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40 anni di Legge Basaglia tra diritti conquistati e muri ancora troppo spessi

 
La Legge 180 è stata una conquista fondamentale. Come scrive Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, nella presentazione all’edizione italiana del libro “Chissenefrega dei matti” di Ron Powers, «da allora nel nostro Paese non è stato più possibile ignorare i malati di mente». Eppure 40 anni dopo «persistono pratiche che annientano i più elementari diritti».
 

La legge 180, che compie oggi 40 anni, segna in Italia la fine di una legislazione speciale e la restituzione di diritti e di soggettività. L’internato, il malato di mente, diventa un cittadino cui lo Stato deve garantire, e rendere esigibili, i suoi fondamentali diritti costituzionali. Una persona la cui dignità deve assumere un valore assoluto, un soggetto singolare che pretende ascolto, cure, attenzioni altrettanto singolari. Da qui il cammino incerto, irto di interrogativi, di rischi, di lentezze insopportabili che nel nostro Paese abbiamo avuto la fortuna di affrontare. Il rifiuto delle certezze della psichiatria pretenderà un agire critico, vigile, partigiano: un pensare strategico, un cammino aspro e i conflitti che continuiamo ad affrontare e che mai ci abbandoneranno. E le entusiasmanti scoperte, sempre più numerose, che le persone con l’esperienza del disturbo mentale continuano a fare mentre scoprono che farcela è possibile. 

I malati di mente, gli internati, i senza diritto decretata la fine dei manicomi, possono pretendere di farcela.  I bisogni emergono per quello che sono, non più col filtro della malattia.
“Messa tra parentesi la malattia” si scopriva la possibilità di vedere le persone e la loro storia. Persone che faticosamente guadagnano margini più ampi di libertà. La libertà intesa come possibilità di desiderare, di scoprire e manifestare i propri sentimenti, di stare nelle relazioni. Di rientrare nel contratto sociale, di riappropriarsi della cittadinanza come condizione irrinunciabile per affrontare la fatica della rimonta sempre possibile.
La legge 180 non è altro che questo. E questo è quanto è accaduto in Italia. Da allora nel nostro Paese non è stato più possibile ignorare i malati di mente.

Da quel momento il campo del lavoro terapeutico è davvero cambiato. Esistono associazioni di persone che hanno vissuto l’esperienza del disturbo mentale, che rivendicano la propria differenza, raccontano le loro svolte, vogliono vivere la loro vita malgrado la malattia. Sono presenti sulla scena associazioni di familiari che fino all’altro ieri erano condannati alla vergogna, all’isolamento, al silenzio, a sentirsi colpevoli.
Molte storie finalmente si possono raccontare. Storie di persone, sempre più numerose, che affrontano la severità della loro malattia senza mai subire restrizioni e mortificazioni. Persone che hanno potuto attraversare Centri di salute mentale orientati alla guarigione, luoghi capaci di accogliere e accompagnare nel percorso di ripresa fino a trovare la propria strada. Alcune esperienze esemplari e pratiche diffuse in tutto il Paese hanno dimostrato che è possibile non fare danni e costruire consapevolezza e nuove opportunità di partecipazione per le persone, i familiari, i cittadini coinvolti.

Le esperienze di questi anni hanno mostrato quanto la cura della malattia si mette alla prova proprio nella dimensione dei contesti di vita, nelle relazioni, nei conflitti. Il lavoro che bisogna fare per incontrare le persone si situa proprio in quello spazio aspro e tesissimo tra i curatori e i luoghi reali di vita. 
Se si pensa alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale, delle associazioni, della partecipazione di tanti cittadini, si scoprono le possibilità (non sempre e non dovunque) cui possono accedere le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale per riprendere un ruolo sociale e un posto in famiglia, per avere accesso alla formazione, per entrare nel contratto. È possibile oggi incontrare uomini e donne che lavorano, che guidano l’automobile, che hanno figli, che vivono nella loro famiglia, che si scommettono quotidianamente nella normalità e nella fatica delle relazioni.

E tuttavia pratiche che annientano i più elementari diritti persistono. In Italia, dove la legge 180 permette di vedere e di denunciare, nella ricca Europa nel silenzio e la disattenzione dei governi, nei Paesi ricchi come nei Paesi poveri. Tutti affermano, per esempio, che bisogna abolire la contenzione e l’isolamento, ma che sono costretti, dicono, loro malgrado, a calpestare la dignità della persona e l’inviolabilità del suo corpo a causa dell’incontenibilità dei sintomi aggressivi e violenti, delle carenze organizzative, della povertà delle risorse. Quasi che un gesto così prepotente, aggressivo e violento oltre che dannoso e dalle conseguenze incancellabili, si possa giustificare, ed essere infine accettato, come un routinario atto medico.

Questo è un estratto della presentazione all’edizione italiana del libro di Ron Powers “Chissenefrega dei matti” (Erickson 2018).


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