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Lavoro sociale - vol. 2016/2

Lavoro sociale - vol. 2016/2

Bimestrale per le professioni sociali

Numero di rivista
aprile 2016
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Editoriale
Il Lavoro sociale come scienza delle possibilità
Tra tutte le professioni, il Lavoro sociale è la sola che sente il bisogno di definirsi ufficialmente. Nessun’altra area professionale fissa in un’astratta definizione l’idea di che cosa essa sia. La loro realtà in essenza è un dato fondamentale tranquillamente presupposto. Al contrario, il Lavoro sociale, pur essendo un movimento professionale di solida tradizione e ormai prossimo a essere pienamente riconosciuto, animato da centinaia di migliaia di operatori in ogni dove nel mondo, resiste al lasciarsi pensare in maniera comprensibile e accessibile al senso comune. Gli stessi studenti dei corsi di laurea in Lavoro sociale, in ogni parte del mondo, faticano a spiegare ai loro genitori o ai loro amici che cosa sia la professione che essi hanno scelto e che si apprestano a praticare.
[…] Per quanto riguarda il Lavoro sociale relazionale, questo non romanticizza i soggetti umani. Non nega una certa possibile loro stoltezza; non ignora che spesso si chiudono da se medesimi, inavvertitamente, nella gabbia di un sistema nocivo a loro stessi. Indotte da inesorabili condizionamenti socioculturali e/o psicofisiologici, le persone spesso si fabbricano un destino avverso.
Questo determinismo il Lavoro sociale non lo nega, lo capovolge metodologicamente. Per il Lavoro sociale è rilevante questa certezza: che l’eventuale fuoriuscita da questi problemi potrà avvenire sempre e solo se le persone impantanate nei problemi si «risvegliano» e si coscientizzano, per usare la nota espressione di Freire. Il cambiamento avviene quando gli interessati incominciano a opporre alle coazioni la propria libertà di ragionare e decidere per il meglio.
[…] Capovolgendo l’impianto della sociologia positivistica, l’approccio relazionale pensa al «sociale» del Lavoro sociale come a un’«avventura cooperativa»: un’associazione umana operante per il proprio bene, un’unità di intenti che trae dalle circostanze avverse lo slancio per agire. In questa prospettiva, il sociale è l’entità interlocutrice dell’operatore sociale e prima ancora l’interlocutrice di se medesima.
La pratica del Lavoro sociale risulta essere perciò una realtà «metaprofessionale »; non come uno specialismo o una qualsivoglia «violenza» tecnica, ma come una facilitazione o una supervisione: una pratica osservatrice, stimolatrice e accompagnatrice dei modi in cui le «soluzioni» dei problemi sociali «si fanno» attraverso dinamiche tipiche della riflessività umana. Dinamiche che non solo possono non dipendere dagli interventi professionali, ma addirittura, circolarmente, guidarli e sostenerli. Il Lavoro sociale intercetta le energie che si dischiudono dalle sofferenze, le accompagna e le orienta lasciandosi accompagnare e orientare.
Fabio Folgheraiter 

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