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Il bullismo ai tempi del web: conoscerlo bene per affrontarlo meglio

 
Il cyberbullismo è un fenomeno nuovo ma, purtroppo, molto esteso. Come si alimenta? E in cosa si differenzia rispetto al bullismo tradizionale? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Maiolo e Giuliana Franchini, psicoterapeuti dell’età evolutiva e autori di “Ciripò, bulli e bulle”, un libro con protagonista un simpatico gattino che si trova ad affrontare, come molti ragazzi ai nostri giorni, le insidie della navigazione in Internet.
 

Il cyberbullismo, per sua stessa natura, si alimenta del potere dell’immagine e della forza che gli attribuisce la nuova tecnologia della comunicazione. Un tempo il comportamento violento del bullo si perpetrava celato allo sguardo degli adulti. Sfruttava i luoghi isolati e le stanze appartate perché gli atti persecutori avessero come testimoni solo le vittime e, al massimo, il piccolo gruppo degli alleati del bullo che, in questo modo, manteneva una corte di servitori silenziosi e ossequenti. Il piacere derivava dal poter essere leader di una «banda», anche piccola, ma che rimaneva nell’ombra e sconosciuta ai più.
Oggi, invece, il cyberbullo cerca il massimo della visibilità. La Rete lo aiuta in quanto un unico gesto di prevaricazione o di violenza, ad esempio sui social network, vale più di tante piccole azioni di prepotenza. Postando il video o la foto dell’aggressione, il cyberbullo fa conoscere al mondo la sua forza e le imprese con cui si costruisce la fama di «eroe». Contemporaneamente, la vittima è sempre più vittima: stigmatizzata, emarginata e isolata perché collettivamente derisa e biasimata.

La comunicazione digitale e le immagini delle persecuzioni veicolate dalla Rete costruiscono rapidamente sia la «fama dell’eroe» di turno che la disperazione di chi subisce e si sente progressivamente sempre più impotente. Lo smartphone è diventato lo strumento del «selfie», un autoscatto che narcisisticamente sostiene la ricerca della propria immagine, ma anche un oggetto persecutorio che può moltiplicare in un attimo popolarità e angoscia. La Rete fa sì che la platea degli spettatori diventi potenzialmente illimitata. Sconfinata. Questo incrementa la tendenza del bullo a ripetere le azioni aggressive e, allo stesso tempo, riduce in maniera consistente la percezione del danno. Le scene di aggressioni riprese e postate su un social, cliccate centinaia o migliaia di volte da una parte aumentano il sentimento di potere del cyberbullo, dall’altra moltiplicano l’angoscia non solo di chi è vittima, ma anche di quelli che possono temere di diventarlo.

L’azione di violenza veicolata da piattaforme Web rimane indelebile o difficile da cancellare dalla memoria di chi vede. Una volta in Rete, nessuno può dimenticare le imprese del bullo, ma neanche il corpo della vittima, la sua prostrazione e il suo stato di sottomissione. Questa è la vera azione persecutoria, quella che fa la differenza con il passato, con il bullismo tradizionale. In precedenza, ci si poteva difendere dal bullo che a scuola minacciava e colpiva fisicamente nell’angolo nascosto del cortile o nei bagni. Si poteva chiedere aiuto, cambiare classe o addirittura scuola. Ora questo non può più avvenire. Nel Web lo spazio è immenso, indefinito. Quasi impossibile nascondersi, scappare e salvarsi. Per lo meno così pensa la vittima. Le offese che circolano on-line rimangono, le diffamazioni sono visibili a tutti così come la vergogna e l’umiliazione che si moltiplicano all’infinito.

La novità del fenomeno, che è sbagliato considerare come l’evoluzione del bullismo reale, è che il Web e i social possono facilitare l’acquisizione di comportamenti e azioni prepotenti perché il particolare rapporto con il virtuale annulla la percezione dell’altro e di quello che prova.


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