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Ricerca di senso - vol. 2015/1

Ricerca di senso - vol. 2015/1

Analisi esistenziale e logoterapia frankliana

Numero di rivista
febbraio 2015
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Editoriale
Iniziamo, con questo numero, un nuovo anno insieme ai nostri lettori e, in tal senso, anche se in ritardo, colgo l’occasione per formulare i migliori auguri per una vita piena di senso e ricca di significati positivi. C’è da chiedersi: il 2015 in che situazione trova l’uomo e la società in cui questi vive? La sensazione è che si stia attraversando un momento epocale, in cui davvero l’umanità può decidere del suo futuro e della qualità della sua esistenza.
Anche il presente numero, in riferimento ai contenuti degli articoli proposti, sembra volere evidenziare l’importanza del recupero di una visione di uomo, in cui vengano valorizzate quelle qualità che, soprattutto, la corrente esistenzialista ha saputo cogliere e porre al centro della sua attenzione: la libertà e la responsabilità, la ricerca di senso e l’apertura ai valori, il saper vivere alla presenza della morte, la coscienza e il decidere della propria esistenza. Tutti elementi che Viktor Frankl ha saputo intercettare, fare propri e tradurre nell’Analisi esistenziale, un modello di relazione d’aiuto che si concretizza nei vari ambiti della clinica, dell’educazione, del counselling nonché, in generale, dei rapporti interpersonali.
In tal senso, l’articolo di Crea evidenzia l’attualità della visione frankliana, andando a recuperare «le radici esistenziali» di uno dei modelli più diffusi nella psicologia contemporanea: l’Analisi transazionale. D’altra parte, già in passato abbiamo avuto l’opportunità di mettere in evidenza come altri importanti approcci avevano inteso recuperare i temi cari all’esistenzialismo, tra cui vari indirizzi della psicologia umanistica e, recentemente, anche vari orientamenti cognitivisti.
A conferma di tale dinamica di valorizzazione dei temi esistenziali, l’analisi che Pacciolla offre del recente DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Milano, Raffaello Cortina, 2014), individuandovi quelli che l’autore definisce «semi di umanesimo».
Come risulta dall’attento lavoro di Pacciolla, sembra emergere questa sensibilità umanistica che, d’altra parte, ha sempre mostrato in sé un’ambiguità. In effetti, l’umanesimo si caratterizza come un movimento culturale che, a partire dal XV secolo, tende ad affermare la centralità dell’uomo, come ben testimoniato anche graficamente dal famoso «uomo vitruviano» di Leonardo da Vinci. In realtà, anche alla luce delle intuizione cartesiane e in seguito a una certa delusione per le istituzioni religiose, sempre più coinvolte nei giochi politici e di potere, l’uomo tenderà a un sempre più evidente antropocentrismo, che nel tempo finisce con il caratterizzarsi nel pensiero umano e nel progresso delle scienze come razionalismo, idealismo, nichilismo, scientismo, trascurando l’ambito della conoscenza intuitiva propria del mondo delle emozioni e, soprattutto, dei sentimenti, come il filosofo Blaise Pascal cercò di evidenziare: «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce».
Ciò, nel tempo, ha comportato il rischio — che si è anche progressivamente concretizzato — di «perdere» qualcosa dell’esperienza umana, qualcosa d’importante, qualcosa di tipico dell’essere umano. Come evidenziato fa Frankl, l’uomo ha finito con l’essere considerato «nient’altro che», con l’affermazione dei vari riduzionismi denunciati dallo psichiatra viennese: il biologismo, lo psicologismo, il sociologismo e anche, come reazione di estremismo, lo spiritualismo.
«La crisi dell’umanesimo inizia allorché l’uomo diventa tutto [...]. Come si potrebbe altrimenti interpretare il fatto che, proprio nel momento in cui apprese che la terra non è al centro dell’universo, l’uomo si pose al posto di Dio? Risale proprio a quel tempo la degenerazione del teocentrismo filosofico in antropocentrismo, con l'esplicitazione del rifiuto radicale della trascendenza nell'interpretazione del senso della vita umana.
Finché l'antropologia — filosofica, scientifica o medica — resterà ferma nei suoi assunti e continua a perseverare nell’antropocentrismo, che si traduce in antropologismo, si vedrà preclusa la strada per una reale e autentica concezione dell’essere umano. Solo, infatti, la rinuncia a un’ottica immanentistica e l’inclusione della trascendenza corrispondono all’essenza dell’uomo». 
In tal senso, Frankl entra in polemica proprio con quella psicologia umanistica che, nata negli Stati Uniti, come reazione alle visioni deterministiche di tipo psicoanalitico e comportamentista, arriva ad affermare la centralità del «cliente», che sveste i panni del paziente e si pone come protagonista del suo stesso processo di crescita, una dinamica che lo psicologo deve semplicemente «facilitare».
In realtà, tale corrente finisce con l’affermare la centralità dell’individuo e della sua realizzazione, perdendo di vista che il vero obiettivo, dell’uomo, di ogni uomo, è rappresentato dal trascendersi, dall’orientare la propria vita a un senso che sia al di fuori di sé: verso un compito di valore, verso una persona da amare o, anche, verso Dio.
Il sospetto che, dietro i «semi di umanesimo» pur presenti nel DSM-5, ci sia un rinnovato scientismo, un arrogante razionalismo, appare fondato. Non credo sia un caso il fatto che, proprio nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il termine «persona» (person) — che origina dalla cultura greco-cristiana e rimanda all’uomo come essere-sempre-in-relazione — abbia abbondantemente lasciato il posto a quello di «individuo» (individual), che tende piuttosto a evidenziare il carattere di irriducibilità, unicità e differenziazione di ogni uomo da ogni altro suo simile.
In tale contesto, così come auspicato dallo stesso Pacciolla, appare davvero fondamentale dare risalto e farsi portavoce del contributo frankliano alle diverse discipline che, a vario titolo, si occupano della persona e intendono porsi a suo servizio.
In tal senso, il mio articolo e quello di Bencivenga mostrano il tentativo di applicare la visione analitico-esistenziale frankliana ad ambiti diversi: l’educazione socio-affettiva e la resilienza. Una esemplificazione di ciò che più diffusamente può essere realizzato nella valorizzazione del pensiero e dell’opera di Viktor E. Frankl.
Infine, sempre nella stessa linea dell’attualizzazione del pensiero frankliano, annunciamo che ALAEF, il prossimo 21 marzo, organizzerà un importante convegno, presso la Pontificia Università Maria Ausiliatrice, dal titolo «Alla ricerca dell’umorismo perduto. Promuovere la resilienza nella prospettiva di Viktor E. Frankl». Anche questo evento, com’è evidente, si pone nell’ottica di una sempre maggiore e più profonda umanizzazione dell’esistenza dell’uomo contemporaneo e delle sue sfide.
Domenico Bellantoni

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