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Psicoterapia cognitiva e comportamentale - vol. 2018/1

Psicoterapia cognitiva e comportamentale - vol. 2018/1

Italian Journal of Cognitive and Behavioural Psychotherapy

Numero di rivista
febbraio 2018
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Editoriale
I concetti di schema, credenza e scopo, propri del paradigma cognitivista, che ha segnato la cosiddetta «seconda generazione» della terapia cognitivo-comportamentale, hanno aiutato i clinici a comprendere il significato personale che ogni persona attribuisce agli eventi e come specifici sintomi psicopatologici affliggano un soggetto piuttosto che un altro. Ciò ha consentito un recupero della complessità umana e dell’importanza della storia di vita individuale, superando il riduzionismo e il meccanicismo per i quali il comportamentismo è sempre stato criticato. Negli ultimi anni, l’avvento delle terapie di «terza generazione», quali l’ACT, la terapia metacognitiva e le terapie mindfulness-based, ha comportato, a mio avviso, un passo avanti e un passo indietro allo stesso tempo.
Da una parte, infatti, l’attenzione ai processi e non solo ai contenuti, l’utilizzo delle metafore e di procedure esperienziali anziché soltanto verbali, l’enfasi sul principio di accettazione degli eventi interni «sgraditi» e di modificazione del rapporto con questi ultimi, rappresentano una crescita perché consentono di lavorare in psicoterapia con un’attenzione molto maggiore alle emozioni. Si supera così il predominio della razionalità, del cogito ergo sum, a favore di interventi più evocativi e capaci di facilitare l’elaborazione delle esperienze emozionali significative.
Dall’altra, però, si perde la specificità cui ho accennato prima che consentiva di dare un significato personale a sintomi specifici a favore di pochi, seppur efficaci, interventi sempre più transdiagnostici e uguali per tutti, che sembrano la «panacea di tutti i mali». In questo ravviso un rischio di ipersemplificazione, di perdita di vista della complessità umana in generale e della psicopatologia in particolare, non molto dissimile da ciò che accade nel mondo della psichiatria biologica ove si tenta di ricondurre tutto (disturbi di personalità compresi) alla disfunzione di un numero finito e sempre uguale di sistemi neurotrasmettitoriali, guarda caso corrispondente alle rispettive categorie farmacologiche di cui si dispone.
Per evitare di «buttar via il bambino con l’acqua sporca» occorre quindi, a mio avviso, guardare a questi nuovi approcci con il dovuto entusiasmo — sia perché saldamente ancorati alla ricerca sperimentale sui processi di base, sia perché da un punto di vista tecnico possono fornire strumenti in più, indubbiamente utili a svolgere al meglio la nostra professione — ma anche con la dovuta cautela e critica. Quando sento Adrian Wells affermare che «la ristrutturazione cognitiva è iatrogena perché aumenta la ruminazione e l’attenzione sui contenuti di pensiero negativi», sebbene egli stesso sia stato uno dei padri fondatori di modelli cognitivi che ci hanno aiutato a comprendere e trattare i disturbi d’ansia, ravviso un estremismo che sembra più mosso da esigenze politiche che da interessi scientifici.
Ove possibile, infatti, sarebbe auspicabile che gli approcci di prima, seconda e terza generazione venissero efficacemente integrati, o comunque utilizzati in base al paziente che abbiamo di fronte e al tipo di psicopatologia che tentiamo di curare. Esattamente come il cognitivismo «puro» ha dovuto cedere a una reintegrazione di aspetti comportamentali, al punto che Ellis ha cambiato il nome della terapia razionale emotiva in terapia razionale emotiva comportamentale, allo stesso modo auspico che i teorici degli approcci di terza generazione adottino nel tempo un approccio meno «radicale», più a favore della clinica in senso stretto, che è quella che ogni giorno ci vede sforzarci di aiutare i nostri pazienti, ben diversi da ciò che raccontano i manuali, e con cui gli strumenti che abbiamo a disposizione spesso non sono mai sufficienti.
Spero in un futuro in cui non avremo tanti terapeuti ACT, MCT, EMDR, MIT o Schema Therapy, tanto per citare acronimi che ormai tutti conoscerete, ma psicoterapeuti cognitivo-comportamentali a tutto tondo, che magari conoscano questi approcci e sappiano dove e come utilizzarli, ma mantengano una visione aperta, ascoltando i propri pazienti e costruendo concettualizzazioni del caso cucite su misura, anziché forzare ogni caso all’interno di uno stesso modello di comprensione considerato elettivo. Mettiamo al centro dell’attenzione i pazienti, la loro sofferenza e la psicopatologia, e cerchiamo di aiutarli in ogni modo, non difendiamo i nostri modelli.
Questo il mio invito che ognuno è libero di ignorare.
Venendo ai contenuti del presente fascicolo, che niente hanno a che fare con le considerazioni di cui sopra, vediamo per primo l’articolo di Pozza, Torniai e Dèttore, gruppo di ricercatori afferenti all’Università di Firenze, che presenta la validazione della versione italiana dell’Inferential Confusion Questionnaire-Extended Version (ICQ-EV), un questionario in grado di misurare gli errori di ragionamento che conducono a inferire un evento semplicemente pensato o immaginato come realmente probabile, sulla base di associazioni irrilevanti senza reali evidenze, che sarà utile a chi si occupa di disturbo ossessivo-compulsivo.
Segue l’articolo di Contardi, Honorati, Bartolomeo, Palmiero, Continisio e Giorgi, psicologi del lavoro afferenti al Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma, che presenta i risultati di uno studio di validazione su un campione di lavoratori italiani del Mindfulness Process Questionnaire (MPQ), un valido questionario in grado di contribuire alla definizione operativa del costrutto di mindfulness e alla valutazione del processo di consapevolezza legato alla capacità di mindfulness nei luoghi di lavoro.
Il contributo di Presti, Messina, Lombardo e Oppo, ricercatori che si occupano da tempo di contestualismo funzionale e ACT, espone i risultati di un interessante ricerca che si è proposta di valutare l’influenza di una tecnica di defusione cognitiva presentata attraverso un software di realtà virtuale nel ridurre il disagio associato a un pensiero disturbante e la sua credibilità. Gli incoraggianti risultati, seppur su pochi soggetti non clinici, suggeriscono il potenziale utilizzo di tecniche di defusione cognitiva in ambiente di realtà virtuale per il trattamento dei pensieri disturbanti.
L’articolo di Michielin, Andreoli e Pini descrive i risultati di uno studio che ha valutato l’efficacia di un percorso strutturato di training autogeno su soggetti non clinici, tramite il Cognitive Behavioural Assessment-Outcome Evaluation (CBA-OE), l’ultimo prodotto della «famiglia CBA». L’intervento si è mostrato efficace nel migliorare la condizione psicologica di persone senza psicopatologia e il CBA- OE si è rivelato uno strumento sensibile a questi cambiamenti, pertanto potenzialmente utile in altri studi in cui si voglia valutare l’esito di interventi volti a promuovere il benessere psicologico, o meglio confrontarne l’efficacia con altri. Chiude il fascicolo la breve comunicazione di Sacco, Gubbiotti e Orsini, che presenta un’ottima rassegna delle ricerche esistenti riguardo all’utilizzo del biofeedback per il trattamento del dolore cronico nelle sue varie declinazioni (cefalea, colon irritabile, dolori lombari, ecc.).
Gabriele Melli 

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