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Lavoro sociale - vol. 2016/6

Lavoro sociale - vol. 2016/6

Bimestrale per le professioni sociali

Numero di rivista
dicembre 2016
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Editoriale
Scuola, famiglia e servizi sociali
Sempre più, nella Scuola dell’obbligo, entrano problemi sociali complicati oltre ogni limite, problemi che non riguardano solo le «superficiali» sfere della cognizione, del comportamento o della buona educazione, ma che investono in profondità la personalità e l’esistenza intera degli alunni. La sociologia ci dice, ma si potrebbe dirlo pure a occhio, che tali ostici problemi sono dovuti per gran parte al collasso o alle gravi difficoltà delle famiglie. Bambini con problemi caratteriali o con difficoltà psicologiche/ psichiatriche consistenti; bambini o ragazzi con problemi di devianza o stili di vita incompatibili con la socialità ordinaria; bambini con gravi esperienze di maltrattamento e abuso; bambini portatori di radicali diversità culturali e magari già difficili per conto loro, perché assommano ulteriori problemi personali o familiari, e così via.
Non esistono filtri: tutti entrano nelle Scuole italiane (ed è un bene che lo possano fare, sia per loro, che per le Scuole che li accolgono).
Certo è che «accogliere» non vuol dire demolire o macinare.
Pensare che la Scuola possa «risolvere» tali problemi pervasivi, come preliminare operazione di pulizia per poi poter impartire l’insegnamento, è stato l’errore strategico inconscio di questi nostri anni pionieristici, in cui si è costruito forse il più ammirevole modello di inclusione del mondo. Ed è stato altrettanto ingenuo pensare che questi problemi potessero essere delegati e risolti per conto loro, isolatamente, dai servizi sociosanitari esterni, dalla neuropsichiatria, dagli assistenti sociali e così via. L’errore di fondo è stato quello di sovrastimare il potere degli specialismi, senza distinguere quando essi servivano e quando essi erano invece del tutto fuori luogo.
Nel contempo l’errore è stato anche di deprezzare il potere delle azioni umili terra terra, senza capirne mai il valore prezioso nascosto sotto la loro apparente banalità. Il quesito quindi è: se non può «risolvere», la Scuola può fronteggiare tali sfide? Può tenere botta ad esse senza farsi dissestare organizzativamente, ma anzi, se possibile, addirittura trovandosi rivitalizzata nella sua ecologia interna? Non si tratta di una speranza avveniristica e campata in aria. Se andiamo a vedere che cosa hanno davvero fatto in questi anni gli insegnanti più motivati, mentre attendevano i tecnici infallibili, dobbiamo constatare che essi sono stati abili a fronteggiare, a cercare di cavarsela alla meglio, confrontandosi e imparando giorno per giorno cosa poter fare, spesso ottenendo in questo modo dei risultati sufficienti, e qualche volta finanche buoni.
Un conto è tuttavia fronteggiare perché non rimane altro da fare, magari rimpiangendo le miracolistiche soluzioni attese che non arrivano. Un altro è fronteggiare intenzionalmente, ricreando attivamente le condizioni per imparare e confrontarsi reciprocamente nelle differenti competenze e saperi, e sapendo che tale atteggiamento di rispetto per i problemi è la strategia più sofisticata e alla lunga più efficace. Vi sono seri motivi per pensare che il fronteggiamento consapevole possa essere efficace e liberatorio per le Scuole, così come lo è per i servizi sociali e sociosanitari.
Fabio Folgheraiter 

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