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Come il coronavirus ci sta cambiando - Erickson.it 1

Come il coronavirus ci sta cambiando

Lettera di un’assistente sociale in smart working

Sento la necessità di riordinare le idee. È successo tutto così velocemente. Era un sabato di febbraio quando la notizia dei contagiati di coronavirus è balzata agli onori della cronaca e il lunedì in ufficio, da subito mi è stato vietato di recarmi in una certa zona e/o accogliere persone provenienti da quella zona. Da allora una restrizione continua, prima potevamo vedere le persone solo per questioni urgenti e poi all’improvviso, giovedì scorso la comunicazione che dal giorno dopo iniziava lo smart working, a giorni alterni e con la presenza in ufficio bisettimanale. Poi di nuovo ulteriori restrizioni e l’obbligo dello smart working come modalità di lavoro ordinario. E chi l’aveva mai sentito questo termine nei servizi sociali?

Ovviamente il primo pensiero, come tutti noi, va alla nostra salute, ai nostri cari e alla preoccupazione di essere direttamente coinvolti e/o travolti da questa malattia, ma quando mi sono ritrovata al primo giorno di smart working, davanti al mio pc, la sensazione di disorientamento ha iniziato a prendere il sopravvento. Non tanto perché non sapessi cosa fare, anzi, tra relazioni, aggiornamenti di diari, sistemazione di cartelle ecc gli impegni sono tanti, ma il disorientamento è stato rispetto al lavoro con la persona

Come è possibile fare l’assistente sociale a distanza? la nostra professione si fonda sulla relazione, sulla presenza fisica indispensabile per l’aiuto e come si può fare adesso?

Ormai è una settimana che sono in smart working e nel corso delle giornate ho iniziato a sentire le persone, i colleghi d’ufficio e dei territori e ho iniziato ad annotarmi ogni piccolo cambiamento nel modo di essere e fare l’assistente sociale. Ho individuato alcune aree in cui si stanno verificando delle mutazioni che, chissà, potranno forse portare qualcosa di buono per la professione e per le persone con cui lavoriamo?

Lo spazio di lavoro

A casa è tutto diverso. Il tavolo della cucina o del salotto diventa il tuo ufficio, letteralmente invaso da documenti, fascicoli, pc e tutta la strumentazione necessaria. Ogni mattina, proprio come se andassi in ufficio, mi vesto e a volte persino mi trucco e/o indosso le scarpe, perché credo che telefonare alle persone o ai colleghi in pigiama mi renda meno credibile e sia irrispettoso, anche se non mi vedono, l’abito comunque, è il caso di dirlo, fa il monaco. Il mio fidanzato con cui convivo da diversi mesi, vive la quotidianità del mio lavoro e, finalmente, ha capito cosa fa l’assistente sociale. 

Lo spazio del lavoro e lo spazio della vita privata è unico, senza alcuna distinzione e questo secondo me “informalizza” i rapporti. 

A casa ci si sente a proprio agio, è un ambiente conosciuto e familiare, così anche le telefonate finiscono per essere più familiari. Inoltre i familiari partecipano alla vita lavorativa e tu partecipi alla loro, forse questo essere “così famiglia” lo avevamo perduto da tempo.

Il tempo del lavoro

Quando lavori in ufficio e timbri il badge, l’inizio e la fine del lavoro è scandita e quando esci dalla porta dell’ufficio fai altro. Capita di portarti il lavoro a casa, psicologicamente o materialmente, ma sono casi rari. A casa cambia invece. Finisci per guardare le mail dell’ufficio alle 22 e ti ritrovi a rispondere alla mail di una persona a qualunque ora. 

Trovandoci in una condizione di emergenza continua, siamo più flessibili, maggiormente predisposti ai repentini cambiamenti e pronti a riorganizzare il lavoro anche all’improvviso, per rispondere a esempio a una skype-call di gruppo organizzata in meno di un’ora.

Tra colleghi ci sentiamo in dovere aiutarci reciprocamente e forse stiamo riscoprendo la collaborazione, perduta nella fatica della gestione individuale dei carichi di lavoro. Tutti ci mettiamo a disposizione della responsabile per ciò che serve e per ciò che sappiamo fare. Il tempo del lavoro e il tempo di vita ora sembrano coincidere. Non so ancora quali possono essere le conseguenze di questo, forse può aiutarmi a prevedere eventuali conseguenze positive e negative di tale elemento.

La relazione d’aiuto

Questo aspetto è forse quello maggiormente delicato. Ci stiamo “reinventando” la relazione con l’altro o forse la stiamo riscoprendo, nel rispetto della distanza fisica impostaci. 

Io ho la sensazione di non essere mai stata così “vicina” e così “pari” alle persone con cui lavoro. La comunanza del vivere questa situazione di emergenza ci ha reso simili e ora più che mai, io non posso essere la sola che aiuta l’utente, ma anche lui aiuta me, a capire come posso accompagnarlo al meglio in questo periodo, a capire cosa per lui è più utile e cosa per me è possibile fare lavorando in questa condizione. 

La burocrazia e i convenevoli formali sembrano essere diminuiti e la relazione d’aiuto può solo beneficiarne, sembra più “pura”, liberata da una logica esperto-utente ormai esausta. Possiamo utilizzare strumenti innovativi e creativi per parlare con le persone. Ciascuno si ingegna come può per mantenere i contatti con le persone e garantire ai più fragili un supporto. 

Vengono “rispolverati” strumenti forse per lo più usati in passato o in altri contesti, come la richiesta alla persona di una riflessione scritta da scambiarsi via mail. Ho la sensazione che questa situazione sta dilatando i tempi della care, siamo più riflessivi, abbiamo il tempo per pensare a ciò che facciamo e diciamo, un lusso ormai nel mondo dei servizi, fagocitati dal fare e dal rispondere alle urgenze. Questa situazione sembra aver completamente azzerato tutto ciò che era considerato urgenza improrogabile fino a qualche settimana fa e questo potrà forse cambiare i criteri con i quali definiamo indifferibile una pratica/questione.

La formazione

Finalmente possiamo formarci. Quasi tutti, nel nostro ufficio, utilizziamo lo smart working per seguire dei corsi di formazione a distanza e apprendere competenze nuove. 

Abbiamo deciso di condividere il sapere di ogni operatore e ciascuno è chiamato, sulla base delle proprie specificità e competenze, a preparare una sessione di formazione a distanza, da trasmettere poi ai colleghi. 

L’obiettivo è quello di costruire un patrimonio di sapere dell’ufficio che renda tutti egualmente competenti nei vari settori. Mai prima d’ora c’era stato il tempo per fermarsi, formarsi e riflettere individualmente su quanto appreso, credo sia un dono che non tornerà e che dobbiamo sfruttare al massimo.

In sintesi, credo che questa situazione ci stia mettendo alla prova e stia cambiando il nostro modo di lavorare e di relazionarci alle persone, in maniera forse irreversibile. Credo sia importante presidiare i cambiamenti rilevati quotidianamente nel lavoro “sul campo” e continuerò a farlo, aggiornandola, se posso. 

Silvia Clementi è Dottore di ricerca e Assistente Sociale. Ha lavorato alcuni anni per Enti di Terzo Settore che si occupano di Servizio Sociale, si è occupata di formazione nell’ambito dei servizi pubblici. Attualmente lavora all’Uepe ed è tutor del laboratorio di stage e guida allo stage nel corso di laurea triennale in Scienze del Servizio Sociale presso la sede dell’Università Cattolica di Brescia. È membro del gruppo di ricerca “Relational social work centre” dell’Università Cattolica. 

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