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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2018/1

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2018/1

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
febbraio 2018
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Editoriale
Raffaella Esposito Alaia, 34 anni.
Era assistente sociale e lavorava per un’associazione senza fini di lucro di Acerra. I giornali, nel dare notizia del suo gesto di eroismo che l’ha portata alla morte, l’hanno chiamata «educatrice» in una comunità per minori a rischio.
Il 15 luglio 2017 è morta annegata dopo aver salvato tre ragazzini di cui aveva responsabilità. Faceva parte della numerosa tribù degli Educatori, conosciuti ma non riconosciuti. È la condizione che fa sì che un’educatrice sia sconosciuta quando lavora (senza riconoscimento, con altro titolo…) e abbia uno spazio sui quotidiani se muore per fare il suo lavoro, forse conosciuto, sicuramente non riconosciuto. Come un elemento del paesaggio della cui esistenza non ci accorgiamo più fino al giorno in cui un incidente lo fa scomparire.
La formazione degli educatori è offerta dalle università italiane, che sono pubbliche. Questo non garantiva, fino alla metà del dicembre 2017, il riconoscimento della figura professionale. O meglio: per vicende in sé trascurabili, gli educatori erano riconosciuti, se formati nelle Scuole (ex Facoltà) di Medicina, nel sistema sanitario; non erano riconosciuti, invece, se formati, e sono la maggioranza, nelle ex Facoltà di Scienze della Formazione, ora Scuole di Psicologia e Scienze della Formazione. Per complicare ancora la situazione, gli educatori del secondo gruppo, quelli non riconosciuti, erano e sono fra quelli che più facilmente trovano lavoro. In cooperative sociali che vivono di gare d’appalto in cui la qualità ha la sua importanza, ma i costi sono fondamentali. Cosa fanno questi educatori che lavorano per le cooperative? In un numero consistente completano il tempo del «sostegno» scolastico.
Ma la Legge n. 2443, la legge Iori, approvata dalla Camera dei Deputati il 20 dicembre 2017, segna un punto di svolta, riconoscendo le professioni di Educatore professionale socio-pedagogico, socio-sanitario e pedagogista. Per la cronaca: l’iter della legge è stato complicato (o boicottato...) e la 2443 non è stata calendarizzata nelle ultime concitate giornate ma è stata approvata all’interno della legge di stabilità, dal comma 194 al 160.
Raffaella Esposito Alaia merita la nostra attenzione. A lei vogliamo dedicare alcune riflessioni. La prima riguarda la confusa e nebbiosa aria che circonda chi ha bisogni speciali. Non fa bene alle persone, e non giova alla sostenibilità della prospettiva inclusiva. È fonte di malintesi, dispute, sprechi. Delinea, a volte, percorsi labirintici che possono favorire errori, e anche imbrogli. Come è noto, l’eccesso normativo porta fin troppi controlli.
Paradossalmente, questo può rendere l’insieme fuori controllo.
Una seconda riflessione ha a che fare con i compiti professionali di un’educatrice come Raffaella Esposito Alaia. Si può riprendere il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (1898-1956), che diceva: «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati».
Ma senza vittimismi. Senza fare della lamentela la sola forma di comunicazione degli educatori, il solo modo di stare con gli altri. Al contrario: facendo di questa collocazione un punto di forza e di merito. Gli educatori hanno bisogno di riconoscimento non per fare carriera, ma per sedersi «dalla parte del torto». Il riconoscimento è quello che voleva avere Don Milani quando andava dal suo vescovo. Per le persone che rappresentava.
Papa Francesco dice che il pastore deve avere l’odore delle pecore. Domandiamoci: che odore deve avere un educatore? Un odore speciale? Non Chanel, crediamo.
I compiti di un educatore non devono essere di supplenza (poche ore di insegnante specializzato per il sostegno? Viene utilizzato un educatore…). Possono essere fondamentali per il progetto di vita. Le competenze di un educatore sono preziose per «leggere» le risorse delle reti sociali e dei contesti. Possono — devono — essere complementari alle competenze dedicate allo specifico di una certa, e accertata, disabilità. Dopo un lungo iter, durato più di venti anni, la legge proposta dall’Onorevole Vanna Iori è arrivata al traguardo. Deve però fare i conti con l’instabilità politica, con esigenze che sembrano pilotate da continue urgenze alimentate dai seminatori di paura.
I minori «a rischio» per i quali si impegnava Raffaella Esposito Alaia che rischio corrono? Marginalità, precarietà, forti attrazioni per le offerte da parte dell’illegalità organizzata… Un’educatrice, come era Raffaella Esposito Alaia, non può accontentarsi di ciò che c’è. Deve far nascere progetti. Saper progettare e seguire la nascita di un progetto deve rientrare nelle competenze di un educatore.
Questo chiama in campo le università. La formazione deve essere congruente con un profilo di competenze professionali.
Un educatore è un «passeur», uno che aiuta a passare un confine. Lo potremmo tradurre con traghettatore. Traghetta dall’assistenzialismo all’operosità e alla produttività. Questo implica che, nella formazione, i tirocini siano scelti con cura.
Privilegiando le esperienze produttive.
Il tirocinio come segno dell’operosità produttiva deve orientare chi si forma facendolo secondo questa prospettiva. Per questo è necessario che, attorno al tirocinio, vi siano corsi di studio coerenti e capaci di cooperare per un profilo professionale preciso, e ben distinto da altri.
La legge Iori è arrivata al traguardo. Il sacrificio di Raffaella Esposito Alaia, il lavoro quotidiano delle tante persone come lei, le persone con bisogni speciali lo meritano. Questa rivista ha scelto di sedersi dalla parte del torto. Ha auspicato il riconoscimento di chi anche è seduto in quel settore dei posti. Per questo l’editoriale vuole esprimere la soddisfazione per il traguardo raggiunto e la gratitudine a Vanna Iori che ci ha creduto, nella convinzione che il lavoro di Educatore meriti una giusta considerazione.
Andrea Canevaro

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