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Orientamenti pedagogici - vol. 2016/4

Orientamenti pedagogici - vol. 2016/4

Rivista internazionale di scienze dell'educazione

Numero di rivista
dicembre 2016
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Editoriale
Per una visione integrata di orientamento professionale.

Due significative tendenze sembrano dominare nell’ambito dei processi sia formativi, sia orientativi, anche in ambito professionale. La prima insiste sul ruolo costruttivo di sé che ciascuno è chiamato a compiere. La seconda mette in evidenza la dimensione narrativa che sottende a questa impresa, sia dal punto di vista del senso e della prospettiva esistenziale che ne sta alla base, sia in quello della necessità di reinterpretare le proprie vicende passate in vista della progettazione del proprio futuro. Ad esempio, nell’ambito delle teorie psicologiche, sia umanistiche, sia socio-cognitive, si insiste sullo sviluppo della capacità di autodeterminazione, cioè sulla capacità di compiere scelte che implicano una prospettiva esistenziale, in qualche caso differente da quella precedentemente assunta, come nel caso delle cosiddette transizioni. Si evidenzia in ciò l’aspetto decisionale che implica l’elaborazione o la rielaborazione di progetti di vita e l’individuazione delle condizioni necessarie per poterli realizzare. Accanto a questa capacità si colloca quella di autoregolazione, intesa come la capacità di gestire se stessi nel cercare di mettere in atto quanto deciso con continuità e sistematicità. Le teorie più recenti riguardanti l’orientamento professionale sembrano valorizzare di più la capacità di autodeterminazione, centrando la proposta sullo sviluppo di un progetto di vita lavorativa che tenga conto della propria storia personale.
Quanto alla dimensione narrativa, essa è stata valorizzata in ambito sia filosofico, sia pedagogico, sia orientativo. I riferimenti comunemente assunti riguardano spesso i contributi di Jerome Bruner e Paul Ricoeur, seguiti di una folta schiera di studiosi. Ad esempio, Ricoeur  distingue per il concetto di identità narrativa due diverse possibili accezioni, complementari tra loro, che rispondono a due diverse domande: «che cosa sono io» e «chi sono io». La prima, relativa all’identità espressa dal termine idem, può essere messa in crisi dalla dispersione e frammentarietà dell’esperienza, sviluppando una dissociazione interiore, che invoca però una risposta alla seconda, relativa quest’ultima all’identità espressa dal termine ipse. L’identità narrativa si viene a costituire nell’interazione tra le due identità, quella della sedimentazione anteriore, della constatazione della dispersione, e quella prospettica, della promessa e dell’impegno rivolto al futuro che aspira alla coesione.
L’insistenza sull’aspetto narrativo, che sta alla base della propria identità, evoca anche quanto Jean Guichard descrive come un processo di costruzione di sé. Nel 2009 Mark L. Savickas e un folto gruppo di specialisti, tra cui lo stesso Jean Guichard, proponevano un nuovo paradigma di riferimento per l’attività di orientamento professionale, un paradigma elaborato nei precedenti tre anni, centrato sull’attività di promozione delle competenze necessarie al fine di progettare la propria vita professionale, nell’anticipare e gestire le transizioni e dare spazio alla speranza per un futuro significativo, nonostante la complessità del mondo del lavoro e delle professioni, indotta dalle condizioni economiche, dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale.
Mark Savickas ha riassunto secondo tre grandi prospettive quanto passa nella situazione italiana sotto la denominazione di «orientamento professionale». La prima prospettiva considera il soggetto come un portatore stabile di attitudini, interessi, valori. Rilevare per mezzo di opportuni strumenti tali tratti e caratteri personali è il primo passo. Il secondo prende in considerazione il mondo del lavoro, anch’esso considerato abbastanza stabile nella sua configurazione fondamentale, organizzato secondo filiere professionali e chiare gerarchie di ruoli. L’attività di orientamento tende a favorire l’incontro positivo e produttivo tra persona e una specifica posizione lavorativa, sia nel momento preparatorio, quello dello studio e della formazione, sia poi nel momento dell’inserimento effettivo nel lavoro. Questa prospettiva viene descritta da Savickas sotto la formula di «vocational guidance». In un suo lavoro tradotto in italiano egli ricorda come la teoria di Holland sulla congruenza della scelta professionale abbia avuto una grande diffusione e nella pratica essa venga applicata «per aiutare i clienti ad acquisire una migliore conoscenza di sé e del lavoro e a realizzare il matching tra se stessi e l’occupazione».  La seconda prospettiva vede la persona come un soggetto evolutivo, che può impegnarsi nel costruire conoscenze, competenze e atteggiamenti orientati verso specifiche carriere professionali, caratterizzanti il mondo del lavoro, quale viene da esso percepito. L’attività di orientamento favorisce da una parte che l’impostazione formativa sia coerente con tale aspirazione, dall’altra che la percezione della posizione lavorativa sia valida e aggiornata. Si tratta di quanto passa sotto la denominazione di «career education». In questa impresa si aiutano le persone: «(a) a comprendere gli stadi del percorso professionale, (b) a conoscere i compiti evolutivi immediatamente successivi, (c) a basarsi su atteggiamenti, convinzioni e competenze necessari a gestire tali compiti».  Queste due prospettive rivestono ancora la loro importanza quando si deve rispondere a una domanda relativa a come fare carriera nelle professioni gerarchizzate e nelle organizzazioni burocratiche.
L’impostazione della terza prospettiva, denominata «life design», deriva dalla constatazione che il mondo del lavoro ha ormai caratteristiche instabili, fortemente evolutive dal punto di vista sia tecnologico sia organizzativo e, quindi, è ben difficile fare riferimento a precise figure e ruoli professionali predeterminati. Di conseguenza occorre puntare sul potenziamento di qualità umane e professionali del soggetto, al fine di metterlo in grado di affrontare le incertezze e complessità del presente e, soprattutto, quelle del futuro, rendendolo così attivo costruttore di sé in vista di progetti esistenziali, aperti anche a profonde forme di decostruzione e ricostruzione che nelle varie transizioni esistenziali si rendessero necessarie. Si evidenzia così da una parte il ruolo del senso e della prospettiva esistenziale, che sta alla base dello sviluppo di sé e delle scelte anche faticose da compiere; dall’altra, si esalta il ruolo della narrazione nella ricostruzione del proprio passato e della riflessione critica su di esso, nonché della prospettazione del futuro, in un impegno di elaborazione o rielaborazione di un proprio progetto di vita.
L’impianto proposto e sviluppato da Savickas considera la costruzione di un percorso professionale da due punti di vista: uno, oggettivo, è costituito dalla sequenza di ruoli che una persona ricopre nella vita; l’altro, soggettivo, si sviluppa a partire dal pensiero o dall’attività mentale che consente di costruire una storia sulla propria vita in ambito lavorativo. In questo processo costruttivo gioca un ruolo essenziale il linguaggio sia nella direzione della costruzione di sé attraverso la riflessione sulle proprie esperienze, sia in quella che coinvolge le relazioni sociali e i ruoli lavorativi con i quali si entra in relazione. Tale linguaggio sta alla base di quella narrazione di sé, che molti eventi e persone contribuiscono a costruire. Essa tende a sviluppare la propria identità professionale, un’identità che «si adatta e si forma negoziando continuamente posizioni sociali e coinvolgendo la persona in relazioni interpersonali».  In questa storia possono emergere momenti di ansia prodotti da nuovi compiti, da esigenze di cambiamento o da traumi che generano ansia e che attentano alla propria identità professionale. È particolarmente in queste occasioni che la consulenza può svolgere un ruolo fondamentale. In effetti nel modificare la propria identità lavorativa «il soggetto cerca di cogliere l’ordine degli eventi della propria vita attraverso la riflessione e la meditazione e di collegare i cambiamenti ricorrendo al ragionamento autobiografico per far continuare la storia. La narrazione di storie è il micro-processo attraverso il quale si svolge il lavoro sull’identità, quando un persona cerca di dare un senso a sé e alla situazione».  Nel Manuale pubblicato sul web Savickas nel 2015 riassume così il quadro di riferimento adottato: La gente utilizza racconti per organizzare la propria vita, per costruire la propria identità, per dare senso ai propri problemi. Chi entra in consulenza porta con sé una storia relativa a qualche transizione. Questa narrazione permette di prendersi cura di lui. Accogliendo questi racconti nella relazione, il consulente aiuta il cliente a riflettere sulla propria vita. In questo modo è possibile destabilizzare alcune vecchie idee, che bloccano le decisioni da prendere, e ciò generalmente favorisce una consapevolezza nuova, che facilita la scelta. Da lui stesso emerge la prospettiva per impostare una nuova storia identitaria.
Questa consente di elaborare o cambiare la propria storia in modo da chiarire le scelte da compiere e attivare le azioni trasformative per affrontare la transizione.  Saggiamente Savickas indica sul piano operativo un approccio di tipo eclettico. In effetti nell’attività di orientamento, sia in quella che viene ordinariamente sviluppata nelle realtà educative e formative, sia quella più specialistica di tipo consulenziale, che viene rivolta a singoli soggetti, si deve tener conto della realtà concreta nella quale si vive. Sulla base dei bisogni personali e del contesto sociale l’azione orientativa può scegliere quale orientamento preferire: se quello denominato «vocational guidance» al fine di individuare un buon inserimento occupazionale a partire dai tratti che lo caratterizzano, o quello denominato «career education» che mira a sviluppare un adattamento personale alla prospettiva occupazionale preferita, o quello da lui promosso e denominato «life design» al fine di costruire una propria storia professionale. Anzi, «l’approccio life design mira a collocarsi accanto alla vocational guidance, non a rimpiazzarla».  Riassumendo tale impostazione, egli descrive i tre orientamenti operativi dal punto di vista della visione che si ha del soggetto, visto come «attore» nel primo caso, come «agente» nel secondo, come «autore» della propria vicenda lavorativa nel terzo. Anche la caratterizzazione dell’azione da intraprendere nell’aiutare le persone assume denominazioni differenti: di guida alle proprie scelte professionali, di educatore che promuove la propria preparazione professionale, di consulente che aiuta il soggetto a costruire e sviluppare la propria identità professionale. Si tratta di metodologie operative che devono entrare nelle competenze pratiche di ogni orientatore.
Questi non può rimanere rigidamente legato a una di esse, bensì deve adattarsi alle esigenze delle singole persone e alle condizioni esistenziali nelle quali esse si trovano, scegliendo come modulare il suo intervento in vista del potenziamento di un’identità professionale aperta agli sviluppi di una società complessa, dinamica e, spesso, piena di esigenze di adattamento, mantenendo comunque una propria prospettiva di senso esistenziale.
Michele Pellerey

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