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Come preparare l’incontro con il minore nei procedimenti di tutela

Suggerimenti e riflessioni per il curatore speciale

Il curatore speciale è il professionista che fornisce rappresentanza legale ai minori nei procedimenti civili, quando i loro diritti non possono più essere rappresentati, promossi o difesi dai genitori, insieme o singolarmente. Si tratta di un ruolo estremamente delicato, che presenta sfide molto simili a quelle che si accompagnano ad altre professioni nell’ambito della tutela.

L’obiettivo minimo di un incontro tra curatore speciale e il minore, nei casi in cui si decida in maniera positiva sull’opportunità di questo incontro, è quello di una comunicazione al bambino circa il procedimento in corso. Questa comunicazione precede ogni possibile presentazione del curatore al suo beneficiario, poiché ne costituisce la premessa logica.

Anche il professionista più esperto sa che un buon incontro deve essere preparato con grande accuratezza e precisione.

Programmare con accuratezza un incontro non significa avere risposte a tutte le domande. Significa aver formulato quante più domande sensate possibili sui suoi obiettivi, sui significati e le intenzioni.

Essersi posti il problema di cosa significa e cosa può significare per il bambino, non in base a una qualche regola aurea oggettiva, ma in relazione agli elementi contingenti e attuali emersi nello studio del caso.

Preparare un incontro significa prima di tutto porre mente al luogo e al tempo in cui esso si svolgerà.
Un altro aspetto fondamentale circa la presentazione del curatore al minore riguarda il tipo di informazioni che il minore potrebbe aver già ricevuto al riguardo. Così come è fondamentale che il curatore speciale conosca quali informazioni il bambino abbia già condiviso o ricevuto circa il procedimento civile in suo favore, così da legare ogni comunicazione sul punto a una base di esperienze, stati d’animo e conoscenze già condivise, nello stesso modo è di centrale importanza che il curatore concordi con gli operatori psicosociali ogni comunicazione al minore circa il suo ruolo e l’imminente incontro con lui. Potrà essere il curatore stesso, in tal modo, a indicare esattamente la «formula» con la quale chiede di essere introdotto al bambino.

Spesso il bambino ha bisogno di sapere cosa sa già di lui il curatore probabilmente tanto quanto ha bisogno di sapere chi è.

I due campi di conoscenza appartengono allo stesso dominio. Quali sono gli elementi conoscitivi della storia del minore, noti al curatore, che egli si sente di condividere con lui per fargli capire da quale punto osserva la sua storia?  La domanda attiene a un aspetto che c’entra con il tema dell’identità, che è soprattutto un problema di collocazioni valoriali e di senso.

Nel momento in cui si decide di incontrare un minore si deve assumere a pieno la responsabilità del fatto che questo evento — l’incontro — deve avere necessariamente un carattere di apertura e di reciprocità. Il professionista che non sia disponibile a questa dimensione o che sappia di non essere in grado di governarla bene farebbe meglio a rinunciare a priori all’incontro, poiché esso rischierebbe di avere una connotazione — nel migliore dei casi — fortemente frustrante, quando non decisamente fonte di disorientamento, rabbia e inquietudine per il minore.

Affrontare l’incontro con una disposizione reciproca significa dunque preordinare, prevedere uno spazio e un momento nel quale il bambino ha la possibilità di poter fare domande o esprimere i propri commenti.

Naturalmente le modalità e i contenuti che connotano questo spazio varieranno di caso in caso.Tuttavia, lo spazio della reciprocità è ineludibile ed è talmente importante che il professionista — anche al termine di un incontro mostratosi ricco di scambi, chiaro e positivo nei contenuti — dovrebbe avere cura di ricordare al minore che quello spazio di reciprocità non si esaurisce in quel tempo dato, ma che può avere un seguito.

La reciprocità non è dunque un insieme di buone maniere, una specie di galateo del buon comunicatore. Attiene a una disposizione a mettersi in gioco in un tempo e in un luogo, che è una condizione fondamentale per dar voce al minore nei procedimenti che lo riguardano.

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