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Dislessia - vol. 2016/1

Dislessia - vol. 2016/1

Giornale italiano di ricerca clinica e applicativa

Numero di rivista
gennaio 2016
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Editoriale

L’8 ottobre 2015 la Legge 170/2010 sui Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) ha compiuto 5 anni. Tentare di effettuare un bilancio complessivo non è semplice per le molteplici conseguenze che da essa sono derivate sia nell’ambito sanitario che in quello educativo. Tuttavia, come è anche emerso nel Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Dislessia, svoltosi nel mese di maggio a Napoli, il quadro appare piuttosto variegato e caratterizzato dalla presenza di luci e ombre.
Tra gli aspetti più positivi occorre sicuramente segnalare il livello crescente di conoscenza e consapevolezza nel mondo della scuola in riferimento a queste problematiche e la migliorata capacità di affrontarle correttamente, consentendo agli alunni con DSA di esprimere al meglio le loro potenzialità. Certamente rimangono anche «sacche di resistenza», in cui ancora si stenta a dare attuazione ai principi della legge e alle raccomandazioni dei decreti attuativi, in gran parte legate ad atteggiamenti pregiudiziali verso l’applicazione di misure compensative e dispensative, percepite da alcuni insegnanti come facilitazioni ingiustificate. Ma allo stesso tempo va anche sottolineato che, per la grande maggioranza di questi alunni, oggi viene redatto un Piano Didattico Personalizzato (PDP), che se non sempre viene attuato compiutamente o non sempre soddisfa gli specifici bisogni dell’alunno, tuttavia rivela quanto meno la volontà di adoperarsi per consentire loro di svolgere un percorso scolastico attento alle loro specifiche necessità.
Un altro indicatore dell’efficacia della Legge 170 è costituito dal numero, costantemente in crescita in questi anni, degli alunni con DSA che accedono agli studi universitari: questo rappresenta un dato estremamente significativo se si pensa che, fino al 2010, solo pochi riuscivano a raggiungere questo livello di studi, con enormi sforzi e una grande resilienza rispetto alle molteplici frustrazioni patite a scuola per perseguire quella meta, mentre una quota sostanziale andava a ingrossare le fila del drop out scolastico, abbandonando prematuramente gli studi, con una perdita netta del potenziale umano e spesso intellettivo di questi ragazzi.
In un precedente lavoro (Stella e Savelli, 2011) avevamo evidenziato come il riconoscimento dei diritti degli alunni con DSA da parte della Legge 170 aveva rappresentato essenzialmente una battaglia di civiltà, un po’ com’era avvenuto con la Legge 104/92, che avrebbe dispiegato i suoi effetti nel corso degli anni. Ci sembra che il quadro in chiaroscuro che oggi osserviamo rifletta bene questo stato di cose, non certo la minuziosa e puntuale applicazione di ogni singolo provvedimento normativo, quanto piuttosto un generale cambiamento di clima nei confronti di questi problemi, che potrebbe diventare negli anni una vera rivoluzione culturale capace di modificare in profondità il mondo della scuola e il modo di concepire la didattica, contribuendo ad accelerare l’ingresso delle tecnologie informatiche, che per questi alunni costituiscono un prezioso alleato.
Anche nell’ambito sanitario l’ondata di richieste di certificazioni diagnostiche conseguente al varo della legge ha rischiato di travolgere e paralizzare i servizi di Neuropsichiatria Infantile (NPI), che tipicamente sono deputati a rilasciare questo tipo di diagnosi. Esistono certamente significative criticità riguardo alle liste di attesa e il contributo delle strutture e degli specialisti privati è stato rallentato dall’eterogeneità interpretativa nelle varie regioni dei dispositivi normativi che ne stabiliscono i limiti di validità, fatto che costituisce tutt’oggi una delle principali criticità. Tuttavia occorre segnalare positivamente l’incremento crescente degli alunni certificati con DSA registratosi in questi anni, un fenomeno che, se ha suscitato atteggiamenti anche molto critici in alcuni che lo ritengono per così dire «inflazionato» («la dislessia è ormai una moda…»), a un’analisi più attenta delle stime di prevalenza di questi disturbi sta semplicemente riequilibrando i numeri attesi (Barbiero et al., 2012). Anche in questo caso, inoltre, i dati pubblicati dal MIUR attestano una situazione estremamente eterogenea nel nostro Paese, con valori di prevalenza attorno al 3% nelle regioni del nord, ma che a stento raggiungono l’1% in quelle del sud.
Alla luce del bilancio tracciato, una criticità che è destinata a crescere nei prossimi anni riguarda la diagnosi di DSA negli adolescenti (ragazzi della scuola secondaria di secondo grado) e nei giovani adulti (universitari). Se da un lato queste diagnosi dovrebbero diventare più rare in relazione ai miglioramenti attesi nelle pratiche d’identificazione precoce, dall’altro occorre evidenziare che, al momento, costituiscono un aspetto numericamente rilevante del fenomeno DSA, com’è già stato evidenziato da Bindelli et al. (2009), al quale il SSN non sempre è in grado di fornire una risposta, sia perché i servizi di NPI coprono la fascia 0-18, sia per l’oggettiva scarsità di strumenti diagnostici adatti per la valutazione diagnostica in quella fascia di età. Gli articoli che pubblichiamo in questo primo numero del 2016 affrontano questi temi adottando prospettive diverse.
Nella sezione «Esperienze» l’articolo di Alessandra Baraldi descrive un’iniziativa realizzata in alcune scuole della provincia di Modena, finalizzata all’allestimento di laboratori dedicati a sviluppare la conoscenza e l’utilizzo da parte degli alunni con DSA di strumenti compensativi e integrarli in uno specifico metodo di studio. Al di là dei positivi risultati ottenuti, gli aspetti forse più interessanti di questa iniziativa sono costituiti dalla volontà di cercare risposte efficaci per affrontare il gap che questi alunni sperimentano nel fare fronte alle richieste dell’attività didattica quotidiana e alla sinergia interistituzionale che è alla base dell’intero progetto che ha visto coinvolti Scuola, ASL e Comune.
L’articolo di Mauro Camuffo et al. traccia un bilancio successivo alla Legge 170 in un’UFSMIA della regione Toscana evidenziandone gli aspetti positivi, così come le principali criticità. In particolare viene messo chiaramente in evidenza non solo come il crescente afflusso di richieste stia trasformando il ruolo e l’organizzazione dei servizi di NPI, ma anche come questi stiano riuscendo a garantire, nonostante le carenze di risorse, una valutazione diagnostica appropriata, in termini sia quantitativi che qualitativi, entro tempi ragionevoli. A differenza di molte altre ASL presenti nel territorio nazionale, l’UFSMIA grossetana è in grado di garantire anche gli interventi riabilitativi, per quanto solo su casistiche selezionate.
L’articolo di Zara Mehrnoosh e Sabrina Fusi riprende e aggiorna un lavoro precedente (Mehrnoosh, Cariola e Fusi, 2014), finalizzato a rilevare lo stato di applicazione della Legge 170 nella regione Liguria, attraverso la somministrazione di un questionario compilato da genitori e insegnanti. Pur in un breve lasso temporale, le autrici rilevano un lieve miglioramento della situazione, sia in termini d’interventi diagnostici e riabilitativi, che tuttavia vengono sempre più erogati da privati, sia in termini di misure educative personalizzate (incremento dei PDP e di certi tipi di ausili).
Nella sezione «Orientamenti della Ricerca», l’articolo di Itala Ripamonti Riccardi et al.
affronta il tema del trattamento dalla prospettiva delle competenze linguistiche «alte» e del loro contributo al successo dell’intervento riabilitativo negli alunni dislessici.
In particolare le autrici rilevano come in questi ragazzi spesso persistano difficoltà linguistiche che, nella maggioranza dei casi, hanno preceduto l’insorgere del DSA, ma che diventano difficili da rilevare dopo il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria. Queste sottili ma persistenti difficoltà nella processazione linguistica spesso sono anche alla base del limitato successo degli interventi riabilitativi, soprattutto a livello della lettura del testo, in cui le competenze linguistiche esercitano un ruolo significativo. Lo studio dimostra come, integrando un trattamento tradizionale (quello Fonologico-Lessicale; Riccardi Ripamonti et al., 2008) con un potenziamento delle competenze linguistiche alte, si riescano a ottenere i risultati sperati di un miglioramento della lettura, non solo a livello di parole (o non parole) isolate, ma anche nella lettura del testo che costituisce un obiettivo più ecologico per il trattamento riabilitativo.
L’articolo di Alice Caldani e Andrea Biancardi si propone di estendere la standardizzazione dei dati del test DDO (Diagnosi dei Disturbi Ortografici) di Angelelli et al.
(2008) alla fascia d’età della scuola secondaria di secondo grado, offrendo ai clinici un prezioso strumento per la valutazione del disturbo di scrittura in una fase evolutiva e del percorso scolastico in cui le difficoltà ortografiche diventano più difficilmente rilevabili, anche per le caratteristiche di trasparenza dell’ortografia della lingua italiana che porta a un progressivo incremento dell’accuratezza nel mapping fonologicoortografico.
Effettivamente l’analisi dei risultati in questo campione di alunni di un Liceo Scientifico e di un Istituto Professionale, pur evidenziando qualche diversità in termini quali-quantitativi tra questi due tipi di scuola secondaria di secondo grado, mette in luce una sostanziale stabilizzazione della competenza ortografica dopo la scuola secondaria di primo grado. Tuttavia emergono persistenti differenze tra i soggetti che frequentano i due gradi della scuola secondaria in una particolare categoria di parole: quelle «ambigue», che sembrano quindi costituire ancora a livello della scuola secondaria di secondo grado un indice sensibile alle potenziali difficoltà nell’effettuare una mappatura ortografica corretta.
L’articolo di Alessandra Pinton e collaboratori delinea le traiettorie evolutive degli apprendimenti dell’abilità di lettura, scrittura e calcolo lungo l’arco della scuola pri8 maria e secondaria di primo grado. Per raggiungere questo obiettivo le autrici si sono avvalse di un questionario costruito allo scopo, somministrato ai genitori, finalizzato a indagare non solo lo sviluppo delle abilità e il grado di autonomia nello svolgimento delle attività didattiche, ma anche la percezione di miglioramento rispetto al periodo immediatamente precedente, e l’uso di queste abilità in attività non scolastiche della vita quotidiana. In generale, come atteso, i miglioramenti osservati sono costanti nei diversi gradi scolastici, ma i tempi di acquisizione sono diversi: più rapidi per quanto riguarda la lettura e l’aritmetica, mentre la conquista del pieno controllo dell’ortografia e dell’abilità di scrittura è più prolungata. I dati raccolti possono costituire un utile punto di riferimento per comparare le traiettorie evolutive degli alunni con DSA e monitorarne la distanza dai valori attesi.
Infine, nella sezione «Strumenti», l’articolo di Francesco Viola, Valeria Duca e Cesare Cornoldi presenta un questionario (Questionario Adattamento Dislessia – QAD) specificamente costruito per valutare le conseguenze adattive e gli aspetti motivazionali che il disturbo di lettura negli alunni dislessici produce sulla loro propensione alla lettura. La disponibilità di strumenti di questo tipo costituisce un’utile integrazione della valutazione psicometrica tradizionale, in quanto consente al clinico, con un dispendio aggiuntivo minimo di tempo (il questionario è costituito da soli 17 item), di rilevare informazioni utili ed ecologicamente valide sulle conseguenze adattive del disturbo così come esse sono direttamente percepite dal soggetto.
Spesso la valutazione diagnostica si focalizza principalmente (se non esclusivamente) sulla rilevazione delle misure oggettive dell’abilità di lettura (in termini di rapidità e accuratezza) e questo rappresenta certamente un passaggio indispensabile per arrivare al giudizio diagnostico. Tuttavia, come gli autori rilevano, le conseguenze adattive, pur rappresentando per definizione una misura soggettiva, sono altrettanto importanti, e possono variare anche indipendentemente dai parametri di gravità accertati, nonostante la standardizzazione del questionario abbia messo in evidenza differenze significative in quasi tutti gli item tra il gruppo dei normolettori (n = 249) e un gruppo più ristretto di soggetti dislessici (n = 54). Questo strumento costituisce quindi un utile complemento alla tradizionale valutazione psicometrica che, come suggerito dagli autori, potrebbe anche essere impiegato nella valutazione dell’efficacia percepita degli interventi riabilitativi.
Enrico Savelli e Giacomo Stella 

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