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Com’è cambiata la scuola italiana dopo il Covid? 1

Com’è cambiata la scuola italiana dopo il Covid?

Tre dirigenti scolastici e formatori AID (Associazione Italiana Dislessia) analizzano i cambiamenti avvenuti nella scuola dopo la ripartenza tra nuove difficoltà, ansie e bisogno di ristabilire le priorità educative

La tanto attesa ripartenza della scuola pone tutta la comunità di fronte a scenari nuovi e soprattutto non completamente prevedibili. Nonostante tutti gli sforzi organizzativi che le scuole stanno facendo per garantire il rispetto dei protocolli sanitari - ed è il caso di sottolineare che ad oggi non esiste nessun luogo pubblico più sicuro della scuola - è innegabile che in queste settimane nuovi sentimenti stiano affiorando negli animi degli alunni, degli studenti, del personale scolastico e dei genitori.

Il ritorno a scuola tra ansia, bisogno di conforto e nuove difficoltà

A ricoprire il ruolo di protagonista c’è l’incertezza.
Un’incertezza riguardo gli sviluppi della situazione, sia dal punto di vista esterno (l’epidemia), sia dal punto di vista interno (le reazioni emotive dei soggetti coinvolti): e di fronte a un quadro così sfocato e inedito la reazione più umana è quella dell’ansia in tutte le sue manifestazioni (aggressività, fuga, paura, e così via).
Le famiglie sono apprensive, come è normale che sia, e chiedono alla scuola certezze che non sempre possono essere assicurate.
Al contempo, gli operatori della scuola, caratterizzati peraltro da un’elevata età media, sono preoccupati innanzitutto per la propria incolumità e poi per quella dei propri alunni.
Questo per rimanere alle condizioni strutturali di base, vale a dire, la salvaguardia della salute pubblica e privata.
Si aggiunge inoltre al quadro della salute un bisogno di conforto del quale necessitano in pari misura i genitori, i loro figli e i loro insegnanti.
La situazione infatti genera nuove difficoltà per le famiglie che, in qualche caso, si sentono anche allontanate dalle mura scolastiche per evidenti ragioni di sicurezza: sono saltati tutti i rituali incontri di inizio anno, le feste di accoglienza per i più piccoli, insomma tutte quelle pratiche che nella routine scolastica aiutano a dire “ci siamo”, “siamo comunità”.

Manca la prossemica della “vicinanza” fisica ed emotiva, il contatto generato dalla socializzazione che ti fa sentire parte di un nuovo, ma accogliente contesto.

Questo anno scolastico è cominciato invece con incontri scuola-famiglia tenutisi, quando andava bene nei giardini, altrimenti in faticose videoconferenze, quando non drasticamente limitati o addirittura aboliti. Tutto ciò è dipeso dalle decisioni dei dirigenti scolastici e dei Consigli di Istituto che, in base ai contesti e alle situazioni contingenti, hanno talvolta preso decisioni molto differenti.
Un simile inizio non è certo dei più rassicuranti.
Cosa dire, poi, dei ragazzi, costretti a mantenere le proprie posizioni, come tanti “immaginari soldatini di un esercito”?
Gli alunni si sono trovati ad imparare mille nuove regole di comportamento, quasi tutte contrastanti con la naturale inclinazione di ogni bambino, sotto gli occhi costanti dei loro controllori che, dietro mascherine, visiere e camici monouso, si sforzano ogni giorno di nascondere le proprie preoccupazioni con parole e atteggiamenti rassicuranti, forti della loro professionalità, ma intimoriti essi stessi dalle nuove modalità dettate dal quadro epidemiologico.

La necessità di ristabilire le priorità educative

Sembra quindi utile, di fronte a tanta complessità e a uno scenario in continua evoluzione, sottolineare priorità che se anche non nuove, risultano oggi ancora più determinanti.
Al centro della relazione educativa sarà più che mai necessario stabilire l’importanza di valori come la cura, l’ascolto, il supporto psicologico e umano.
Nella situazione attuale, questa è la didattica che l’emergenza rende più vitale, assieme alla fondazione di una educazione civica che non sia solo l’ennesima disciplina da inserire nel curricolo, ma il riconoscimento della missione più autentica della scuola.
Ben vengano dunque le opportunità fornite dal Ministero per incrementare le azioni di supporto e affiancamento psicologico a tutte le componenti della comunità scolastica, e ci auguriamo che le scuole non manchino di coglierle, riorganizzando gli sportelli psicologici, favorendo formazione a docenti e utenti su strategie di supporto e confronto su temi legati alle esperienze vissute in lock-down sotto la mediazione di un esperto.
Un altro fattore potenzialmente ansiogeno da non sottovalutare è l’ingresso dirompente degli strumenti digitali nella vita scolastica: quelli che un tempo erano degli occasionali mediatori dell’apprendimento o dei necessari ma non generalizzati facilitatori, oggi sono la norma. Questa innovazione, da tempo auspicata, ma mai pienamente entrata a regime nella scuola italiana, è arrivata improvvisamente e senza tempi di “decantazione”, coinvolgendo anche le famiglie. La famiglia che ha bisogno di un colloquio deve utilizzare i servizi di posta elettronica e di videoconferenza; la scuola che comunica con l’esterno non può più fare a meno dell’uso esclusivo di tutti i canali informatici in suo possesso (registro elettronico, sito web, piattaforme dedicate).
Ma tutto questo deve fare i conti con famiglie non sempre competenti e in possesso di mezzi adeguati, un personale scolastico ancora non completamente in grado di rispondere alle molte novità didattico-tecnologiche richieste dalla situazione e dai diversi contesti (quarantena, isolamento…), alunni le cui competenze specifiche vanno implementate.
Pertanto, un’ulteriore sfida educativa da parte delle scuole è quella della co-costruzione di paradigmi condivisi di linguaggio per comunicare al proprio interno e con le famiglie.
Anche qui è richiesto uno sforzo non solo educativo, ma culturale: la scuola deve formare non solo se stessa, ma anche gli alunni e, spesso, i loro genitori.

Il dialogo come valore da mettere al centro della relazione educativa

La possibilità di attivare patti di corresponsabilità educativa sia sui regolamenti legati alla sicurezza in materia di Covid, sia sulla nuova Didattica digitale integrata, è solo un punto di partenza di quello che dovrebbe diventare un vero e proprio dialogo con studenti e famiglie. A tal proposito, occorre ricordare che chi, in un tale frangente, teme maggiormente il nuovo contesto, sarà sicuramente il genitore di un alunno disabile o comunque di un alunno con Bisogni educativi speciali.

La condizione di “speciale normalità” in cui il Covid ha messo tutti noi, risulta ancora più preoccupante per chi teme che non venga assicurata la tutela del processo formativo ad un figlio che presenta particolari esigenze didattiche e relazionali: abbiamo infatti più volte sottolineato come il processo di insegnamento-apprendimento non può essere separato dagli aspetti emotivi che sono sottesi alla relazione educativa.

Come garantire, in assenza di contatto fisico ad alunni con grave disabilità tale bisogno? Come favorire la percezione del giusto grado di coinvolgimento relazionale con il distanziamento forzato e la mascherina a chi soffre di un disturbo del linguaggio o dell’apprendimento? La difficoltà a cui la scuola è chiamata a rispondere non è cosa di poco conto: coniugare gli assunti pedagogici fondanti le Linee Guida e le Norme dell’inclusione sarà una sfida che la scuola speriamo saprà raccogliere. La scuola non dimenticherà l’importanza dello scambio comunicativo, della socializzazione degli apprendimenti, della valutazione formativa. Ma dovrà riflettere sulle modalità con cui favorire tali valori fondanti per l’inclusione e la costruzione di una cittadinanza consapevole. Trascurare questi aspetti può condizionare in modo negativo i rapporti all’interno della comunità educante, contribuendo, anche inconsapevolmente, a far crescere quell’ansia che oggi, insieme al virus, è il nostro principale nemico. Saper cogliere il cambiamento a cui siamo di fronte come occasione di apprendimento per tutti, sarà la chiave di volta per un percorso funzionale alla crescita della comunità scolastica nel suo complesso.

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