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Covid-19 e violenza di genere: il lavoro con le vittime nel post-lockdown

Come affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime

Le restrizioni imposte a tutela della salute pubblica durante la fase del lookdown, per le vittime di violenza di genere hanno comportato una improvvisa sovraesposizione al rischio.

La casa è per loro il luogo meno sicuro.

I dati raccolti negli ultimi mesi evidenziano un aumento del numero di chiamate al 1522, il Numero Nazionale di pubblica utilità contro la violenza (+73% rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente) e, contemporaneamente, una deflessione del numero di denunce raccolte dalle forze di polizia per reati connessi alla violenza di genere (Fonti: Istat e Ministero dell’Interno).

Si è dunque registrato un aumento del pericolo percepito e, conseguentemente, del bisogno di orientamento attraverso il contatto con un servizio gratuito e facilmente accessibile come il 1522, ma è contemporaneamente aumentato il sommerso e le donne sembrano aver sentito meno praticabile l’opportunità di allontanarsi in sicurezza dal maltrattante.

Vediamo dunque alcune criticità che andranno tenute in considerazione per affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime nel prossimo periodo.

L’impatto della violenza cronica e le risorse necessarie per il futuro

Per le donne che subiscono violenza dal proprio partner il lookdown ha amplificato una condizione tipica dell’abuso domestico: l’isolamento.

Questo stato di cose ha prodotto non soltanto un maggiore rischio di escalation culminanti in violenze fisiche gravi, ma soprattutto un aumento di quelle microviolenze che costellano con cronicità la vita quotidiana. Parallelamente, per molte donne è aumentato il carico mentale e pragmatico legato alla cura della casa (totalmente delegato a loro, nella maggioranza dei casi) e dei figli, da affiancare, per altro, nella didattica a distanza.

Nei prossimi tempi incontreremo dunque donne ancor più provate da traumi complessi, legati cioè non ad un singolo accadimento estremo e lesivo, ma alla tossicità cronica di un contesto relazionale.

Inoltre, le ricadute della pandemia sul mondo del lavoro stanno riducendo ancora di più le già limitate opportunità di indipendenza economica con un’incidenza profonda sia sul presente che sulle aspettative per il futuro, accrescendo il senso di impotenza e riducendo la speranza e l’investimento nel futuro da parte delle vittime.

In questa nuova fase sarà decisivo implementare organicamente su tutto il territorio nazionale gli strumenti di sostegno economico e relazionale alle donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza e facilitare, quando necessario, l’accesso gratuito e prioritario a percorsi di supporto psicologico e/o psicoterapeutico specifici.

Bambini e bambine vittime di violenza assistita: l’urgenza di esperienze di protezione

Come tutti i /le bambini/e, anche i/le figli di donne vittime di violenza, con la chiusura delle scuole hanno vissuto una destabilizzante sospensione della propria routine quotidiana, perdendo una importante esperienza di continuità e affidabilità.

Ma per le vittime di violenza assistita questa improvvisa interruzione protrattasi anche oltre la fase 1 ha comportato la perdita di uno dei pochi spazi liberi dalla logica della violenza, un contesto relazionale sano in cui potersi permettere di essere bambini/e o adolescenti.

Questi bambini/e e questi/e ragazzi/e in moltissimi casi vivono in famiglia una condizione di adultizzazione precoce che letteralmente li distoglie dalla propria infanzia o adolescenza. Sono cioè cronicamente intenti a prevedere e a volte a prevenire le possibili esplosioni di violenza, si impegnano a proteggere la propria madre oppure si sentono impotenti, ma egualmente preoccupati. Non va poi dimenticato che le vittime di violenza assistita possono manifestare il loro disagio anche attraverso difficoltà scolastiche e problemi nell’apprendimento che la didattica a distanza certamente non ha aiutato a superare, esponendo anzi ad un maggiore rischio di povertà educativa.

Nel prossimo periodo incontreremo dunque bambini/e e adolescenti la cui sofferenza traumatica è stata amplificata dalla riduzione di esperienze protettive e dalla perdita del contatto diretto con spazi educativi “sentinella”, cioè potenzialmente in grado di rilevare il loro disagio e attivare processi di aiuto e tutela.

È quindi assolutamente urgente trovare modalità per consentire ai bambini di ri-abitare in sicurezza questi contesti e sostenerli con competenza nel riappropriarsene.

Professionisti e professioniste: sostenere chi sostiene e dare corpo alle reti

Chi a vario titolo è impegnato/a sul campo in molti casi sta affrontando vissuti complessi di frustrazione, impotenza e, in generale, una condizione di stress legata anche all’aver vissuto personalmente alcune delle implicazioni della pandemia (deprivazione di contatti sociali durante il lookdown, instabilità economica ecc.). Il momento attuale richiede un grande impegno non solo nell’affiancamento diretto delle vittime, ma anche nel dar voce ai loro bisogni attraverso l’interlocuzione continua con le istituzioni e fra istituzioni.

Nella fase attuale, il rischio è quello di rinunciare a spazi di pensiero e cura delle relazioni fra operatrici/tori in nome dell’urgenza o della scarsità di risorse in termini di tempo e denaro. La conseguenza è uno schiacciamento sul fare che sacrifica la cura delle relazioni fra professionisti/e e servizi.

Proprio adesso è invece quanto mai necessario non sottovalutare l’importanza del lavoro di rete e degli spazi di riflessione, formazione e supervisione dedicati allo sviluppo dei gruppi di lavoro per tutelare il benessere dei/lle professionisti/e e garantire azioni ancora efficaci e generative a sostegno delle donne e dei/lle loro figli/e.
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