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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2017/1

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2017/1

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
febbraio 2017
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Editoriale
Un anno «Don Milani»?
Nel 1959 veniva pubblicato Il gattopardo, di Tomasi di Lampedusa.
Nel marzo 1967 usciva Lettera a una professoressa. Sono dunque cinquant’anni.
Sono cinquant’anni che usiamo il CAP, codice di avviamento postale. E che è morto Totò. Quella lettera, partita senza CAP, è mai arrivata alla professoressa? E Totò cosa c’entra? Andiamo con ordine.
Cominciando dalla professoressa, che nel frattempo avrà senz’altro ricevuto qualcosa, ma non sappiamo se abbia letto con precisione, se abbia capito o non si sia, invece, distratta.
Don Milani non voleva, per dirla con Tommasi di Lampedusa, che tutto cambiasse fuori di noi, senza che nulla cambiasse dentro di noi. Voleva fortemente cambiare qualcosa, soprattutto rompere la polarizzazione forte/debole, nero/bianco, sapiente/ignorante, vincente/perdente, giusto/sbagliato, pro/contro. E voleva farlo con l’istruzione e l’educazione. La sua proverbiale severità era al servizio di questo progetto. Le ragioni dei più deboli non dovevano essere affrontate con la benevola condiscendenza di chi si sente — e in questo modo rimane — superiore, ma con l’impegno di un duro lavoro innanzitutto su di sé. Si trattava di rompere la simmetria speculare e reattiva legata al malinteso — ingiustamente richiamato da Hobbes — secondo il quale gli umani sarebbero lupi fra loro.
Francesco d’Assisi non sarebbe d’accordo.
Rileggiamo, dunque, il libro della Scuola di Barbiana. Si tratta, in realtà, di un libro, frutto di un lavoro collettivo, scritto non per gli insegnanti ma per i genitori, invitati a organizzarsi. Il libro parla di Gianni, che ha 14 anni ed è svagato e allergico alla lettura. Gianni non si sa esprimere. È timido. Ma la sua è la timidezza che il confronto con la professoressa inevitabilmente suscita e che può essere vista come la caratteristica naturale dei montanari.
Anni prima, un maestro scriveva nella relazione di fine anno che «al termine dell’anno scolastico i gobbi lo erano ancora, idem dicasi per i deficienti». Era la relazione annuale del maestro Benito Mussolini (nel 1902, a Gualtieri, provincia di Reggio Emilia).
La scuola di Barbiana impegnava dal mattino alla notte, in un lavoro ininterrotto che esigeva da ciascuno non già che non avesse limiti, ma che imparasse pur avendo dei limiti. E questo voleva dire lavorare, lavorare e ancora lavorare. Tutti insieme.
Don Lorenzo Milani, in una lettera a un amico dell’11 maggio 1959, scriveva: «Il sacerdote è padre universale? Se così fosse mi spreterei subito. E se avessi scritto un libro con cuore di padre universale non v’avrei commosso. V’ho commosso e convinto solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature, ma che le amavo con cuore singolare e non universale».
Gianni impara che le regole dello scrivere sono: avere qualcosa di importante da dire, che sia utile a tutti o a molti; sapere a chi si scrive; raccogliere tutto quello che serve; trovare una logica secondo la quale ordinarlo; eliminare ogni parola che non serve; eliminare ogni parola che non usiamo parlando; non porsi, infine, limiti di tempo. Impara, dunque, a imparare.
Capisce che, per studiare volentieri, l’arrivismo — tanto più a dodici anni — non è necessario. Capisce che si impara con gli altri, lavorando insieme. E che solo così si può comporre un testo come Lettera a una professoressa.
A cinquant’anni di distanza, signora Professoressa, ha fatto qualcosa per evitare di intimidire Gianni? Per combattere la sua allergia alla lettura e forse anche alla scrittura? Oppure ha pensato che la sua didattica vada benissimo così come è, e che bisognerebbe piuttosto aumentare il numero di ore del sostegno?  A cinquant’anni di distanza dalla prima stampa di Lettera a una professoressa, abbiamo integrato le competenze che Gianni chiede, o le abbiamo tenute appartate, con un aumento formidabile di diagnosi che porta alla crescita del numero di insegnanti di sostegno? 4 Con sempre nuovi corsi di specializzazione, che portano a una frantumazione crescente di compiti per insegnanti che dovrebbero integrarsi fra loro, ma che faticano a farlo? Tornare oggi a Lettera a una professoressa può essere l’occasione per una semplice celebrazione, oppure l’occasione per avviare un franco esame critico alla maniera di don Milani. Ci sembra che continui a prevalere, anche nella formazione, una modalità di insegnamento verticale, in cui l’insegnante fa lezione mentre gli allievi prendono appunti, e in seguito lo stesso insegnante fa domande per sentirsi dire quello che ha detto. Assai più rara, invece, è la modalità di insegnamento orizzontale, in cui gli allievi fanno domande, cercano risposte, lavorano in gruppi su progetti. Gli insegnanti che utilizzano questa seconda modalità di insegnamento affrontano con coscienza i rischi di chi li giudica per questo «poco insegnanti» proprio per questo. Per ricordare attivamente Lettera a una professoressa, dovremmo però sostenere questo modo di intendere, e di vivere, insegnamento, apprendimento e educazione, privilegiando i percorsi che favoriscono la motivazione e la perseveranza e portano all’autodisciplina e alla cooperazione.
Sì, ma Totò? Cosa c’entra Totò? Nel 1955 uscì il film di Camillo Mastrocinque Siamo uomini o caporali? Era la storia di un pover’uomo — il Gianni cresciuto senza aver incontrato don Milani e Barbiana? — che si imbatte continuamente in chi si sente a lui superiore e del superiore ha la spocchia e l’autoreferzialità. Il pover’uomo finisce fra i matti, che allora stavano in manicomio, e lì racconta a un dottore le tante umiliazioni subite e il disprezzo di cui s’è sentito oggetto.
Dignità e disprezzo si contrappongono.
I «nuovi» marginali sono coloro che, al di là della loro condizione socio- economica, sentono da parte degli altri il disprezzo anziché il riconoscimento della loro dignità. Sono dei Gianni cresciuti imbattendosi continuamente in chi si dichiara superiore. Si sentono incapaci di avere un loro progetto. Rischiano così di credere che apparire in televisione sia di per sé realizzare un progetto. Cosa falsa e pericolosa, come falsa e pericolosa è ogni spettacolarizzazione delle marginalità. Ciò di cui hanno bisogno non sono soltanto diagnosi e sostegno: hanno bisogno, facendo riferimento a Lettera a una professoressa, di avere un progetto, fatto di fiducia, di proposte non standardizzate, di compiti che richiedono un’assunzione di responsabilità, e non assegnati esigendo subordinazione.
Vi sono aspetti che vanno considerati con grande attenzione, presenti nelle relazioni educative, e quindi in un progetto di vita, che è quello di cui dobbiamo e vogliamo occuparci con riferimento a Lettera a una professoressa.
C’è il rischio che nella relazione educativa si desideri avere una certa propensione verso l’onnipotenza che modelli la vita dell’altro e non accetti i limiti che sono tanto nostri quanto dell’altro, non accetti i dati di realtà ed esiga un rimodellamento al di là del possibile. D’altra parte, dicendo questo, non vorremmo inclinare verso un’accettazione dei dati di realtà senza accogliere la sfida del possibile. Che poi è l’integrazione, la prospettiva inclusiva: tenere insieme quello che, secondo le logiche delle nostre pigre abitudini, non starebbe insieme.
Andrea Canevaro

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