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Difficoltà di apprendimento - vol. 22.3

Difficoltà di apprendimento - vol. 22.3

(+ Difficoltà in matematica) Sostegno e insegnamento individualizzato

Numero di rivista
febbraio 2017
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Editoriale
A distanza di pochi giorni, all’inizio di questo 2017, sono scomparsi due grandi intellettuali, Tullio De Mauro e Zygmunt Bauman, con i quali anche il nostro Centro Studi aveva avuto l’onore di collaborare ospitando e dando spazio ai loro punti di vista allo stesso tempo ampi e acuti, come lo sono soltanto i punti di vista dei grandi pensatori.
Vogliamo ricordarli riportando un loro contributo, come sorta di «testimonianza», sulla scuola e sulla disabilità. Hanno e avranno ancora tanto da dirci.
Dario Ianes

Reinventare la scuola
Reinventare la scuola è un’idea suggestiva e io vorrei accennare almeno a una discussione: ma perché dobbiamo reinventare la scuola? Che cosa non funziona? E se qualcosa dobbiamo fare, come possiamo farla? Credo che dobbiamo capire che è necessario reimpostare parecchie cose nell’attività della scuola, e non solo in Italia. Per rendercene conto dobbiamo capire bene e ricordare che la scuola non è un corpo a sé, autonomo: è un organismo complicato, che dipende da molti fattori esterni.
Il primo fattore è la società che circonda la scuola, perché è da quella società, dai suoi strati, che vengono gli insegnanti, portando i costumi e le inclinazioni del loro ceto sociale d’origine, e vengono gli alunni: poveri, ricchi, coltivati, rozzi. Il secondo fattore esterno è la politica: una politica disattenta come in Italia oppure una politica attenta ai problemi di organizzazione della scuola, come in tanti altri Paesi, dagli Stati Uniti al Giappone, alla mitica Finlandia, al Qatar, all’India. Il terzo fattore è l’amministrazione, il governo, il modo di amministrare la vita delle scuole, il modo di regolarla. Il quarto fattore, impalpabile, apparentemente è quello che possiamo chiamare «cultura». E qui è necessaria una piccola digressione. Che cosa possiamo intendere con la parola «cultura»? Beh, varie cose. Scorrendo il grande dizionario storico della lingua italiana di Salvatore Battaglia, alla voce «cultura» troviamo colonne e colonne di esempi che parlano della cultura come possesso di erudizione, di conoscenze letterarie, umanistiche, un po’ storiche sembrerebbe anche, ma soprattutto letterarie. Una persona colta è una persona che conosce i grandi scrittori: la cultura è intesa come erudizione, anche sparsa e scollegata. Bisogna arrivare all’ultima colonna del Battaglia per trovare due citazioni — due soltanto, su centinaia e centinaia di citazioni precedenti — che rimandano a un’idea diversa di cultura. Se invece apriamo un dizionario inglese, francese o tedesco, alle voci corrispondenti a «cultura» — che è una parola latina e più o meno in tutte le lingue moderne si dice allo stesso modo — scopriamo che le lingue di questi altri Paesi riconoscono oggi alla parola «cultura» quello che le riconoscevano i padri latini.
Cosa voleva dire «cultura» in latino? Era un vocabolo come rasura, come natura: era una parola che indicava un’azione. Il correre, l’occuparsi di, l’aggirarsi intorno a qualcosa per fare qualche cosa. Per i latini non c’era differenza tra l’occuparsi di far crescere delle piante o degli animali o di far crescere le proprie capacità di conoscenza e di comprensione. Non c’era frattura tra la cultura agri e la cultura animi, come spiegavano anche esplicitamente. Cioè la cultura era vista dai padri latini come la vedono oggi gli studiosi di antropologia, gli studiosi di etologia animale, cioè come l’insieme delle attività e dei mezzi che ci consentono di sopravvivere. Come italiani abituati a dire: «Una persona è colta se sa chi è Joyce; se non lo sa non è colta», questo ci spiazza un pochino e io vorrei che questo spiazzamento lo vivessimo un po’ più spesso e ci rendessimo conto che questa nozione più larga di cultura — mezzi che ci permettono di sopravvivere e di vivere, attività che facciamo per vivere e sopravvivere — è la nozione antica e moderna più flessibile che si nasconda dietro questa parola.
Ritornando al grande dizionario di Battaglia, vediamo che alla fine della voce «cultura» sono citati due autori: Carlo Cattaneo e Antonio Gramsci. I quali dicevano qualcosa che era già stato detto da Kant; dicevano: attenzione, non abbiate una visione semplificata, valutativa di ciò che dobbiamo chiamare cultura. La cultura è un oggetto complesso, un poliedro. In un libro importante, l’ultima delle tre critiche che ha scritto, Kant spiega che ci sono tre strati in ciò che chiamiamo cultura. Il primo strato è quello delle abilità per la sopravvivenza, le cose che impariamo man mano per sopravvivere e che ci permettono di vivere, le cose più umili, anche. Un secondo strato è quello delle tecniche e delle discipline, che razionalizzano le attività che facciamo per sopravvivere, consentendoci di produrre strumenti che ci agevolano nella vita; abbiamo bisogno di maestri per apprendere queste tecniche e discipline. Il terzo strato è quello delle forme meno necessarie di cultura: la religione, l’arte, la filosofia, le scienze, che sono le meno necessarie per vivere ma le più necessarie per realizzare i fini di una vita umana degna di essere vissuta.
Mi fermo su questi tre strati, che ci aiutano a capire che cosa scricchiola oggi nel funzionamento dei sistemi scolastici. In tanti Paesi del mondo, ricchi e che si affacciano alla ricchezza, è andata in crisi — per tante ragioni — la trasmissione (un’altra definizione di cultura che danno gli etologi è questa: è cultura ciò che viene appreso e trasmesso, il resto è natura) la trasmissione delle forme di cultura del primo strato. Parlo di conoscenze elementari, precetti e abitudini igieniche e alimentari, banali finché si vuole ma decisive per vivere, cose che per secoli sono state apprese nell’ambito della «bottega familiare». E questa bottega è andata in crisi, per cui questa trasmissione non avviene più.
E questo è un problema. La mia impressione è che il primo motivo di crisi, latente, dei nostri sistemi di istruzione è che devono fronteggiare nei Paesi ricchi un impoverimento delle forme di cultura, della cultura delle abilità per vivere e sopravvivere. Ereditiamo, invece, delle scuole che vivevano in un’altra cultura e che sono state essenzialmente scuole delle discipline e delle tecniche. Questo non basta più. A mio avviso la scuola, il sistema scolastico, deve essere capace di reintegrare nella sua attività le forme più elementari di attività culturale e aiutare le famiglie nel lavoro di trasmissione di queste attività.
Vorrei che riflettessimo anche sul terzo strato, quello delle forme meno necessarie di cultura che tradizionalmente sono affidate in larga misura a gruppi ristretti di intellettuali. Fino a decenni recenti le società potevano permettersi di vivere con bassi livelli di forme alte di cultura, ma oggi non è più così: nei Paesi ricchi abbiamo messo in piedi delle società di grande complessità, che richiedono delle competenze molto alte e diffuse, come la conoscenza di altre lingue o di linguaggi scientifici complessi. Tutto questo è successo rapidamente negli ultimi cinquant’anni e richiede un rialzo di competenze straordinario.
Nelle società ricche è successa anche un’altra cosa, e cioè che anche i gruppi intellettuali più robusti si trovano in difficoltà, travolti dall’informazione spettacolo, dai guasti che ha prodotto e produce, dalla distorsione di percezioni e valori. Questo è successo e con questo dobbiamo fare i conti. Il compito della scuola non riguarda solo le fasce basse: riguarda tutte le ragazze e tutti i ragazzi che arrivano a scuola, tutti. Non solo chi già per ragioni di famiglia ha il suo capitale culturale ereditario. Tutte e tutti. Noi dobbiamo lavorare per portare a tutti le forme anche alte di cultura, vincendo la terribile battaglia contro l’intrattenimento televisivo.
Ecco, se partiamo da questa nozione di cultura vediamo quanto sono terribili i compiti che una scuola che viva nel mondo contemporaneo deve affrontare, quanto ha bisogno di trasformazioni profonde. La scuola deve fare la sua parte, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte fuori dalla scuola per cambiare la società.
Tullio De Mauro
Tratto dall’intervento al Convegno «La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale», novembre 2011

Disabilità, anormalità, minoranza
«Normalità» è il nome elaborato ideologicamente per significare maggioranza. Cos’altro può significare «normale», se non il fatto di ricadere in una maggioranza statistica? E cos’altro significa «anormalità», se non l’appartenenza a una minoranza statistica? Parlo di maggioranze e minoranze perché l’idea di normalità presuppone che alcune unità di un totale complessivo non siano conformi alla «norma»; se il 100 per cento delle unità recassero gli stessi tratti distintivi, sarebbe difficile che emergesse l’idea di una «norma». Quindi l’idea di «norma» e «normalità» implica una dissimiglianza, una difformità: la suddivisione di un totale complessivo in una maggioranza e in una minoranza, in un «la maggior parte» e «alcuni». L’«elaborazione ideologica» che ho menzionato si riferisce alla sovrapposizione del «si deve» sull’«è»: non soltanto le unità di un certo tipo sono in maggioranza, ma esse sono come «dovrebbero essere»; sono «giuste e appropriate»; al contrario, quelle che difettano dell’attributo in questione sono come «non dovrebbero essere» — «sbagliate e inappropriate».
Il passaggio dalla «maggioranza statistica» (un’enunciazione di fatto) alla «normalità» (un giudizio di valutazione), e dalla «minoranza statistica» alla «anormalità», attribuisce una differenza di qualità alla differenza nei numeri: essere in minoranza significa anche essere inferiori. Si sovrappone una differenza di qualità sulla differenza numerica — e, se viene applicata alle interazioni umane, si riciclano le differenze della forza numerica nel fenomeno (sia in teoria, sia in pratica) dell’ineguaglianza sociale. La questione della «normalità versus anormalità» è la forma in cui la questione della «maggioranza versus minoranza» viene assorbita/addomesticata, e conseguentemente fissata, nella costruzione e nella preservazione dell’ordine sociale. Sospetto perciò che «disabilità» e «invalidità», i nomi affiliati (e in misura parzialmente maggiore, benché non interamente, «politicamente corretta») per «anormalità», quando si riferiscono al trattamento delle minoranze umane come inferiori, siano parte integrante della più vasta questione «maggioranza versus minoranza» — e quindi in definitiva un problema politico. Questo problema si focalizza sulla difesa dei diritti delle minoranze che i meccanismi democratici esistenti, basati come sono sull’incorporazione del fatto di essere una maggioranza nel diritto di assumere decisioni vincolanti per tutti, sembrano essere incapaci (e con ogni verosimiglianza non particolarmente desiderosi) di affrontare, gestire e risolvere definitivamente la questione.
Nella famosa storia di H.G. Wells Nel paese dei ciechi (1904) la questione viene posta ed esplorata acutamente: in una società di ciechi, un orbo sarebbe stato re, come credeva la persona che si avventurò nella vallata per fuggire dalla società di chi vedeva con entrambi gli occhi, in cui essere orbi veniva considerato un difetto avvilente? Se fosse stato davvero re in una società di ciechi, la tacita assunzione sottesa alla nostra società (che la superiorità dei vedenti sui ciechi è un verdetto della natura, piuttosto che una creazione socioculturale) sarebbe stata confermata, rinforzata, forse addirittura «provata». Ma ciò non avvenne.
Lo straniero con un occhio solo non venne acclamato come un re da adorare e a cui obbedire, venne visto invece come un mostro da aborrire e scacciare! Nella «normalità» fatta nella valle su misura per i suoi abitanti che avevano avuto il destino di essere ciechi, lui, l’orbo, era portatore di una minacciosa anormalità.
Il che spiega che l’anormalità non viene vissuta come repellente e minacciosa a causa della sua intrinseca inferiorità, bensì per il fatto che contrasta l’ordine stabilito per aderire ai bisogni/costumi/aspettative dei «normali» — vale a dire, della maggioranza. Alla fin fine, discriminare ciò che è «anormale» (ovvero la condizione della minoranza) è un’attività posta in essere per difendere e preservare l’ordine, una creazione socioculturale.
Nella sua storia in due romanzi distinti, Cecità (1995) e Saggio sulla lucidità (2004), José Saramago ha sviluppato ulteriormente questo argomento. Nel primo romanzo, un’inesplicabile cecità affligge l’intera popolazione della città con l’unica eccezione di una donna, sulla quale gli orrori della nuova «norma», che sospende e invalida tutte le regole del vecchio ordine, si focalizzano. Le menti terrificate dei ciechi, che sono la maggioranza, finiscono per considerare l’unica persona che ha conservato l’uso della vista, diventando in tal modo la «minoranza», una causa, forse la causa principale, del loro miserabile destino.
Nel secondo romanzo la città è totalmente guarita dalla peste della cecità, ma è afflitta da un disastro parimenti inesplicabile che si è abbattuto sull’ordine sociale: il rifiuto dell’elettorato di esprimere la propria preferenza, e quindi di mantenere vivo il presupposto stesso della democrazia, in un modello attualmente vincolante di ordine. Tutte le forze della polizia segreta vengono così mobilitate per dare la caccia a, e neutralizzare, quell’unica donna che durante il flagello della cecità non aveva perduto la vista… Anormali una volta, anormali per sempre; anormali rispetto a un singolo aspetto, anormali in tutto; e non una minaccia a un ordine specifico, bensì all’ordine in quanto tale. Alla fine, tutto ruota intorno all’ordine.
I vari tipi di ordine sono tagliati su misura delle maggioranze, e così i pochi che nicchiano o si rifiutano apertamente di obbedire si ritrovano a essere una minoranza, agevole da sminuire come una «deviazione marginale» — e perciò facili da individuare, localizzare, disarmare e sopraffare. Selezionare, designare e isolare come una «frangia di anormalità» è il necessario fattore concomitante della costruzione dell’ordine e il costo inevitabile della sua perpetuazione.
Questa è una verità molesta, dolorosa e sgradevole, e tuttavia è la verità. Il mondo abitato viene strutturato in modo da essere ospitale — conveniente e confortevole — per i suoi abitanti «normali»: le persone che costituiscono la maggioranza. Le automobili devono essere equipaggiate con luci e trombe che avvisino del loro arrivo — strumenti di nessuna utilità per i ciechi e i sordi. Le scale, che hanno il compito di facilitare l’ascesa verso i luoghi elevati, non sono di alcun aiuto per le persone relegate su sedie a rotelle. Io stesso, nella mia età avanzata, avendo ormai perso la maggior parte del mio udito, non posso più essere allertato dai telefoni o dal campanello di chi suoni alla mia porta. Questi esempi si sono riferiti finora alle disabilità fisiche — che in una società solidale potrebbero essere sanate da trattamenti medici e, nel caso dell’assenza di una funzione fisiologica, mitigate da strumenti tecnologici capaci di «estendere» il corpo umano e/o fare le veci delle risorse fisiche mancanti.
Non esistono però le sole disabilità fisiche, vi sono altre disabilità molto più diffuse, anche se in questi casi i loro poteri disabilitanti vengono spazzati sotto il tappeto, ipocritamente negati o altrimenti ignorati e dissimulati. Non sono problemi medici o tecnologici ma politici. Per esempio, gli handicap causati alle persone che non possiedono un’automobile cancellando, come «improduttivi» (e per ciò stesso di peso ai cittadini «normali» che pagano le tasse), molti percorsi degli autobus o chiudendo uffici postali o filiali bancarie «non remunerative». Vi sono, specialmente nella nostra società dei consumi, consumatori «squalificati», a corto di denaro, a cui non si fa credito, e a cui perciò si nega la possibilità di raggiungere gli standard di «normalità» stabiliti dal mercato e misurati dal numero di cose possedute e dagli atti d’acquisto. E, circostanza ancora più importante per il tema di cui ci stiamo occupando, vi sono grandi quantità di giovani fisicamente prestanti in età scolare, disabilitati nei loro tentativi di raggiungere gli standard posti dal mercato del lavoro dal fatto di essere nati e cresciuti in famiglie i cui guadagni sono sotto la media o in quartieri deprivati e trascurati… Famiglie che vivono in povertà (anche in questo caso una condizione misurata da standard di «normalità» che, posti in termini socioculturali, sono i fornitori più prolifici di studenti deboli o «ritardati»).
In questi casi sarebbero necessari equivalenti politici degli strumenti medici o tecnologici usati per compensare le disabilità fisiche. Questi mezzi esistono senz’altro, ma la loro disponibilità o la loro assenza dipende solo in piccola parte dalle scuole e dagli insegnanti. La diseguaglianza delle opportunità educative è qualcosa che soltanto le politiche statali possono affrontare e risolvere in modo netto e preciso. Finora, comunque, le politiche statali sembrano più propense alla latitanza che a mettersi in gioco con serietà per risolvere questo enorme problema.
Zygmunt Bauman
Tratto da Conversazioni sull’educazione, 2012

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