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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/1

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/1

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
febbraio 2015
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Editoriale
Ciao, Franco Bomprezzi. Grazie e arrivederci…

La rivista fondata da Mario Tortello non può non dedicare l’editoriale a Franco Bomprezzi, un — come si definiva — giornalista a rotelle, che se ne è andato il 18 dicembre del 2014, a 62 anni, per un’embolia polmonare che lo aveva costretto al ricovero all’ospedale Niguarda, a Milano.
È l’occasione per cercare di riflettere sul rapporto, non semplice, fra disabilità e informazioni. Mario e Franco hanno capito quanto fosse importante questo rapporto. E lo hanno vissuto lavorandoci. Franco ha vissuto la propria disabilità — giornalista in sedia a rotelle — volendo essere giornalista senza sconti, al servizio delle informazioni. È stato, nei diversi impegni che ha assunto — caposervizio a «Il Mattino» di Padova, collaboratore de «Il Resto del Carlino», collaboratore di altre riviste e giornali, fra cui la rivista dell’INAIL, portavoce di LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) —, un protagonista nel lavoro culturale teso a superare il compiacimento, proprio di molti mezzi di informazione, nei confronti del protagonismo vittimistico.
Franco Bomprezzi, in sintonia con Mario Tortello, ha evitato l’enfasi della collocazione della situazione di una persona con disabilità come protagonista dell’informazione. Ha quindi preso le distanze da quella che potremmo chiamare la prospettiva vittimistica, che vorrebbe fare di chi è vittima un protagonista assoluto e privilegiato, con la conseguenza, da un lato, di creare nel singolo una sorta di ebbrezza a cui desidererebbe non mettere fine (vittimismo: continuare a essere vittima e, in questo modo, protagonista) e, dall’altro, sul piano delle strategie dell’informazione, di rischiare, con il protagonismo vittimistico, di far vivere le realtà delle disabilità unicamente su un piano emotivo superficiale, capace di accendere i sentimenti per un breve tempo, bruciato dalla notizia successiva, senza alcuna possibilità di approfondimento e di comprensione.
Si può riprendere Bertolt Brecht che diceva: «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Ma senza mai chiudersi nel ruolo di vittima. Senza fare della lamentela la nostra sola comunicazione, il nostro solo modo di stare con gli altri. La vittima è ripiegata su se stessa. Franco ci dice: stiamo dalla parte delle vittime, ma apriamoci all’orizzonte più vasto delle notizie, dell’informazione.
La possibilità di evitare queste trappole è proprio nell’informazione. La rete delle informazioni può collegare il singolo — la sua situazione, il suo caso — a un orizzonte informativo il più ampio possibile, cambiando in questo modo la situazione da singola, eccezionale, assoluta e isolata a originale e collegata. E quindi relativa.
Nel campo dell’informazione, può essere utile comprendere che la testimonianza, e l’avvalersi di un testimone, rappresenta un grande servizio per la credibilità delle informazioni. I resoconti di Bernardo Valli, di Igor Man, di Ryszard Kapuscinski, ecc., diventano credibili. Ma ciò avviene, paradossalmente, grazie al fatto che questi grandi inviati speciali riescono a collocare le testimonianze in una realtà più ampia che le sottrae alla presunzione di verità assoluta.
Una condizione che dovremmo cercare di realizzare anche con le diagnosi. Non farne dei feticci, degli assoluti. E capire come l’impegno di chi ha lavorato con passione e intelligenza nel campo dell’informazione può suggerire qualcosa di utile anche a chi, con un impegno accademico e scientifico, lavora nel campo dei Bisogni Speciali.
Il campo delle informazioni — con gli esempi di Mario Tortello, di Franco Bomprezzi — suggerisce a chi è impegnato/a nella ricerca scientifica di riflettere su come la conoscenza esiga di non sentirsi gli unici artefici della verità, chiamata appunto scientifica, e realizzata insieme e grazie a chi non ha un ruolo accademico scientifico. Le conquiste delle più alte cime delle montagne sono state realizzate anche grazie agli sherpa. Riconoscerlo non significa dire che solo gli sherpa hanno conquistato le vette. Allo stesso modo, riconoscere che Franco ha permesso, con il suo impegno professionale, l’approfondimento delle ricerche, non significa metterlo, isolato, su un piedestallo. Significa sentirlo compagno di una stessa strada.
Lo stesso ragionamento può essere applicato nei confronti di chiunque, genitore, fratello o sorella, vicino di casa, ecc., ma a patto di non mettere nessuno sul piedestallo. Chi occupa una posizione accademica o scientifica può anche consolidarla nominando chi ritiene degno di un’onorificenza e in questo modo innalzandosi ancor di più. Evitiamo questa pericolosa ascensione. Sarebbe un’opera di banalizzazione, che renderebbe le immagini vere, false.
Franco Bomprezzi, attento ai valori che si riassumono nella Convenzione ONU, ha lavorato per l’universalismo. Ovvero perché i diritti delle persone, con disabilità o meno, abbiano un riconoscimento universale.
Noi stiamo vivendo, in questo periodo storico e nella parte di mondo in cui ci è dato vivere, una difficile scommessa: rendere reale l’universalismo attraverso la categorizzazione.
Quella della categorizzazione è una storia lunga, e cerchiamo di riassumerla in modi tali da non annoiare e nello stesso tempo di spiegare il significato di questa parola non elegante. Nell’Europa di tre secoli fa, i ricoveri, ma anche gli ospedali e le prigioni, ospitavano popolazioni di ogni tipo, bambini abbandonati, anziani smemorati, indigenti, storpi, ritardati mentali, ladri, sfruttatori, anziane prostitute, e una varia umanità. Quando si affacciò l’esigenza di fare dell’accoglienza in queste strutture, vere e proprie corti dei miracoli, un motivo di cura e di recupero, la prima necessità fu di distinguere quelle persone secondo delle categorie, in modo da poter rispondere meglio alle loro esigenze. Le promiscuità ebbero un’interpretazione giustamente negativa. Iniziò un periodo, in cui siamo tuttora, in cui diagnosticare per categorizzare era ritenuto un passaggio indispensabile per assistere in maniera adeguata chi avesse Bisogni Speciali. Nasce il welfare europeo, che accoglie, dagli Stati Uniti soprattutto, l’idea che si debba procedere in un’attività diagnostica sempre più dettagliata. E questo ci ha portato a un cortocircuito nel nostro welfare, cortocircuito dovuto all’idea che l’universalismo possa conciliarsi — e, anzi, realizzarsi — grazie a una più completa e dettagliata opera di categorizzazione. Ma questo provoca una situazione di inconciliabilità e contraddizione. Franco Bomprezzi, che aveva dalla nascita una osteogenesi imperfetta, capiva bene questa situazione intricata. E cercava, essendo parte in causa e quindi abbastanza credibile, di dare una mano a sbrogliare la matassa attraverso l’inclusione del tema disabilità in un orizzonte più vasto: quello delle informazioni.
La vita umana non può essere ridotta ai soli bisogni diagnosticabili. È più complessa. Contiene la simpatia e le reti sociali. È un discorso lungo. Ma un poeta l’ha chiamato con poche parole: amare il mondo. Dedichiamo a Franco, e ricordiamo Mario, con la sua poesia:
Ci impegniamo, noi e non gli altri,
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto, né chi sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo:
senza pretendere che gli altri si impegnino per noi,
senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza cercare perché non si impegna.
Se qualche cosa sentiamo di «potere»
e lo vogliamo fermamente
è su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi ci facciamo nuovi,
ma imbarbarisce
se scateniamo la belva che c’è in ognuno di noi.
Ci impegniamo:
per trovare un senso alla vita,
a questa vita
una ragione
che non sia una delle tante ragioni
che bene conosciamo
e che non ci prendono il cuore.
Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma per amarlo.
Bertolt Brecht


Andrea Canevaro

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