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Il 21 settembre è la Giornata Mondiale dell’Alzheimer istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (ADI) per promuovere iniziative dedicate alla sensibilizzazione.
Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa che colpisce oltre 600.000 italiani, numero destinato a triplicare negli anni a venire. Secondo le stime ISTAT, infatti, nel 2030 saranno colpiti oltre 2 milioni di persone in Italia.
Nel mese di settembre sono previste molte iniziative pensate per aumentare la consapevolezza sulla malattia di Alzheimer e su altre forme di demenza, sensibilizzando l'opinione pubblica e riducendo lo stigma sociale che spesso circonda le persone affette da queste patologie.
Noi di Erickson, con le nostre proposte editoriali e formative, cerchiamo di far luce sull'importanza della prevenzione, dell'assistenza e del supporto per le persone affette da demenza.
I caregiver sono il cuore silenzioso dell’assistenza: accompagnano ogni giorno i propri cari con dedizione, affrontando fatica emotiva e fisica.
Ecco alcune situazioni che si verificano nella quotidianità e alcuni consigli su come affrontarle:


Accade spesso che una persona con demenza non ricordi la morte di un familiare, anche se avvenuta da poco. Questo può portare a momenti dolorosi: domande improvvise, la richiesta di andare a trovare chi non c’è più, oppure l’espressione di un dolore vissuto come nuovo ogni volta.
La perdita diventa presto confusa o dimenticata: giorni e ricordi si sovrappongono, e la mente non riesce più a distinguere con chiarezza cosa sia accaduto. Così, il lutto riaffiora come se fosse sempre la prima volta.
Orientare con delicatezza, ricordando la verità in modo semplice e diretto.
Accogliere il dolore, sapendo che pianto e tristezza sono reazioni normali e non peggiorano la malattia.
Non aspettarsi sempre una risposta: a volte ci sarà silenzio o solo poche parole.
Trasformare il ricordo in un momento di affetto, rievocando qualità e ricordi positivi della persona scomparsa.
Evitare di insistere troppo sulla realtà della morte: non serve “dimostrare” ciò che è accaduto, ma piuttosto offrire conforto.


Può succedere che una persona con demenza non riconosca più familiari o amici, persino un coniuge o un figlio adulto. Non significa che non vi ami o che non conti il vostro legame: è semplicemente un effetto della perdita di memoria.
I volti familiari possono sembrare conosciuti, ma diventa difficile ricordare esattamente chi siano.
I nomi spesso sono i primi a sfuggire, soprattutto di chi è entrato più tardi nella vita (nipoti, generi, nuore, colleghi).
Correggere con dolcezza, offrendo il nome o la relazione senza imbarazzo: “Sono Paula, tua figlia.”
Lasciar correre se l’errore si ripete: ciò che conta è il momento condiviso, non la precisione del ricordo.
Aiutare con piccoli suggerimenti, come presentarsi ogni volta: “Ciao papà, sono Paula, tua figlia.”
Evitare i test di memoria, che generano ansia e frustrazione (“Sai chi sono?”).
Gestire con calma eventuali comportamenti inappropriati, ricordando che nascono dalla confusione e non dalla volontà.


Accade spesso che una persona con Alzheimer rifiuti assistenza, anche se ne ha bisogno. Accettare aiuto significa ammettere una perdita di autonomia: la paura di perdere il controllo è la ragione principale del rifiuto.
Cucinare, prendersi cura della casa o gestire la propria vita sono simboli di indipendenza che si sono costruiti nel tempo. Perderli fa male…
Inoltre, con la malattia, ogni giorno si affrontano perdite — di salute, amici, capacità — e dire “no” diventa un modo per reagire e “difendersi”.
Capire il “no”: spesso non è un rifiuto personale, ma il tentativo di mantenere il controllo. Mostrare empatia aiuta a comunicare meglio.
Ascoltare più che agire: evitare discussioni sull’aiuto necessario, coltivando invece una relazione serena. Passare tempo insieme senza pressioni, ascoltando e rassicurando.
Mostrare comprensione: far sapere al proprio caro che si riconosce il suo punto di vista riduce la sensazione di essere “sostituito” o “invadentemente controllato”.
Tratto da: Surviving Alzheimer’s di Paula Spencer Scott
Le demenze sono espressioni di malattie organiche con base fisiopatologica degenerativa, vascolare o mista, caratterizzate da sintomi cognitivi e conseguenze funzionali.
La demenza colpisce circa il 5% della popolazione mondiale oltre i 65 anni. La prevalenza raddoppia ogni 5 anni, arrivando fino al 35-40% nella fascia tra gli 85 e i 90 anni.
Le forme più comuni di demenza irreversibile includono il morbo di Alzheimer (50-75% dei casi), la demenza vascolare (20-30%), la demenza fronto-temporale (10-15%) e quella a corpi di Lewy (10-25%) (WHO, 2018).
I sintomi della demenza si manifestano in tre aree principali: sintomi cognitivi, sintomi psicologici e comportamentali, e sintomi legati all'area funzionale (autonomia, autosufficienza, motilità).
La demenza di Alzheimer ha una durata media di 8-12 anni, con un range che va dai 5 ai 20 anni. La malattia progredisce lentamente, con fasi iniziali di demenza lieve e avanzate di demenza grave.
Nella fase iniziale, detta di demenza lieve, la persona può vivere in modo indipendente, con lievi vuoti di memoria e difficoltà nella pianificazione e organizzazione. Questa fase dura in media tra 2 e 4 anni.
Nella fase intermedia, o demenza moderata, i problemi di memoria peggiorano e la persona ha difficoltà a esprimere pensieri e svolgere compiti quotidiani. La comunicazione diventa difficile e possono emergere cambiamenti di umore e comportamento. Questa fase dura in media tra 2 e 10 anni.
Nella fase avanzata, o demenza grave, la comunicazione è quasi del tutto compromessa, la memoria è gravemente deteriorata e la persona richiede assistenza per le attività quotidiane. Questa fase dura in media tra 1 e 3 anni.
La demenza provoca difficoltà di apprendimento e deficit di orientamento, che peggiorano nel tempo. La perdita delle conoscenze segue un gradiente temporale a ritroso, partendo dai ricordi più recenti fino a quelli dell'infanzia.
I sintomi della demenza influenzano gravemente le relazioni affettive, con il mancato riconoscimento dei familiari e frequenti confusione temporale, come la convinzione che i genitori siano ancora in vita.
Sì, la memoria procedurale, che riguarda attività apprese e automatizzate come lavarsi i denti o andare in bicicletta, rimane preservata fino alle fasi avanzate.
Possono essere utilizzate strategie come ausili e aiuti esterni, apprendimento di nuove modalità per svolgere attività e adeguamenti del linguaggio per supportare le capacità residue della persona.