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Lavoro sociale - vol. 2016/1

Lavoro sociale - vol. 2016/1

Bimestrale per le professioni sociali

Numero di rivista
febbraio 2016
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Editoriale

Fare il bene altrui
Lubove, nel titolo di un suo famoso libro, chiama gli assistenti sociali «altruisti per professione». Professionisti del «fare il bene altrui», coloro che conoscono addirittura la teoria — per aver studiato ed essersi laureati in questa specifica disciplina — di come rendere «felici» gli altri. Se è vero come dicono i filosofi che rendere felici gli altri è il massimo della propria felicità, dovremo pensare che non dovrebbero esserci persone più contente e soddisfatte degli operatori sociali. Purtroppo, sappiamo che non è così. Perché? Io risponderei così: perché il well being autentico (l’appagamento di essere se stessi quali si è) deriva dal fare davvero il bene, non dal doverlo fare per ruolo. Meno ancora dal doverlo fare unilateralmente in un certo modo preciso. Il proprio benessere matura quando lo si riscontra per davvero realizzato negli altri così come gli altri lo possono concepire. Se lo «si realizza» letteralmente, cioè lo si impone così come lo si vuole, esso si dissolve. Questa intuizione, che sembra stravolgere i fondamenti del professionalismo moderno, complica e però rende al contempo meraviglioso l’operare nel sociale.
Un altruista non professionale (un caregiver, un natural helper, un volontario) è più facile che possa fare quello che si sente di fare.
Si può meglio immergere nelle sofferenze o nelle fragilità altrui e rimane lì con la sua presenza e le accompagna in un decorso che è il loro. Questo semplice «esserci lì in situazione» è quello che don Milani chiama care: un interessarsi all’altro, un preoccuparsi, un aver a cuore le sorti dell’Altro affinché migliori la sua situazione così come lui stesso vuole e come lui stesso può, non come parrebbe a me. Un tale accompagnamento può essere estenuante sia sul piano fisico che su quello emotivo, ma ha il grande vantaggio di essere aperto, di non essere oppresso da una cappa di stringenti aspettative.
Presuppone libertà di esito. Se io ho fatto il mio dovere di restare lì accanto all’Altro, posso sempre essere soddisfatto. Comunque vada, ho raggiunto sempre il mio obiettivo, che è un non-obiettivo in senso proprio. Un operatore professionista è per definizione centrato invece sui cosiddetti «target». Quasi ossessionato da essi, potremmo dire, di questi tempi segnati dal managerialismo e dall’efficientismo aziendalistico. È stipendiato, dunque come ogni altro lavoratore ha il dovere di «rendere» in altrettanta misura del denaro percepito! L’operatore di aiuto incarna quella sorta di maledizione che è il dover «fabbricare» benessere altrui, qualcosa quindi che non è interamente nelle sue mani.
A tal proposito la teoria relazionale dice che solo cambiando se stesso nella direzione benefica che lui auspica per il suo utente, un terapeuta potrà sperare che il cambiamento avvenga anche in quel destinatario.
Tecnicamente essa dice che l’operatore e l’utente funzionano solo se «funzionano assieme». L’aiuto atteso si presenta quando essi trovano il modo di uscire entrambi da se stessi per darsi reciprocamente le energie e gli aiuti per co-evolvere. Devono cambiare, ognuno in se stesso, nella stessa direzione. Solo così ci potrà essere autentica e fluida «terapia». 
Fabio Folgheraiter

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