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Orientamenti pedagogici - vol. 2016/2

Orientamenti pedagogici - vol. 2016/2

Rivista internazionale di scienze dell'educazione

Numero di rivista
giugno 2016
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Editoriale
Dopo i sanguinosi fatti del 13 novembre dello scorso anno che stordirono e addolorarono Parigi, l’Europa intera e la comunità internazionale, vorrei soffermarmi a riflettere — in qualche modo — su quanto accaduto. In modo particolare, sull’uso della violenza e sulla guerra. Sulla loro inquietante e continua presenza nella nostra storia di esseri umani «evoluti».
A seguito di quegli attacchi terroristici, presi dallo sgomento, motivati dalla legittima difesa nei confronti di altri attacchi e spinti da altre varie ragioni, ci si mosse per solidarizzare con la Francia, istituire, rafforzare minuziose misure di sicurezza e per sostenere un attacco frontale armato contro il terrorismo e l’ISIS. E così, ci si ritrovò a bombardare la Siria nel tentativo di debellare alle radici i facinorosi del nascente Stato islamico.
E attacchi terroristici, interventi armati a difesa e violenze inaudite si sono susseguiti fino a oggi. Al di là di considerazioni politiche, religiose e culturali, di distorsioni mediatiche, di «menzogne planetarie e utilitaristiche»,1 di valutazioni sugli equilibri internazionali, di giustificazioni sull’uso della violenza ritenuta giusta e sulla liceità di una legittima difesa dal terrorismo, i miei pensieri si concentrano attorno a un’amara constatazione che affligge la mia anima e la mia intelligenza e sulla quale non posso fare a meno di soffermarmi: «Come mai l’uomo non impara la lezione dell’assurdità della guerra? Dei suoi effetti distruttivi e nefasti sotto ogni punto di vista?».
E ancora: «Come mai, a fronte di raccomandazioni, documenti e appelli per la pace, non c’è momento della storia in cui non si sia combattuta e non si combatta una guerra?».
Non vi nego che come studioso, docente e educatore il mio animo è attanagliato da un certo scoraggiamento. Talvolta mi ripeto: non c’è niente da fare, l’uomo non cambierà mai! Ma improvvisamente, un bagliore di luce balugina in me e una timida speranza fa capolino nei meandri dell’abbattimento e della delusione. E mi soffermo pensieroso, quasi avvertendo che sto trovando una qualche soluzione ai miei dilemmi.
Infatti, facendo riferimento all’antropologia cristiana mi sovviene che è per via del «congenito» peccato originale e delle sue conseguenze che gli uomini non riescono a smettere di usare violenza e di farsi guerra. Proprio come avvenne agli inizi della storia dell’umanità tra Caino e Abele, secondo quanto ci raccontano i fatti biblici narrati nel libro della Genesi. Ma capisco subito — senza ragionarci troppo — che questo non mi basta, anzi, mi indurrebbe — perdonatemi l’ironia — quasi quasi «ad arrendermi e a gettare le armi», pacificato dal fatto, ineludibile quanto problematico, che ci sarà sempre, allora, nel cuore degli uomini, un seme di violenza inestinguibile.
Così non mi do per vinto e, per via della mia deformazione professionale, provo ad accedere a quei frammenti di letture su questo tema, stipati nella mia memoria. Mi balza subito alla mente l’idea che non sono mancati eccelsi e avveduti studi sulla condizione di guerra permanente in cui ci troviamo (si vedano, infatti, i testi di Chomsky, Walzer, Baudrillard, Girard, ecc.), fino allo studio di James Hillman, Un terribile amore per la guerra (Milano, Adelphi, 2005), che ha posto sul tavolo questioni di fondo con cui ogni mente ragionevole non può non confrontarsi. Il fatto, cioè, che la violenza e la guerra facciano parte dell’essenza umana (come già avevano «diagnosticato» filosofi del calibro di Eraclito e Hobbes). Sinceramente, la lettura di questo libro mi ha affascinato, mi ha fatto cogliere sfumature dell’animo umano poco esplorate e in penombra, mi ha aperto gli occhi, purtroppo, sull’amore dell’essere umano per la guerra, mi ha fatto comprendere la complessità delle questioni in gioco che non ammettono facili riduzionismi.
Nel 1931 l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale promosse, per conto della Società delle Nazioni, una serie di dibattiti tra le personalità più in vista dell’epoca su temi d’attualità. Einstein suggerì il nome di Freud, che accettò uno scambio epistolare con lui sul tema della guerra. Le lettere furono pubblicate nel 1933 con il titolo Perché la guerra? Einstein apre la sua lettera individuando alcuni fattori come possibile spiegazione del fenomeno, quali il nazionalismo e la sete di potere dei diversi Stati; tuttavia essi non sono sufficienti per capire come masse intere accettino la distruzione di altri e il sacrificio di sé. Suggerisce quindi a Freud l’ipotesi che l’uomo sia aggressivo per natura. Termina la lettera chiedendo se vi siano mezzi per scongiurare le guerre future.
Freud riprende la considerazione di Einstein circa la tendenza naturale alla violenza, esponendo in merito la propria teoria delle pulsioni. Nell’uomo sono presenti una pulsione di vita e una di morte (Eros e Thanatos). Per Freud l’aggressività è parte insopprimibile della natura umana e quindi non c’è modo di eliminarla, occorre se mai individuare le condizioni perché non trovi espressione nella guerra (vedi Il disagio della civiltà, 1929). Secondo lo psichiatra viennese, per evitare i conflitti armati bisogna sviluppare un antagonista: l’Eros (rafforzando i legami affettivi nella comunità e favorendo l’instaurazione di sentimenti di pace comuni a tutti).
Ma mi corre l’obbligo in queste pagine, e lo faccio volentieri, di citare un altro volume che lessi qualche anno fa e che ho ripreso in mano, con gioia oserei dire, in questi primi giorni dell’anno 2016 per redigere questo Editoriale: Piero Giorgi, La violenza inevitabile: una menzogna moderna (Milano, Jaca Book, 2008). L’autore si interroga sulla natura della violenza e si chiede se essa sia innata o culturalmente determinata.
Secondo l’autore la violenza è qualcosa di culturale intervenuto con la storia umana circa diecimila anni fa, nel neolitico, al momento dell’invenzione dell’agricoltura che ha determinato la divisione del lavoro, l’ineguaglianza e la proprietà privata alla base della violenza difensiva prima e offensiva poi come violenza conveniente, mentre l’uomo preistorico che si procurava il cibo raccogliendolo e andando a caccia era biologicamente strutturato per stare in pace con gli altri (dividendosi pacificamente il cibo e risolvendo con il negoziato le controversie), come dimostra anche l’arte rupestre che in circa due milioni di immagini non contiene quasi nessuna scena di violenza di un uomo contro un altro uomo.
La prospettiva psicologica di Freud unita alla ipotesi dell’«invenzione culturale» della violenza e della guerra di Giorgi, connessa con la beatitudine legata al costruire la pace del Maestro di Nazaret, mi fa tornare il sorriso e assaporare un po’ di speranza nel mio povero e scoraggiato cuore. E immediatamente mi ricordo che Papa Francesco, nell’imminenza dei tragici fatti parigini e dell’attacco militare alla Siria, ebbe a ricordarci che solo la pace porta e può portare la pace, e che c’è poi una guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, rinunciando all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Questi sarebbero i veri nemici contro cui schierarsi! Allora, se possiamo decidere coraggiosamente di rinunciare alla violenza, questa non può essere inevitabile. Tocca a noi, con responsabilità, costruire un tipo di futuro piuttosto che un altro! E l’impegno educativo diventa non solo possibile, ma doveroso.
Credo davvero che accettando la sfida educativa e uscendo dalle derive innatiste (di stampo sia biologico che psicologico) si possa costruire — seppur con fatica — un mondo di pace non violento. Infatti, solo offrendo la possibilità alle persone in crescita di percorrere traiettorie evolutive che prevedano l’accettazione delle diversità, la competizione per la cooperazione, la risoluzione pacifica dei conflitti e la mediazione, lo sviluppo dell’empatia, del rispetto e del recupero della «regola d’oro» (tesoro comune delle grandi religioni), ci potremo augurare e saremo autorizzati a sognare una civiltà dell’amore.
Gabriele Quinzi 

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