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Orientamenti pedagogici - vol. 2017/1

Orientamenti pedagogici - vol. 2017/1

Rivista internazionale di scienze dell'educazione

Numero di rivista
marzo 2017
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Editoriale
L’anno giubilare sulla Misericordia, fortemente voluto da papa Francesco, che ha indicato nella misericordia «il nome di Dio», si è concluso. Ma le sue suggestioni continueranno ad avere certamente seguito. Qui ci si limita ad una riflessione su alcuni aspetti «civili» dell’idea della misericordia e della sua pratica, realizzata tradizionalmente come insieme di opere di misericordia materiali e spirituali.
1. In effetti, la misericordia religiosa appare avere un profondo senso culturale e antropologico, a cui è bene che anche l’educazione si apra.
A ben vedere si potrebbe arrivare a pensare che le tradizionali opere di misericordia siano una buona concretizzazione dei diritti umani fondamentali: quelli che è giusto riconoscere e ai quali è doveroso provvedere. Sono note le tre «P» dell’agire secondo e per i diritti umani (e dell’educazione ad essi): prevenire, proteggere, promuovere. Se fossero separate dal loro orizzonte ispirativo religioso, sulla scena del villaggio globale, le opere di misericordia potrebbero essere viste come l’espressione fattiva di una società civile che vive secondo i diritti umani e che da essi intende trarre il proprio codice etico di comportamento. Pur nella diversità di motivazione e di riferimento, solidarietà civile laica e opere di misericordia evangelica si incontrano in un comune orizzonte valoriale: quello della «cura» dell’uomo e della promozione dell’umano. Già S. Freud, verso gli anni Trenta, parlava di disagio della civiltà. L’attuale situazione di complessità reale e vitale, l’accelerazione del cambiamento, la spinta a godere dei buoni effetti della rapida innovazione tecnologica producono sentimenti opposti di entusiasmo antropologico e di senso di dispersione, di frammentazione vitale. L’edonismo consumistico da una parte e un certo relativismo e scetticismo dall’altra appaiono come «naturali» reazioni umane per uscire dal disagio.
Il sociologo Z. Bauman, grande interprete della contemporaneità — oltre che della società liquida, senza punti di stabilità consolidate, della società dell’incertezza, del disagio della post-modernità esistenziale e dell’iper-modernità tecnologica, in cui si accrescono «vite a scarto» —, parla anche e proprio della solitudine del cittadino globalizzato e della sua voglia di comunità. Tra i bisogni antropologici fondamentali c’è il bisogno di relazione. Sentiamo radicalmente il bisogno di sentirci amati, di essere riconosciuti e accolti così come siamo, di essere compresi e perdonati oltre ogni nostro sbaglio, errore, gesto inconsulto. Questi bisogni sono facilmente riconoscibili nell’animo di tanti ragazzi e giovani, ma anche di molti adulti.
Talvolta si nascondono dietro parvenze di sicurezza o dietro comportamenti aggressivi. La cultura della competizione e l’imperativo del successo, del dover riuscire a ogni costo, pena il sentirsi falliti, bloccano uno sviluppo sano, alimentano la non accettazione di sé e degli altri, favoriscono o la chiusura in se stessi o la fuga da sé, dalle responsabilità e spingono al rifiuto di impegni di corresponsabilità, solidarietà, cittadinanza attiva. L’individualismo più che una teorizzazione appare come il frutto di meccanismi di auto-difesa o di ultima spiaggia.
2. Qualche volta si sente dire in giro che la misericordia soddisfa necessità immediate, ma perpetua la passività in chi la riceve.
È fattore di limitazione del disagio, ma alla fin fine non spinge al cambiamento, non intacca il sistema: anzi, può far comodo a chi vuole la conservazione e l’impostazione economico-politica dominante. Al massimo può essere considerata come un ammortizzatore sociale extra-governativo. Forse questo è un rischio che bisogna correre se si vuole il bene delle persone «prima di tutto» e «dopo di tutto». Ma di per sé, la misericordia accolta, voluta, esercitata può arrivare a essere una grande forza critica e di straordinaria provocazione culturale, rispetto a modi di pensare e di agire troppo o troppo poco umani, specie quelli occidentali moderni. Come insinua anche il n. 11 della Misericordia Vultus — la bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia — questa può apparire scandalosa, come lo sono la pietà, la carità, la magnanimità, la mitezza, la sete di giustizia. In effetti, per tanti versi sembra opporsi alle cosiddette leggi di natura, all’ordinario modo di intendere e operare e forse anche a una certa assuefazione al male.
Certamente non è ricercata più di tanto da chi manovra e intende convogliare le energie naturali e i comportamenti umani verso interessi individuali o di gruppi sociali, di accrescimento spropositato di potere sociale, di accumulazione. D’altra parte, in ciò la misericordia si dimostra della stessa stoffa delle beatitudini evangeliche. Per il credente essa è una manifestazione del dono di Dio, il suo «di più» che dà «graziosamente» agli uomini nel corso del cammino umano, storico-sociale. Umanamente, è frutto di impegno, ma anche, in primo luogo, di grazia richiesta, e di grazia oltre ogni richiesta. In ogni caso fa assolutamente appello alla personale e comune libertà di volere la vita e di volerla in abbondanza per tutti.
3. A questo livello di riflessione culturale, c’è da aggiungere un altro approfondimento.
È abbastanza diffusa la credenza che la misericordia non vada d’accordo con il comune modo di intendere la giustizia. Ne parla papa Francesco ai nn. 20-21 della Misericordiae Vultus.
Forse si potrebbe superare questo apparente contrasto approfondendo i diversi significati di giustizia e, corrispettivamente, di ingiustizia.
In un primo senso, esse sono collegate con la legalità. Stanno a indicare la conformità (o non conformità) a norme sociali derivanti da un patto sociale (ad esempio, la Costituzione) o da un legislatore divino (ad esempio, la Legge), che sono da amministrare dal sottosistema sociale della giustizia (nelle società moderne: autonomo), e da legittimare con buone ragioni, perché ci sono leggi ingiuste, oppressive! In un secondo senso si riferiscono al diritto. Allora è giusto chi rispetta il diritto, inteso come affermazione universale di valore, di spettanza per chi è cittadino, oggi per chi è uomo (= diritti umani indivisibili, inalienabili, individuali, integrali). Ne dice la dignità! È ingiusto chi abusa, impedisce, non permette l’esercizio di tale diritto.
In terzo senso, giusto/ingiusto è riferito al bene/buono (è il senso etico di giusto). È giusto chi fa (e ingiusto chi non fa) il bene, almeno quello stabilito socialmente (bene comune, bene generale, valori condivisi, bene/diritto universale o, come si dice, in termini filosofico-giuridici, legge naturale). Nell’ebraismo è dell’uomo giusto agire in conformità alla Legge, intesa non solo come insieme di norme di condotta ma come indicazione del bene supremo voluto da Dio, come orizzonte di senso dell’alleanza mosaica, che cioè si richiama a Mosè, per il «suo popolo».
In un quarto senso, giustizia/giusto consistono nel tenere in «corretto», armonico e proficuo rapporto (e ingiustizia/ ingiusto, al contrario, nel non tenere in corretto, armonico e proficuo rapporto): a livello personale, sapienza, fortezza, temperanza; a livello contestuale, ecosistema personale con ecosistema ambientale; a livello socio-politico, interessi particolari e bene comune; a livello religioso, uomo, comunità, Dio (San Tommaso d’Aquino poneva la religione all’interno della virtù della giustizia). Antonio Rosmini diceva che la «regola aurea» della verità e dell’etica si compendiava nella massima: adegua il tuo amore all’essere di ciascuna realtà.
C’è infine un quinto modo di intendere la giustizia: quello evangelico. Da una parte essa sta a indicare la certa e sicura realizzazione della promessa di salvezza/liberazione «gratuita» di Dio, in Cristo. Si pensi alla giustificazione per grazia, non per legge (nel Prologo di san Giovanni, o nella Lettera ai Galati e nella Lettera ai Romani di san Paolo); e, a livello soggettivo, al «giusto che vive di fede». D’altra parte la giustizia è la suprema espressione della «misericordia» di Dio, vista come fedeltà al suo disegno di salvezza, al suo amore, per cui si è perdonati e giustificati «non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del suo perdono» (come ricorda il Canone Romano dell’Eucaristia; ci ha amati mentre eravamo peccatori, cioè quando eravamo non giusti, afferma san Paolo in Rm 5, 6-11).
In tale prospettiva si può andare oltre, non contro, le misure umane di giustizia perché si vuole la vita di coloro che sono nel bisogno (si pensi alle parabole evangeliche del Padre del figliol prodigo, agli operai dell’ultima ora, o al racconto del ladrone crocifisso). Si supera il dovuto, il pattuito (che non viene negato, ma completato).
4. A questo proposito mi sembra molto interessante una nota del Vescovo della Chiesa anglicana del Sud-africa, Mons.
Desmond Tutu, che con Nelson Mandela ha riportato la pace nella propria nazione, perdonando, e superando i contrasti razziali, con una vasta opera di riconciliazione e di instaurazione democratica. Egli afferma: Noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restitutiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la giustizia o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu, fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare le vittime quanto i criminali, ai quali va data la possibilità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso. (D. Tutu, Non c’è futuro senza perdono, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 36) È molto vicina al quinto significato indicato sopra, senza averne il fondamento cristiano, ma altro non meno cogente.
5. A livello educativo, l’educatore in genere, e quello «misericordioso» in particolare, hanno coscienza di essere persone «schierate» dalla parte della crescita e buona promozione umana, della autentica relazione educativa, del servizio alla «verità che è propria della persona umana» (Benedetto XVI), all’aiuto per una valida formazione culturale, che diventi base e fonte di vita buona e di società giusta. Non possono essere neutrali. Anzi, a un certo punto sono inevitabilmente chiamati a prendere posizione, a schierarsi e, quando occorra, ad andare contro-corrente.
In senso più generale, si comprende come la misericordia possa, quindi, funzionare da principio di valore e di scelta nei confronti di un’educazione o di una pedagogia troppo chiuse in se stesse o troppo adattate all’esistente. Forse si potrebbe pensare che nella didattica e nella pratica della relazione educativa si possa essere provocativi. Ad esempio, stimolando a prendere coscienza critica dell’ingiustizia educativa presente nella società della prestazione e dei suoi valori, quali l’efficacia, la produttività, la funzionalità utilitaristica individuale ed economica. O all’opposto a prendere partito in favore della civiltà della misericordia e dei suoi valori, quali la cura, la tenerezza, la compassione, il dono, l’amicizia, la fraternità, la sincerità, la fiducia reciproca, la sincerità dello spirito, la speranza, la pace, con i quattro pilastri: la verità, la libertà, la giustizia, l’amore (come indicava Giovanni XXIII).
Più globalmente si può pensare che tutta l’azione educativa scolastica possa essere rivolta a formare persone, cittadini, professionisti misericordiosi, amanti della buona crescita, e dello sviluppo umano integrale, nell’orizzonte finalistico di una civiltà dell’amore, come prospettava Papa Paolo VI.
6. Quando Papa Francesco era più specificamente conosciuto come il Card. Bergoglio usava quasi ogni anno inviare un Messaggio agli educatori e alle Comunità degli educatori della diocesi di Buenos Aires. In quello del 2007 — riportato in Jorge Mario Bergoglio, Educazione, Milano, Edizione Speciale del Corriere della Sera, 2014, pp. 59-104 — egli avanza alcune proposte operative. Accenno sinteticamente a due. La prima: […] perché non cerchiamo di dare la priorità ai valori non quantificabili, come l’amicizia (che tanto sta a cuore ai nostri adolescenti!), la capacità di godere delle cose semplici e dei momenti piacevoli della vita (senza trascurare le nostre responsabilità), la sincerità, che genera pace e fiducia, e la fiducia che, a sua volta, incoraggia la sincerità? […] Un atteggiamento di questo tipo non è facile dal momento che implica la cancellazione di una mentalità materialistica che con il passar del tempo si è radicata nelle nostre convinzioni più profonde di uomini e donne.
Dobbiamo rinunciare alla sottomissione e all’adorazione del «Dio del successo».
La seconda: […] perché non abbiamo il coraggio di inserire nelle nostre lezioni le testimonianze di quei cristiani e dei tanti «uomini di buona volontà» che hanno sognato un’umanità diversa, senza cercare a tutti i costi di omologarsi alle norme stabilite dalla nostra società? La forza di questi personaggi infatti sta soprattutto nel loro essere simboli dell’utopia e della speranza, più che modelli da imitare alla lettera.
E concludeva: Se ci impegneremo in questi propositi vedremo che comincerà a manifestarsi un’umanità nuova al di là dei riduzionismi che hanno costretto gli orizzonti della nostra speranza […]. Chiediamo forse i miracoli? Perché no?
Carlo Nanni

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