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Lavoro sociale - vol. 2016/4

Lavoro sociale - vol. 2016/4

Bimestrale per le professioni sociali

Numero di rivista
agosto 2016
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Editoriae
La scarsità come ricchezza
In questo duro periodo per i servizi sociali, il più triste forse dagli anni Cinquanta, da quando il welfare è venuto prendendosi cura di noi, vediamo il morale degli addetti ai lavori scivolare ogni giorno più giù, ormai fin quasi sotto i tacchi. Molti piccoli segnali di vitalità societaria, però, ci confermano nel vecchio adagio che non tutto il male viene per nuocere.
Osservando oggi i tradizionali servizi sociosanitari non solo psichiatrici, abbiamo l’impressione di un cataclisma in arrivo, anzi già forse arrivato. Sforziamoci di non pensare subito a quella sorta di bassa cucina che tanto ci dà pensiero, quel venir meno dei soldi, quei bilanci degli Enti drasticamente tagliati per effetto della crisi in atto.
Connessa alla caduta dell’opulenza, speculare come il rovescio di una medaglia, vi è una questione più sottile e insieme dirompente, come una crepa minuscola nel muro di una diga. È il nostro renderci conto che molte prestazioni cliniche specializzate comprate a caro prezzo sono sterili. Non parlo perciò di una catastrofe materiale, di un mero spreco di soldi che non ci sono, bensì di un patatrac ideale o spirituale — per così dire, il collasso di una certezza. Frana l’ingenuità di presumere illimitatamente. Si sgretola la certezza che nella cornice delle tecniche noi possiamo fare tutto. Tutto fino al punto di credere di poterci «comprare», come una tra le tante cose che troviamo nei grandi magazzini, anche il vivere felici.
In realtà noi ora pensiamo che questa facile equazione (scarsità di denaro investito, scarsità di risultati) vada posta al contrario. Troppo denaro ci ha un tantino rimbambiti. Ingenti quote di risorse sono state sottratte ai giovani delle prossime generazioni per essere bruciate nell’oggi, in un welfare a volte inutilmente sofisticato, dove oltretutto la retorica del benessere generale consente a volte di coltivare interessi particolari. Nei servizi sociosanitari, denaro vuol dire soprattutto alta tecnicità; alta tecnicità vuol dire trattamento clinico; trattamento clinico vuol dire pretendere a fronte di quell’investimento un risultato. Nel campo dell’umano le pretese — checché ne dicano i seguaci dell’approccio evidence-based oggi alla moda — sono fuori luogo, quasi una sorta di vaneggiamento.
Bisogna puntare invece sulla relazione. Le terapie funzionano quando le qualità pregresse dell’operatore (la solida personalità, l’equilibrio interiore, la capacità di ascoltare e di sentire) agganciano di fatto le qualità emergenti dell’essere curato. Le tecniche fredde esercitate «in superficie» possono di per sé ostacolare questo fondamentale aggancio tra persone — perché se io voglio cambiare Alter con una mia tecnica è segno che lo tratto inconsciamente come un oggetto, non come un essere libero.
Fabio Folgheraiter

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