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Ricerca di senso - vol. 2017/2

Ricerca di senso - vol. 2017/2

Analisi esistenziale e logoterapia frankliana

Numero di rivista
giugno 2017
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Editoriale
Per i soci di ALAEF e per tutti coloro che a vario titolo sono vicini all’attività associativa e, ancor più, al pensiero e all’opera di Viktor Emil Frankl, non è certamente sorprendente la continua scoperta dell’attualità del contributo logoterapeutico e analitico-esistenziale, non solo nel ristretto ambito della psicologia e della psicoterapia, che pure ne rappresenta il contesto elettivo di applicazione, ma più diffusamente per la ricaduta che esso mantiene tanto nell’ambito delle scienze umane quanto in quello della medicina, soprattutto nella sua dimensione di klinike, di arte relativa a chi giace a letto (klíne), da cui klineín che significa piegarsi, chinarsi verso colui che è adagiato in un letto e, dunque, per trasposizione, colui che, in qualche modo, è segnato dalla malattia e dalla sofferenza. In realtà, ci si «piega» verso il malato e non verso la malattia, come ben evidenziato dallo stesso Frankl che, nell’esposizione del suo credo psichiatrico e psicoterapeutico, ricorda che al di là dell’affezione, biologica o psicologica, c’è sempre la persona spirituale.
In tal senso, Frankl ha avuto il merito di avere sempre evidenziato ciò che oggi viene ampiamente sottolineato dal riferimento a due diversi verbi inglesi — to cure, curare, e to care, prendersi cura — che evidenziano che accanto al «curare» e anche laddove non ci sia più spazio per la «cura», sempre s’imporrà l’esigenza del «prendersi cura» dell’altro, azione dettata da significati (valori) quali l’amore, la trascendenza, la dignità dell’altro, ecc.
In altre parole, possiamo dire che va ribadita l’esigenza di non ridurre il benessere a una semplicistica condizione di assenza di malattia e/o sintomatologia, bensì nella fedeltà a una visione olistica della persona — in termini frankliani, potremmo dire all’ontologia dimensionale della persona —, che va anche oltre il concetto di «benessere psicologico», affermandosi piuttosto come «benessere esistenziale».
A questo punto, la domanda è se la psicologia, e quale psicologia, possa offrire un suo contributo specifico a questa concezione di «benessere» o se piuttosto non debba ridursi a definire e offrire strategie e percorsi verso concezioni di benessere individuate e pensate in altre sedi disciplinari. In tal senso, ad esempio, rimando all’editoriale del terzo volume del 2015 di «Ricerca di senso», in cui si metteva in guardia dagli effetti di una contrapposizione tra la ricerca scientifica e il «politicamente corretto».
Proprio a questo riguardo, in questo numero della rivista, il mio articolo sul tema della violenza — Aggressività e violenza senza senso. Una lettura analitico-esistenziale della violenza sulle donne (e non solo) — , cerca di evidenziare se la sua eziologia possa essere in qualche modo fatta risalire al «sesso» o al «genere», o se, piuttosto, ancora una volta non si debba individuare le cause della prevaricazione e della soppressione dell’altro e dei suoi diritti, in una perdita del senso, del dia-logos, nonché delle capacità conseguenti di autodistanziamento e autotrascendenza. E ciò senza dover operare alcuna forma di discriminazione di tipo sessuale, razziale, generazionale, ecc.
Il senso, in questa luce, è capace di creare convergenza piuttosto che contrapposizione, individuando mete comuni, capaci di sostenere sinergie e alleanze. Il senso richiama l’esigenza di focalizzarsi su ciò che è comune, piuttosto che su ciò che differenzia. In quest’ottica, il senso, la direzione da tenere, come società e comunità degli uomini, ha a che fare con ciò che caratterizza trasversalmente l’umano, vero antidoto a ogni individualismo.
Ecco che allora, il contributo di Viktor E. Frankl e dell’approccio da lui fondato assume un significato universale, che supera gli angusti ambiti disciplinari, per indicare una via comune, nel rispetto certo delle differenze, ma nella maggior enfasi su ciò che ci accomuna e ci unisce.
Il tema del senso ricorre anche negli altri due articoli proposti in questo numero della rivista.
Nel primo, Pacciolla mette in evidenza le attenzioni che emergono nell’ultima edizione del DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, relativamente al costrutto di autodirezionalità che richiama, molto da vicino, il concetto di intenzionalità, di perseguimento di un senso e dei significati dei diversi eventi, che caratterizza l’individuo umano. In tal senso, l’autore presenta uno studio in corso sulla correlazione tra «autodirezionalità» e «scopo della vita», entrambi indicatori importanti nella definizione dell’effettivo livello di funzionamento della persona.
Nel secondo contributo, invece, la ricerca di senso rappresenta il filo conduttore che, secondo Deambrosis e Civilotti, accomuna il metodo frankliano e quello narrativo proposto da Fabio Veglia. Le autrici, in questo confronto che evidenzia similitudini e differenze tra i due approcci, in vista di possibili applicazioni nella ricerca e nella pratica clinica, testimoniano ulteriormente, nella sottolineatura del senso come elemento capace di dare coerenza e continuità di significati alla storia biografica della persona, della fecondità e dell’attualità dell’Analisi esistenziale di Viktor E. Frankl e delle sue intuizioni di fondo.
Domenico Bellantoni

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