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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2017/2

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2017/2

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
maggio 2017
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Editoriale
Abbiamo tutti bisogno di stima
Questa rivista è impegnata da anni per l’inclusione. E desidera essere stimata. Da chi? Da tanti, a cominciare da chi è al centro delle tematiche che la impegnano: le persone con disabilità. Ma questa stima dovrebbe essere reciproca e allargata, raggiungendo anche chi, nella comunità scientifica, può così accorgersi che le persone con disabilità esistono e sono nella comunità umana. Si dirà che è una banalità. Ma è proprio vero? La questione della stima merita un editoriale.
È semplice e complessa. Ciascuno di noi, esseri umani, ha bisogno di essere stimato. Abbiamo tutti bisogno di stima.
E su questo bisogno nascono, in buona parte, l’autostima, l’autovalutazione e l’autoefficacia.
Domandiamoci se la stima, per chi ha una certa disabilità, può arrivare unicamente da parte di coloro che hanno una preparazione specifica. Se io avessi un mio autismo, potrei e dovrei essere stimato unicamente da chi ha fatto un corso di specializzazione per l’autismo? Non è una domanda fatta scherzando su temi che non sono certo adatti agli scherzi.
Non mettiamo in discussione la necessità delle competenze specifiche. Ci domandiamo se tra le competenze non debba esserci quella di evitare l’esclusività della stima, riservandola solo a chi ha la specializzazione. La competenza di saper operare per allargare il numero di coloro che possono stimare chi ha una condizione particolare. Chi cresce ha bisogno di essere stimato, o stimata. Non solo con espressioni piene di punti esclamativi: «brava!», «che bello!», ecc.; ma anche, o soprattutto, mostrando fiducia nelle capacità di chi sta crescendo; affidando, senza approfittarne, piccoli compiti o incarichi. Dire a chi cresce: «tu che sai fare la tal cosa così bene…» è stimare. E così anche farsi aiutare in qualcosa è una prova di stima e di fiducia. Ma è stimare qualcuno anche dire che può far meglio, che non ci accontentiamo… Vivere è sempre vivere insieme. Lo sviluppo dell’intelligenza umana non è un fatto individuale, ma di gruppo. E le competenze si apprendono esercitandole in rapporto a problemi inaspettati. Se un essere umano ha bisogni speciali, ha bisogno di aiuto, come tutti, ma in modo speciale. È comprensibile e giusto. Ciascun essere umano ha bisogno di avere una base sicura. Chi ha bisogni speciali può avere come base sicura una persona con cui ha legami particolarmente intensi, come può essere la madre per un figlio o una figlia; o avere come base sicura una struttura istituzionale, una persona specializzata; o, ancora, avere come base sicura una comunità, possibilmente aperta e accogliente.
«Farsi carico» significa considerare il proprio modo di essere con gli altri secondo la dimensione sinaptica, cioè in base alla possibilità che gli elementi di contrasto siano riformulati in termini di progetto e di progetto comune, individuale e sociale insieme. È la possibilità di creare, di far crescere l’individuo sociale che sa cogliere gli elementi del «farsi carico» in termini che sono, nello stesso tempo, solidali e di valorizzazione della propria capacità di apprendimento. «Farsi carico» è costruire possibilità di interpretare la conoscenza in una varietà di percorsi come arricchimento più pieno, più ricco della padronanza di assumere responsabilità.
Sinapsi indica la fusione di due elementi nervosi che permettono un contatto costruttivo. La sinapsi è utile per il gruppo eterogeneo, e con le diversità non dovrebbero esserci dubbi: tutti i gruppi sono eterogenei.
È sicuro che chi ha una disabilità ha bisogno di vivere una possibilità di dialogo in un progetto. Escludiamo quell’ascolto che non si fa carico anche del dialogo costruttivo. Caricaturando, potremmo pensare a quelle situazioni in cui sembra che tutto sia nell’ascolto e che non ci sia il dovere di costruire un progetto; se chi si pone a disposizione per ascoltare non è anche capace di reagire e non ha anche delle conoscenze tecniche o non sa coinvolgere chi ha delle conoscenze tecniche, il rischio è proprio quello di avere di fronte una sfinge che ascolta tutto, dice che va bene e al massimo dice che bisogna accettare. Bisogna anche restituire un progetto che possa contenere elementi dialogici e nello stesso tempo conflittuali.
Il diritto alla rabbia è importante e va reso costruttivo. L’ascolto deve essere coinvolgimento in una proposta di progetto rispetto al quale bisogna avere responsabilità condivise.
Non si tratta di affidare a un tecnico il progetto, ma di crescere nella corresponsabilità. E nella conoscenza.
Nulla di più offensivo, si potrebbe dire, di un ascolto saccente. Nell’accettazione c’è anche il rifiuto. Questo aspetto si può sintetizzare nella formula: «deficit da accettare, handicap da ridurre».
L’operazione non è semplicissima e richiede competenze, che si devono alla pratica professionale, non certamente all’improvvisazione. La riassumiamo in due coppie di competenze:
– Immedesimazione nell’altro e disponibilità al dialogo.
L’immedesimazione, la considerazione del comune sentire non si manifesta spontaneamente; le reazioni di difesa e di chiusura di fronte al «diverso» sono, anzi, quelle spontanee e primigenie.
La capacità di immedesimazione è un costrutto culturale che viene elaborato attraverso rituali e occasioni sociali.
Gli spazi di narrazione condivisa sono essenziali per entrare in contatto con le parti emozionali di ciascuno e scoprire in questo modo il comune sentire originario. La disponibilità al dialogo è il risultato pratico e operativo dell’immedesimazione e deve tradursi in concrete occasioni e procedure per realizzare il dialogo.
– Capacità di conflitto e volontà di compromesso.
Il conflitto non rappresenta chiusura e assenza di comunicazione; è, invece, una forma di comunicazione che fuoriesce dai rituali stabiliti. Il conflitto non può essere negato, tanto meno può lasciare spazio a posizioni di ritiro che si reggono sui sensi di colpa. Occorre difendere le proprie ragioni ascoltando quelle dell’altro e sapere che non poche volte ciascuno dei contendenti può aver ragione. Nelle questioni complesse esiste il mio punto di vista, il tuo e quello giusto. Ciò che importa è la consapevolezza che attraverso il conflitto entrambi i contendenti possono crescere e garantire le condizioni perché ciò si realizzi: è la volontà di compromesso (letteralmente, «con una promessa reciproca») il collante che deve tenere assieme le parti anche quando il conflitto è particolarmente aspro.
Il bisogno di essere stimati è talmente grande che alcuni, non trovandolo in persone, diciamo, a posto e oneste, lo hanno cercato in persone un po’… squinternate o disoneste. E per avere stima, qualcuno diventa così, a sua volta, un po’ squinternato o un po’ disonesto.
Vogliamo esporre chi cresce a questo rischio? Speriamo proprio di no. E allora… facciamoci alcune domande:
– Se chi cresce viene stimato o stimata da qualcuno, gradualmente cercherà di comportarsi come se quella persona fosse presente anche quando non è così. Essere stimato o stimata per qualcosa da qualcuno. Come?
– La stima arriva unicamente da chi ci vuole molto bene, da chi si accontenta facilmente anche se facciamo poco o da chi ha una specializzazione che gli permette di capire i nostri sforzi?
– La stima giusta… qual è?
– La stima (l’autostima) è insicura quando è ristretta?
– E la stima condivisa?
– Un possibile equivoco è rappresentato dal ritenere che la condivisione significhi avere identiche idee e identici comportamenti?
– Vogliamo conquistare la stima da parte di chi sta in alto? O ci impegniamo a conquistarla anche da parte di chi sta in basso?
– Queste domande hanno a che fare con la disabilità? Perché?
Andrea Canevaro

L'annata in corso della rivista:

L'integrazione scolastica e sociale
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