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Dislessia - vol. 2016/2

Dislessia - vol. 2016/2

Giornale italiano di ricerca clinica e applicativa

Numero di rivista
maggio 2016
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Editoriale
Da questo numero la rivista «Dislessia» cambia fisionomia e si adegua agli standard internazionali, che prevedono la revisione in forma anonima degli articoli pubblicati da parte di un comitato di referee, che risulta composto da un panel di esperti riconosciuti della materia in campo nazionale. Questa importante innovazione garantisce la qualità delle pubblicazioni e premia i numerosi autori che in questi anni hanno inviato i loro articoli, spesso di notevole valore scientifico, con la possibilità di vedere riconosciuti i loro lavori attraverso il sistema di identificazione internazionale DOI, che viene comunemente impiegato nella ricerca sul web di pubblicazioni scientifiche da parte dei principali motori di ricerca.
Se da un lato questa importante innovazione garantisce agli autori la qualità scientifica della rivista e un maggiore riconoscimento degli articoli proposti, dall’altro non vogliamo completamente rinunciare alla filosofia editoriale che ha ispirato la rivista «Dislessia» in questi ultimi 13 anni, vale a dire quella di offrire uno spazio aperto di confronto, in cui a fianco di articoli di spessore scientifico abbiano voce anche contributi, forse meno rigorosi, ma che propongono esperienze applicative interessanti oppure esempi di buone prassi che ci sembra comunque importante divulgare, anche se non raggiungono gli standard di rigore metodologico che solitamente sono richiesti a una pubblicazione scientifica. Ci sembra, infatti, ancora attuale la necessità di conciliare il rigore scientifico della ricerca con uno sguardo rivolto alle pratiche applicative, che possono derivare anche da esperienze quotidiane di lavoro sul campo, che rischierebbero di andare disperse se non riuscissero ad arrivare a un vasto pubblico.
Gli articoli di questo secondo numero del 2016 sono legati da un filo conduttore: il «trattamento» dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), che rappresenta una questione in larga misura ancora irrisolta sotto il profilo sia clinico-scientifico sia clinico-istituzionale, che sono strettamente interconnessi. Da un lato, infatti, nonostante il proliferare di interventi riabilitativi a cui stiamo assistendo in questi anni, di cui anche la nostra rivista si è fatta portavoce, le evidenze di efficacia dei trattamenti dei DSA restano poco consistenti e comunque non hanno raggiunto un grado di evidenza scientifica tale da suggerire specifiche raccomandazioni cliniche (Quesito B3 della Consensus Conference dell’Istituto Superiore di Sanità, dicembre 2010).
Dall’altro lato, forse anche per questa mancanza di chiare evidenze scientifiche di efficacia dei trattamenti, non abbiamo indicazioni sul piano normativo che ne prescrivano l’erogazione da parte dei Servizi Sanitari. Tutto ciò ovviamente non significa che siamo all’anno zero o che questi trattamenti non vengano effettuati e che non abbiano successo, ma vuol dire semplicemente che il loro carattere è ancora di tipo sperimentale e provvisorio, per cui manca per molti di essi un consenso definitivo che ne possa suggerire una più sistematica implementazione, sulla base di esiti pre134 vedibili. Siamo perfettamente consapevoli che la ricerca sull’efficacia dei trattamenti è particolarmente difficile e onerosa (Stella e Savelli, 2005), non fosse altro per la difficoltà di controllare simultaneamente numerose variabili e di monitorare gli effetti lungo intervalli temporali sufficientemente lunghi da poter dimostrare che gli effetti del trattamento non svaniscono nello «spazio di un mattino». Tuttavia, siamo convinti che gli sforzi dei numerosi ricercatori, che anche nel nostro Paese si stanno impegnando in questo difficile compito di mettere a punto e indagare gli effetti dei trattamenti per i DSA, vadano incoraggiati e quindi continueremo a dare spazio ai lavori che perseguono queste finalità.
In questo numero il tema del trattamento dei DSA, per la sua naturale complessità, viene affrontato da vari punti di vista. Nella sezione «Orientamenti della Ricerca», l’articolo di Germagnoli, Bonacina, Cancer e Antonietti fa il punto sulla questione dei rapporti tra dislessia e musica, cercando di valutare se il trattamento musicale sia una strada percorribile e fruttuosa per la riabilitazione dei disturbi di lettura.
In un precedente fascicolo della rivista avevamo dato spazio a un metodo di trattamento basato sulla musica (Nicoletti, Ferrari e Surian, 2015) e sempre su questo tema ci piace ricordare un altro lavoro di ricerca di un gruppo italiano (Flaugnacco et al., 2014), pubblicato recentemente su una prestigiosa rivista internazionale.
L’importanza dell’articolo Dislessia e musica: dai meccanismi comuni ai trattamenti, che qui pubblichiamo, è quella di passare in rassegna la letteratura sull’argomento in modo esauriente e dettagliato, rendendo esplicito il razionale di questi trattamenti, così come i comuni meccanismi che stanno alla base di lettura e musica. Nella parte finale viene espresso un giudizio incoraggiante ed equilibrato sull’efficacia di questi trattamenti e sulle loro future prospettive.
L’articolo successivo di Casarini, Villani, Ortore e Pelizzoni propone un metodo di trattamento per migliorare la rapidità di lettura, il Repeated Reading, in linea con precedenti studi di questo gruppo di ricerca, di cui abbiamo già pubblicato dei lavori in precedenti fascicoli di questa rivista (Andolfi, Cavallini e Perini, 2011; 2013). In questo contributo, le autrici esaminano gli effetti di questo metodo di trattamento in un piccolo gruppo di 4 bambini di scuola primaria con difficoltà di lettura. I risultati evidenziano un miglioramento significativo della rapidità, ottenuto in tempi relativamente brevi, che si è mantenuto al follow-up. Gli esiti del trattamento sono incoraggianti, ma date le caratteristiche di «studio pilota» sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive circa la sua efficacia, che andrà testata su un gruppo più numeroso e con adeguati controlli.
Sempre nella sezione «Orientamenti della Ricerca», l’articolo di Ripamonti Riccardi, Cividati e Russo traccia un bilancio del trattamento analogico-intuitivo (Riccardi Ripamonti, Cividati e Russo, 2008) nel trattamento dei disturbi specifici del calcolo.
Il pregio di questo lavoro di ricerca è quello di abbinare il rigore metodologico a un chiaro fondamento teorico, e costituisce un positivo modello per lo studio dell’efficacia dei trattamenti. Esso dimostra, prendendo in considerazione un campione di 44 soggetti che abbraccia tutti i gradi della scuola primaria e secondaria, come il metodo analogico-intuitivo riesca a migliorare significativamente le competenze aritmetiche nei soggetti trattati, rispetto a quelli del gruppo di controllo, e come tali differenze si mantengano anche a un follow-up a 12 mesi, sebbene gli effetti complessivi non comportino la completa remissione del disturbo.
Infine, sempre nella stessa sezione, l’articolo di Di Vara e Biancardi esamina il ruolo delle Funzioni Esecutive (FE) nei Disturbi Specifici di Apprendimento, un tema che attualmente è al centro dell’interesse anche da parte di diversi ricercatori italiani (Varvara et al., 2014). La novità di questo studio è che gli autori si sono avvalsi, per valutare le Funzioni Esecutive, di uno strumento «amichevole», il tablet, con cui i giovani studenti hanno maggiore confidenza rispetto ai classici test «carta e matita», con l’idea che l’utilizzo di questo strumento avrebbe potuto attenuare le differenze tra il gruppo con DSA e quello dei normotipici. Gli autori hanno selezionato un’applicazione per tablet, formata da cinque diversi compiti adatti a valutare l’efficienza delle Funzioni Esecutive. I risultati confermano la presenza sia di differenze significative tra i due gruppi in ognuno dei compiti sia di una fragilità delle Funzioni Esecutive negli alunni con DSA, rilevabile anche in attività più «ecologiche» e meno legate al setting della valutazione clinica, sottolineando la potenzialità di questi strumenti anche per fini riabilitativi.
Nella sezione «Strumenti applicativi», l’articolo di Vio, Tretti e Chessa propone il software Dal Suono al Segno, specificamente indirizzato ad attività riabilitative e di recupero per il disturbo ortografico della scrittura, che finora ha ricevuto un minore interesse da parte della comunità clinica, probabilmente anche perché si presenta spesso associato a quello della lettura, per cui si ritiene che il trattamento di quest’ultimo possa automaticamente avere ricadute anche sul primo. In realtà, specialmente nelle prime fasi dell’acquisizione della lingua scritta, il disturbo della scrittura può manifestarsi con un’espressività più accentuata (in termini di numerosità di errori) e quindi un lavoro abilitativo specificamente indirizzato alla scrittura potrebbe più stabilmente portare a un consolidamento delle regole di transcodifica che sono alla base della nostra ortografia. Il software prevede vari livelli di difficoltà del compito che viene richiesto al bambino, sulla base del modello evolutivo di Frith (1985), e si indirizza a più componenti dell’abilità di scrittura. I risultati della sperimentazione di questo software con un piccolo gruppo di bambini indicano un sostanziale miglioramento delle loro competenze ortografiche.
Infine, inauguriamo in questo numero la nuova rubrica «Forum», in cui ospitiamo due contributi che non si caratterizzano propriamente né come lavori di ricerca, né come semplici esperienze, ma delineano delle posizioni teoriche su argomenti che sono tuttora molto dibattuti nel mondo della scuola e che pubblichiamo con lo scopo di favorire un dibattito. Il primo articolo di Górska e Venturini affronta il tema dell’impatto presente e futuro delle tecnologie informatiche riguardo alla abilità di scrittura e si chiede provocatoriamente se sia realmente possibile sostituire la modalità di scrittura manuale con quella digitale. Gli autori sottolineano che queste due abilità non sono equivalenti e che il diverso mezzo utilizzato può cambiare la natura del compito. Siamo consapevoli che questa posizione non è unanimemente condivisa e può apparire solo un po’ nostalgica, proprio in un Paese come il nostro in cui le tecnologie informatiche stentano ad affermarsi nel mondo della scuola. Tuttavia, gli autori portano a sostegno della loro tesi una serie di studi che documentano la necessità di non sostituire la scrittura tradizionale, e che sollecitano una discussione sulla sua utilità.
L’altro articolo di Paoletti si focalizza invece sulla questione della scrittura in «corsivo », sostenendo l’utilità di introdurre gli alunni fin dall’inizio del loro percorso di scolarizzazione all’utilizzo di questo allografo, rispetto allo «stampato» maiuscolo e/o minuscolo, che tipicamente vengono sostituiti solo in un secondo tempo dal corsivo.
Anche questo tema, e l’utilità della scrittura in «corsivo», è al centro di discussioni e polemiche, soprattutto nel caso di alunni con DSA. Tuttavia, l’autrice porta la propria esperienza di riabilitatrice e quella di alcune insegnanti che sembrano dimostrare come questa scelta comporti numerosi vantaggi non solo sul piano della scrittura, ma anche su quello delle capacità organizzative e di autocontrollo degli alunni.
Enrico Savelli e Giacomo Stella

L'annata in corso della rivista:

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