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Tra i più richiesti
Formazione: i più richiesti
Di Livio Dal Bosco Giovanni Leoni
Marchio: Erickson Direct Publishing
Non può esserci buona cura senza un buon luogo in cui curare. Human House 5.0 ripensa gli spazi dedicati alle persone anziane e fragili a partire da un principio fondamentale: l’ambiente non è uno sfondo neutro, ma può influenzare autonomia, orientamento, emozioni e relazioni. Un volume che intreccia architettura, organizzazione e tecnologia per immaginare luoghi di cura capaci di essere prima di tutto luoghi di vita, in cui continuare a sentirsi a casa.
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Prefazioni
Introduzione Human House 5.0. La RSA del futuro non sarà una RSA
Oltre l’istituzione. La genesi del modello Human House 5.0: quando lo spazio smette di curare
Dal paziente all’Abitante. L’ecosistema della cura
L’architettura che cura. Quando lo spazio smette di contenere e inizia ad agire
La fatica che non si vede. Operatori, passi, usura e dignità del lavoro di cura
La soglia delle dieci persone. Psicologia della prossimità e limiti cognitivi delle comunità di cura
La stanza singola. Privacy, salute, identità: perché la camera è il primo diritto di chi abita
Tecnologia invisibile. La Casa che ascolta: tecnologia silenziosa e infrastruttura di fiducia
Organizzare la fiducia. Le Nuove Organizzazioni Esperienziali (NOE)® nella cura
Il cantiere del possibile. Sostenibilità economica, transizione e l’arte di hackerare l’esistente
Human House 5.0. Sistema Sociotecnico per la Qualità Integrata
Epilogo Abitare il possibile
Appendice A Formalizzazione metodologica, modello teorico e programma di validazione empirica di Human House 5.0
Appendice B Glossario per un nuovo abitare: il lessico di Human House 5.0
Il volume parte da una domanda fondamentale: cosa accade quando il luogo in cui una persona viene curata smette di assomigliare a un luogo in cui vivere? Human House 5.0 suggerisce di ripensare gli spazi destinati alla cura delle persone anziane e fragili, superando l’idea dell’ambiente come semplice contenitore di prestazioni assistenziali. Gli spazi non sono neutrali: possono facilitare l’orientamento o generare smarrimento, favorire le relazioni o l’isolamento, sostenere le capacità residue o limitarne l’espressione. Architettura e cura diventano così dimensioni profondamente connesse.
Al centro della riflessione c’è la differenza tra risiedere e abitare. Se la residenza identifica un luogo e una funzione, la Casa appartiene all’esperienza personale: è fatta di abitudini, memoria, relazioni, possibilità di scelta e piccoli gesti quotidiani attraverso i quali continuiamo a riconoscerci e a sentirci parte del mondo.
Dialogando con le acquisizioni delle neuroscienze, della psicologia ambientale e dell’evidence-based design, gli autori invitano a superare la logica della struttura assistenziale tradizionale. La proposta non è semplicemente aggiungere nuove soluzioni a un modello esistente, ma immaginare un’alternativa in cui architettura, organizzazione e tecnologia siano realmente al servizio della vita. Ne emerge così un nuovo modo di pensare i luoghi della cura: ambienti in cui chi ha bisogno di assistenza possa continuare a esercitare autonomia, mantenere relazioni e sentirsi a casa e in cui anche chi si prende cura trovi le condizioni per farlo al meglio. Una riflessione che, partendo dalla residenzialità per anziani, interroga più ampiamente il modo in cui una società sceglie di abitare e accompagnare la fragilità.