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I 6 principi ispiratori del Metodo Relational Social Work - Erickson 1

I 6 principi ispiratori del Metodo Relational Social Work

Dall’andare oltre il “senso comune” alla capacità di valorizzare tutti i saperi in gioco; dal rispetto all’empowerment: l’agire di un operatore sociale relazionale

Principio 1. Una teoria per la pratica 

Ogni Metodo, in qualsiasi ambito operativo lo si voglia considerare, consiste in un insieme coerente di passi logici progressivi e di linee guida per orientare il professionista a direzionarsi verso punti critici/sensibili del suo agire e affrontarli con sufficiente scioltezza/sicurezza. Un Metodo è quindi essenzialmente una “teoria per la pratica”, una guida astratta e generale non già, in verità, per risolvere direttamente e meccanicamente i problemi (quella sarebbe una “Tecnica”) bensì per accostarli/affrontarli nella maniera strategicamente più razionale e dunque per innalzare la probabilità di esiti soddisfacenti a fronte di situazioni complesse, vale a dire non univoche quanto alle possibili vie di risoluzione.

Ogni Metodo per quanto consolidato ed efficace non può essere tuttavia considerato solo in se stesso (nella superficialità, per così dire, del suo senso pratico immediato). Ogni “teoria per la pratica” si colloca idealmente entro una cornice di senso più profonda, un’ecologia di principi ispiratori e prima ancora di assunzioni inconsapevoli (date per scontate) che, come le nascoste radici di un albero, alimentano dal fondo la sua efficacia. Tale cornice di principi non è un mero sfondo: retroagisce sul quadro e ne determina le prospettive. Illumina il Metodo di luce autentica quando essa sia pertinente rispetto alla realtà, ed invece lo svilisce, qualora essa sia fuorviante o malintesa. Identiche strategie pratiche (metodiche, procedure, tecniche, ecc.) possono rivelarsi efficacissime entro un certo indirizzo/orizzonte di pensiero, e divenire fuorvianti o penosamente confusive entro un altro.

Nel linguaggio degli epistemologi, l’insieme dei presupposti scontati/inconsci sottostanti all’agire pratico organizzato viene definita Paradigma (Khun). Per fare un esempio, l’evidenza sensoriale (intuitiva) che il Sole si alzi al mattino da est (e vada perciò a dormire la sera ad ovest) caratterizza il vecchio paradigma tolemaico, mentre l’idea contro-empirica (contraria ai nostri sensi, ma più logica) che il Sole stia fermo e la Terra le giri attorno, caratterizza il nuovo paradigma copernicano. L’intera astronomia è stata rivoluzionata da tale banalissima ma storicamente faticosa conquista intellettuale.

Principio 2. Andare oltre il “senso comune”

Per comprendere a fondo l’originalità e l’utilità del Metodo Relational Social Work occorre in primis focalizzare quale sia il banale malinteso (deterministico) su cui si fondano le pratiche di aiuto convenzionali. Di contro è necessario intuire (o se possibile comprendere) quale sia l’idea contro-intuitiva (fenomenologica) che apre nuovi orizzonti al pensiero professionale. Anche nella relazione di aiuto sociale, occorre comprendere chi è il Sole e chi è la Terra. Quali tra queste entità in relazione sono attive o passive. Chi gira attorno a chi.

Nel senso comune, l’aiutante è colui che offre aiuto, mentre gli aiutati sono coloro che lo ricevono. L’aiutante agisce e mette l’energia/il calore per riattivare/riscaldare gli aiutati. In tale ottica tautologicamente l’aiutante - è ovvio - deve “saper aiutare” (possedere le necessarie helpingcapabilities) e i riceventi devono “saper ricevere” (essere disponibili a collaborare, essere motivati, non mettersi di traverso/resistere alla volontà benefica dell’esperto, eccetera). É impossibile confutare una così profonda ovvietà. Essa è così indiscutibilmente vera, così intuitiva e banale, da rasentare quasi una certa ottusità. Quando Voltaire diceva che il senso comune è una via di mezzo tra la stupidità e l’acume, da vero illuminista non sparava le cose a caso.

In un tale dilemma si pone, per il social work, un sottilissimo (ed al contempo enorme) problema. Ci si deve chiedere: fino a quando il nostro welfare potrà poggiare su fondamenta tanto intellettualmente deboli, ancorché “vere”? Davvero un sistema di protezione sociale all’altezza dei tempi e dei problemi contemporanei può continuare a basarsi sul senso comune più ingenuo? Fino a quando il sistema può continuare a credere di essere, per così dire, il Sole, l’esclusiva entità benefica attiva che briga attorno ai suoi beneficiari? Davvero tutti noi esperti delle pratiche/politiche di aiuto, così acutamente specializzati, possiamo accettare di essere tanto semplicistici?

Principio 3. Tutti sono “sapienti” e “ignoranti”

Il presupposto paradigmatico che regge il Metodo Relational Social Work è contro-intuitivo, ma non per questo fortunatamente astruso, o troppo complicato. Anche l’idea che sia la Terra a girare attorno al Sole, pur in contrasto con i nostri sensi, a forza di pensarci, ci risulta intuitiva. A mano che lo pensiamo, il nocciolo del Metodo RSW diviene poco alla volta anch’esso intuitivo, maneggevole e semplice.

L’idea fondamentale di cui parliamo è che tutti i poli coinvolti nelle relazioni di aiuto (i vari specialisti, gli utenti diretti, i familiari, i cittadini motivati, eccetera) girano attorno a se stessi e allo stesso tempo attorno a ciascun altro. Nell’arena del welfare, ciascuna persona risulta sempre portatrice dei propri interessi e, contemporaneamente, di quelli di altri (che poi ritornano ad essere così i propri, eccetera). É sempre dalla reciproca compensazione delle carenze e dalla reciproca condivisione/donazione delle eccedenze, dall’intrecciarsi delle relazioni e nello strutturarsi di legami, che possono emergere di volta in volta (se il cielo aiuta, s’intende) le risorse intellettuali e morali per fronteggiare gravi problemi comuni.

Secondo il Metodo RSW, l’ambivalenza caratterizza tutti gli attori/agenti coinvolti nei processi di recupero/creazione del welfare/well being. Tutti nella loro essenza, sia utenti che professionisti, sono al contempo “questo e quello”: tutti sono “sapienti” (si tratta di vedere di cosa) e tutti sono “ignoranti” (si tratta socraticamente di capire di cosa). Gli specialisti propriamente detti, accanto alle dotazioni umane, portano nel processo di aiuto le loro tecnicalità esclusive (spesso tutelate dagli Albi professionali) mentre i cosiddetti “beneficiari” portano le loro capacità di elaborare (cognitivamente, emotivamente, moralmente) esperienze di sofferenza, resilienza e fronteggiamento. Gli uni sono sapienti di tecnica e gli altri sapienti di esperienza. E viceversa. Entrambi sono carenti.

I professionisti sono esseri umani che ovviamente anch’essi hanno esperienza dei disagi della propria vita, ma, in generale, in forma blanda o coperta o comunque raramente coincidente con le gravi problematiche affrontate. Gli utenti/familiari/cittadini possono anch’essi se vogliono impadronirsi di tecnicalità relative alle proprie problematiche (leggendo sui libri o in internet, frequentando seminari o conferenze, eccetera) ma mai fino al punto da divenire “professionali” (non fosse altro che per la probabile carenza di un certo necessario distacco). 

Quando due o più poli inversamente dotati di risorse/carenze si incontrano, può scattare il miracolo della relazione. Per un professionista, non c’è via migliore per assorbire competenze esperienziali che mettersi in relazione vera con che vive o ha vissuto la sofferenza. Per un sofferente, non c’è via migliore per assorbire rigore/logica/oggettività nel proprio agire che cooperare con un professionista aperto alla relazione. Nei processi di aiuto, per uscire dalla buca di situazioni lo scambio alla pari è conveniente per tutti i poli.

Secondo il Metodo RSW, il cambiamento di situazioni di vita difficili avviene sempre (quando avviene) attraverso un opportuno mescolamento di molteplici “componenti” virtuose, spesso imponderabili. Il miglioramento esistenziale atteso non viene mai da un tocco unico. Al faticoso riqualificarsi del vivere umano mai concorre al risultato integrale del cento per cento, una parte sola. Ogni “bene” esistenziale viene sempre da relazioni, vale a dire da interconnessioni virtuose di differente natura, pregio e valore.

Fortunatamente tali intrecci misteriosi possono essere sollecitati e coltivati, almeno in parte. Chi usa il Metodo RSW non si pone mai mentalmente in connessione con una singola entità “oggettivizzata” (un utente targetizzato) bensì con interconnessioni profonde tra esseri umani integri (relazioni). L’interlocutore ideale di un operatore sociale relazionale è sempre un’entità composita, una rete di rel-azioni motivate e ben finalizzate. 

Principio 4. Incardinare l’etica della metodologia

Una serie di principi (assiomi) e di stringenti deduzioni (corollari), con una diretta e spesso dirompente valenza pratica, si possono armonicamente accostare alla logica paradigmatica del Metodo RSW (cfr. Folgheraiter, F., Manifesto del Metodo RSW, Erickson, Trento, 2017).

La gran parte di tali principi, come si vedrà, coincidono con i tradizionali fondamenti etico/deontologici che da sempre sorreggono/caratterizzano le teorie classiche del Social work internazionale. Una gloriosa tradizione teorica dove tuttavia, progressivamente, si è andato scavando un solco tra il dire e il fare. C’è di mezzo il mare ormai, tra il pensiero e l’azione. Più i principi generali sono enfatizzati nelle declamazioni astratte, più essi in pratica si prestano a essere disattesi. Il vecchio paradigma deterministico tritura i principi umanistici nelle proprie logiche di causa-effetto, così da generare inavvertitamente (ma ciò non è meno grave) imbarazzanti cortocircuiti tra le buone intenzioni e gli effetti pratici attesi.

II Metodo RSW compie un serio tentativo per incardinare davvero l’etica (il dover essere, il comportarsi secondo principi) nella metodologia (il sapere come fare) e viceversa, per incardinare la metodologia nell’etica. L’assunto è che il rispetto pieno dei principi deontologici, lungi dall’aggravare retoricamente l’operatore di “doveri” insostenibili, lo alleggerisca di tensioni. Lo indirizzi strategicamente. Ne fluidifichi l’azione.

Principio 5. Praticare rispetto e fiducia

I più rilevanti tra i principi relazionali profondi (di matrice originariamente deontologica) sono il rispetto e la fiducia.

Se la teoria del Relational Social Work pretende che tante componenti presenti in situazione concorrano ai cambiamenti, allora tutte vanno rispettate in quanto agenti, e tutte vanno sempre considerate sullo stesso livello di status. In particolare i cosiddetti utenti, e i familiari impegnati nell’assistenza, non vanno onorati solo in virtù delle prescrizioni etiche, in quanto esseri umani dotati di dignità e valore (“riconoscere l’umano” è il minimo che ogni operatore umano deve saper fare) bensì anche per senso metodologico, in quanto essi sono tendenzialmente pari a qualsiasi altro in quanto a capacità “benefiche”.

Tanti operatori rischiano spesso di scivolare sul rispetto e rompersi l’osso del collo (professionalmente parlando). Essi facilmente possono mostrare un atteggiamento empatico e accogliente verso i propri interlocutori, sorridendo e parlando loro dolcemente. Inconsciamente, tuttavia, nello stesso tempo, essi possono cadere nella più pesante delle contraddizioni. Proprio per il fatto che i nostri interlocutori hanno evidenti problemi, veniamo indotti a considerarli a priori (in essenza) dei poveri esseri disgraziati, esseri che evidentemente “non sono fortunati come noi!”.

Il Metodo RSW prescrive il rispetto come prima regola relazionale, per evitare che noi esperti cadiamo in una paradossale ingenuità: che superficialmente rispettiamo le persone e le aiutiamo giusto in virtù delle loro fragilità e però al contempo, sottilmente, nell’inconscio, le “disprezziamo”, essendo appunto esse palesemente “fallite”. Così facendo, senza accorgerci, in virtù del paradigma suprematista/efficientistica incistato nel nostro habitus professionale, in realtà noi innanzitutto giriamo il principio del rispetto a vantaggio nostro. Rispettiamo di più e in primo luogo noi stessi. Considerato il nostro ruolo terapeutico, siamo portati a sentirci indiscutibilmente (“come sarebbe possibile altrimenti?”) persone “migliori”. Non ci sarebbe nulla di male in ciò, dato che la stima di sé è un grande valore professionale. Il termine “migliore” è però relazionale, cioè presuppone un intrinseco confronto vincente con altre persone che ci stanno attorno, le quali quindi, di riflesso, vengono percepite come “inferiori/peggiori”. Gli operatori sociali sono forzati a sentirsi persone superiori quasi per definizione rispetto ai loro “utenti” i quali, in virtù della loro condizione, o forse della loro “natura”, appaiono a tutti, per definizione anch’essi, evidentemente “inferiori”. Nessun operatore in realtà, proprio in virtù dei suoi studi deontologici, si può riconoscere in tali affermazioni, che risuonano discriminatorie e finanche offensive. Ma qui non parliamo di ragionamenti razionali bensì di psichismi inconsci che s’intrufolano silenti nell’anticamera dei nostri cervelli. Il Metodo RSW aiuta gli operatori a imparare a riconoscerli e a equilibrarli.

Blaise Pascal diceva che solo le persone che sanno di essere miserabili sono “grandi uomini”. Per essere grandi in umanità è necessario pensare di… non esserlo. Nessuno come una persona etichettata “utente dei servizi sociali” sa di essere “miserabile”, o di essere vista come tale dalle persone attorno. Mai tuttavia potrebbe pensare perciò di essere “grande”. É compito degli operatori sociali mettere in valore (rispettare) la loro sofferenza/autosvalutazione per trasfigurare le miserie in grandezza socialmente percepita. Per far bene in tale aiuto (per essere grandi operatori dell’umano) gli esperti dovrebbero innanzitutto concentrarsi su se stessi per ridimensionarsi. Ogni operatore sociale per migliorare radicalmente dovrebbe preservare e benedire le proprie costitutive carenze, sia strutturali (personali) sia relative alle contingenze affrontate. Il Metodo RSW mostra all’operatore sociale come offrire tali sue “carenze” ai propri interlocutori cosicché esse si armonizzino con quelle di tutti gli altri e si generi una consapevolezza condivisa di precarietà, pronta a divenire, perciò stesso, forza sociale.

Esercitando il “mestiere dell’altruista” – nella nota espressione di Lubove – l’operatore sociale catalizza come bene emergente le miserie di tutti, compresa la propria. Ogni incontro terapeutico con gli utenti (persone apparentemente “piccole” per la sfortuna accumulata, e però “grandi” in virtù della stessa) apre il campo a imprevedibili reciproci arricchimenti in umanità e in esperienza esistenziale. Le persone sofferenti conoscono esperienze di vita estreme che incarnano l’umano ben più delle “banali” esperienze di una vita che scorre tranquilla sui binari della normalità. Interlocutori di tale rango vanno rispettati non già perché essi ne abbiano astrattamente diritto in virtù delle loro debolezze, bensì perché essi possono magicamente compensare le nostre (nella stessa misura pressappoco in cui a nostra volta noi compensiamo le loro).

Incorporando il valore del rispetto, gli operatori sono psichicamente orientati verso un secondo principio fondamentale del Metodo RSW, che è la fiducia (in se stessi e nei propri interlocutori).

Se sentiamo che gli “altri da noi” siano valevoli e preziosi, cioè li rispettiamo a ragion veduta, avremo fiducia che essi possano sprigionare positività e determinare il processo di aiuto in ogni fase.In particolare se l’operatore rispetta gli altri accostandoli senza nascondere la propria debolezza, egli dimostrerà fiducia in se stesso e al contempo accorderà fiducia nella capacità degli altri di migliorare la qualità profonda del vivere dentro un problema da cui si deve fuoriuscire.

Nel Metodo Relational Social Work la fiducia costituisce la forza ottimistica indispensabile per muovere i cambiamenti possibili, lubrificando gli snodi delle relazioni. Se le varie persone coinvolte nei processi di aiuto credono poco (o credono al contrario) nelle potenzialità di ciascun altro coinvolto, le radici delle relazioni si seccano e l’energia umana trasformativa si affloscia.

Principio 6. Reciprocità ed empowerment

I più rilevanti tra i principi relazionali che hanno una diretta valenza metodologica sono la “reciprocità” e la “gradazione dell’esercizio di potere”, altrimenti detto empowerment.

La reciprocità è un principio o un valore che incide profondamente sul “saper fare” dei professionisti. Indica come mettere in connessione tutto ciò che avviene in loro stessi con ciò che succede negli interlocutori. La reciprocità ammette che ciò che è consentito a Ego di fare ad Alter, nella vita e sul lavoro, Alter lo possa fare a Ego. Sapendo io, conoscendomi, che cosa è inaccettabile o repellente per me, posso controllarmi e astenermi dal fare tale cosa all’Altro. É la famosa regola aurea dell’etica universale (“non fare agli altri….”) che il Metodo RSW “mette in azione” metodologicamente. Per la regola della reciprocità, tutto ciò che io operatore voglio che Alter faccia, devo volerlo fare pure io (non solo volerlo fare ovviamente, ma farlo davvero!). Se io desidero che un'altra persona si lasci aiutare, devo accettare di farmi aiutare io stesso. Non devo trovare umiliante, bensì liberante, consentire che l’altra persona possa aiutare me. Se io desiderassi di essere tenuto in gioco nel momento in cui vengono prese decisioni importanti per la mia vita (ad esempio, se dovessi essere sottoposto ad un allontanamento dei miei figli dalla mia famiglia) io debbo sempre tenere in gioco gli interessati nel momento in cui sono io che sta prendendo le decisioni che li riguardano.

Altro aspetto: se io vedo che i miei interlocutori non si comportano come vorrei (ad esempio, se un educatore fissa delle regole e i ragazzi non le rispettano; se un docente spiega un concetto e gli allievi non lo stanno ad ascoltare, o non capiscono) il principio della reciprocità relazionale afferma che in quel loro comportarsi “sgradito” io stesso sono sempre, in qualche misura, coinvolto come concausa. Non è logico incolpare gli interlocutori per esiti sgraditi senza che prima io mi sia interrogato sulle mie responsabilità. Tale regola vale anche quando ci si rallegra per ogni risultato “buono” conseguito. Non è logico che io mi vanti della mia efficacia come operatore senza che prima riconosca il contributo di tutti i coinvolti. Un operatore sociale è “sociale” appunto perché sa riconoscere sempre il valore dell’associarsi e del fare congiunto.

Lasciare libertà alle persone affinché esprimano i loro propositi di cambiamento, e li possano perseguire, è un’altra strategia fondamentale del Metodo RSW, che si definisce empowerment. Ogni lavoro professionale è un esercizio di potere. Nel Social work, lavorando con le vite delle persone, è facilissimo abusare anche sottilmente del proprio potere. Un operatore sociale abusa del suo potere quando pretende obbedienza non necessaria dagli altri (s’intende: per il loro bene). Esercitare atti d’imperio eccessivi significa violare il classico principio dell’autodeterminazione ma prima ancora, in chiave relazionale, violare la regola della reciprocità (dato che a nessun operatore piace essere comandato da chicchessia e a maggior ragione da un utente) e della fiducia (dato che dando un comando si nega la capacità dell’altro di darsi il comando da se stesso) disseminando granelli di sabbia negli snodi dell’agire reticolare, grippandoli.

Il Metodo RSW prevede che un operatore maneggi il suo “potere terapeutico” così da azionarlo, nelle varie circostanze, con la maggiore delicatezza possibile (idealmente: senza mai superare il cinquanta percento della forza complessiva) rispetto all’obiettivo del massimo miglioramento possibile della situazione.

Empowerment significa cessione e riequilibratura del potere “terapeutico” (di presa di decisione e di libertà riflessiva nel processo di aiuto) cosicché la maggiore libertà benintenzionata di tutti gli agenti si interconnetta nelle relazioni e produca un effetto risultante “maggiore della somma delle singole parti”. In ogni vera relazione, le parti non si sommano, ma si moltiplicano (beninteso: quando il valore di nessuna parte sia ridotto a zero). Il Metodo RSW aiuta l’operatore a dosare il suo potere affinché esso diventi lievito per un accrescimento del potere complessivo esercitato e goduto da tutti.

Riguardo alle manovre di empowerment, idealmente l’azione di un operatore sociale si orienta sempre in una duplice direzione: da un lato si esercita direttamente “verso il problema”, agendo anch’egli come uno dei tanti “risolutori” coinvolti nella rete; dall’altro si può esercitare “a supporto degli altri interlocutori” cosicché essi possano esercitare meglio i loro poteri di controllo sulla situazione (anche limitando il rischio d’interventismo dell’operatore stesso). Dire così non significa tuttavia raccomandare di cedere tutto il potere agli interlocutori. In tal modo tutto il discorso semplicemente si ribalterebbe e la relazione di aiuto verrebbe meno. Così come non è bene che un operatore manipoli tutto, così non è bene che esso sia manipolato. Ancor meno che esso lasci completamente il campo alle iniziative altrui. Sarebbe un empowerment che nega la relazione e si scioglie in impotenza. L’operatore verrebbe in tal modo meno alle proprie responsabilità (fossero anche solo di osservazione e di accompagnamento), privando la rete di preziose risorse professionali.

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