità di questo lavoro a fare sì che i rischi di stress da lavoro correlato, ansia e depressione siano più elevati che in molti altri contesti lavorativi.

La resilienza degli insegnanti, a nostro parere, è il risultato di un processo dinamico di interazione che si dipana e si trasforma nel tempo tra la biografia personale e professionale dell’insegnante e le biografie degli alunni, delle loro famiglie e dei colleghi che si intrecciano con il contesto scolastico, comunitario e sociale cui queste vite appartengono.

È così complessa che deve essere nutrita a ogni livello del percorso professionale attraverso tutte le modalità possibili.

Fattori di stress nel lavoro dell’insegnante

Da un’analisi della letteratura esistente, emerge che i maggiori fattori di stress nella professione dell’insegnante sono:

  • la difficoltà di relazione con gli alunni, soprattutto qualora siano presenti difficoltà comportamentali, il mancato rispetto delle consegne, l’aggressività fisica e verbale, ma anche il sapere di maltrattamenti o situazioni di disagio che questi alunni vivono a casa verso i quali gli insegnanti si percepiscono come impotenti;

  • la sensazione di pressione per la mancanza di tempo per programmare, rispettare le consegne, rispondere a richieste amministrative;

  • conflitti di ruolo per i quali il docente non corrisponde alle aspettative del ruolo che riveste;

  • povertà di condizioni lavorative legate alla mancanza di mezzi e strumenti per rendere più interessante il proprio lavoro, situazione che genera noia sia nell’insegnante che negli alunni;

  • la mancanza di controllo ma anche l’esercizio di un potere autoritario da parte delle dirigenze, da cui invece gli insegnanti desiderano sentirsi ascoltati e protetti;

  • difficoltà nelle relazioni con i colleghi, per mancanza di collaborazione, fiducia o l’innescarsi di dinamiche competitive;

  • la sensazione di sentirsi inadeguati sia rispetto alla propria preparazione sia per il fatto che si debba insegnare fuori dalle proprie aree di competenza;

  • fattori di stress esterni all’organizzazione scolastica, come la mancanza di supporto da parte della comunità cui l’istituto appartiene, ma anche quando le relazioni e le vite personali degli insegnanti sono poco stabili e insicure.

Dai racconti che abbiamo raccolto incontrando gli insegnanti, emergono anche altri aspetti. Ad esempio, la sensazione di dover fare tutto e tutto insieme, non solo un insieme di progetti che alcuni ritengono tolgano spazio alla didattica, ma anche dover essere «psicologi, assistenti sociali, medici e giudici senza averne le competenze». Oppure le incombenze burocratiche, ma anche la fatica di ricoprire un ruolo che non vedono più riconosciuto, soprattutto da alcuni genitori, in un contesto sociale in cui l’autorevolezza dei ruoli non è più intrinseca ma va conquistata e costruita giorno dopo giorno, attraverso la creazione di legami di fiducia e collaborazione e le capacità e le competenze vanno dimostrate. E ancora la fatica di personalizzare l’intervento per classi di 25 alunni, di cui tantissimi con PEI e PDP, o la solitudine, soprattutto laddove è necessario per l’alunno un intervento di rete con Servizi e Professionisti con cui talvolta «ci si ritrova a parlare linguaggi completamente differenti» che, invece di integrarsi come ricchezza di punti di vista diversi, generano incomprensioni e conflitti a scapito dell’alunno e delle famiglie

Fattori di protezione nel lavoro dell’insegnante

Analizzando i fattori di protezione, ci sono alcuni fattori che nella nostra esperienza tornano costantemente e ci sembrano più significativi di altri. In primo luogo, avere un forte senso valoriale e motivazionale, ovvero il credere continuamente nell’importanza del proprio lavoro e di poter realmente fare la differenza nella vita dei propri alunni e delle loro famiglie. Ciò si correla al senso di soddisfazione, di realizzazione ma anche alla percezione di autoefficacia e al senso di padronanza come la capacità di risolvere i problemi, prendere decisioni, raggiungere obiettivi e aiutare i propri alunni. Per poter vivere il proprio ruolo in questo modo è necessario introdurre strategie personali, emozionali e relazionali che vivificano continuamente la propria professionalità.

Sicuramente l’aggiornamento, la formazione continua rispetto alla didattica e alle metodologie di insegnamento, sono fondamentali, sia perché contribuiscono a un senso di rinnovamento motivazionale sia perché permettono di percepirsi maggiormente competenti e spesso sono occasione per nuovi incontri e relazioni professionali. Ma ciò che fa la differenza è sicuramente il poter parlare delle difficoltà. Che ciò avvenga nella relazione con i colleghi o all’interno di spazi di supervisione o di consulenza, in un colloquio con il proprio dirigente, trasformare l’esperienza e i vissuti in parole permette di alleggerirsi emotivamente, accedere a nuove prospettive e a nuove strategie co-costruite.

Riflessione e condivisione delle proprie esperienze con i colleghi sono poi una fonte di supporto emotivo, utili per uscire dalla sensazione di isolamento per la scoperta di non essere i soli ad affrontare quel tipo di difficoltà, inoltre favoriscono l’apertura a nuove prospettive, attraverso processi di co-costruzione e negoziazione condivisa. Riflessione e condivisione devono però essere caratterizzate da un approccio positivo. Troppo spesso la narrazione diventa un cortocircuitare o, peggio, un autoalimentarsi di lamentele ed emozioni negative. Condividere il piacere, fermarsi a evidenziare anche i successi e gli obiettivi raggiunti devono essere momenti imprescindibili, non in una forma di autocelebrazione, ma per ricordarci costantemente che «si può».

Sappiamo che sembrerà banale e forse anche bizzarro, ma crediamo che trovare divertimento nel proprio lavoro sia qualcosa che fa la differenza, capace di trasmettersi agli alunni e alle famiglie, diventa piacere e desiderio di stare insieme. In tutto questo aiuta l’umorismo: non solo alcuni autori come Steven e Sybil Wolin lo individuano come un fattore di resilienza, ma dalle varie interviste effettuate con gli insegnanti emerge come esso consenta di distanziarsi dalle situazioni rendendole più sopportabili e traducendole in nuove forme esplicative.
Un altro importante strumento di resilienza è la metodologia considerata spesso come un peso meramente burocratico. Seguire una metodologia chiara e condivisa come osservare, stendere obiettivi semplici, concreti e fattibili, individuare strategie, piuttosto che l’utilizzo di strumenti come schede, tabelle, documentazione aiuta a fissare, darsi una direzione verso cui procedere in modo comune.

Infine, ma non da ultimo, un importante fattore di resilienza è rappresentato dall’istituto di appartenenza.
Sentirsi supportati, riconosciuti, avere un sistema chiaro e condiviso di gestione delle problematiche fanno realmente la differenza nella sicurezza e nella stabilità degli insegnanti. È il senso di appartenenza, la condivisione dei valori e delle filosofie di fondo che da sempre permette alle persone di percepirsi più forti e di non essere sole, ma soprattutto «protette».

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